L’herpes zoster, conosciuto anche come Fuoco di Sant’Antonio, è un’infezione causata dalla riattivazione del virus della varicella. Provoca generalmente un’eruzione cutanea dolorosa, ma può determinare complicanze importanti, soprattutto negli anziani e nelle persone con difese immunitarie ridotte. In Italia è disponibile un vaccino ricombinante che riduce significativamente il rischio di sviluppare la malattia e le sue complicanze, con particolare rilevanza per i pazienti oncologici.
Il virus responsabile dell’herpes zoster può rimanere inattivo nell’organismo per decenni dopo la varicella. Quando il sistema immunitario perde parte della capacità di controllarlo, può riattivarsi lungo un nervo e provocare dolore, bruciore e vescicole sulla pelle.
La prevenzione assume un’importanza particolare nelle persone sottoposte a chemioterapia, nei pazienti con tumori ematologici e in chi riceve trattamenti immunosoppressivi. In queste condizioni, infatti, l’infezione può essere più grave e richiedere cure tempestive.
Che cos’è l’herpes zoster e perché viene chiamato Fuoco di Sant’Antonio?
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L’herpes zoster è una malattia infettiva provocata dal virus varicella-zoster, indicato con la sigla VZV. Si tratta dello stesso agente responsabile della varicella, che molte persone contraggono durante l’infanzia.
Dopo la guarigione, il virus non viene completamente eliminato dall’organismo. Rimane in una condizione di latenza nei gangli nervosi sensitivi, strutture che si trovano lungo il decorso dei nervi.
Per anni, e talvolta per tutta la vita, il sistema immunitario riesce a mantenerlo inattivo.
Quando questo controllo diminuisce, il virus può riattivarsi e percorrere le fibre nervose fino alla pelle, provocando la caratteristica eruzione cutanea.
Il nome Fuoco di Sant’Antonio deriva dalla tradizione storica europea, che associava a Sant’Antonio Abate diverse malattie caratterizzate da dolore e bruciore intenso.
In passato, tuttavia, la stessa denominazione veniva utilizzata anche per l’ergotismo, una grave intossicazione provocata dal consumo di cereali contaminati da particolari funghi.
Solo con il progresso della medicina è stato possibile distinguere chiaramente queste condizioni.
Qual è la storia dell’herpes zoster e quando è stato scoperto il virus?
L’herpes zoster è conosciuto da molti secoli, anche se per lungo tempo non fu chiara la relazione con la varicella.
La distribuzione delle lesioni lungo una fascia del corpo era già stata descritta nella medicina antica. Tuttavia, mancavano gli strumenti per identificare l’agente responsabile.
Tra Ottocento e Novecento, i medici iniziarono a riconoscere che varicella ed herpes zoster erano collegati.
Un contributo importante arrivò nel 1888, quando il medico ungherese János Bókay ipotizzò che il contatto con una persona affetta da herpes zoster potesse provocare la varicella nei bambini suscettibili.
Nel 1953 il virologo Thomas Weller riuscì a isolare il virus varicella-zoster, contribuendo a dimostrare che le due malattie erano provocate dallo stesso agente infettivo.
Questa scoperta permise di comprendere il meccanismo della latenza virale e della successiva riattivazione.
La prevenzione vaccinale si è sviluppata molti decenni dopo. Il primo vaccino contro l’herpes zoster, basato su virus vivo attenuato, è stato autorizzato negli Stati Uniti nel 2006.
Nel 2017 è arrivato un vaccino ricombinante adiuvato, sviluppato per offrire una protezione più elevata e duratura.
Questa seconda generazione di vaccini ha rappresentato un progresso importante, soprattutto per le persone fragili e immunocompromesse.
Quali sono i sintomi iniziali dell’herpes zoster?
L’herpes zoster spesso inizia prima che compaiano le lesioni cutanee.
Il sintomo iniziale più caratteristico è un dolore localizzato, che può essere accompagnato da bruciore, formicolio, prurito o un’aumentata sensibilità della pelle.
Queste sensazioni possono comparire alcuni giorni prima dell’eruzione e interessano generalmente un solo lato del corpo.
Il dolore può essere descritto come una scossa elettrica, una fitta oppure una sensazione di bruciore continuo.
Successivamente compare un’eruzione cutanea costituita da macchie arrossate, sulle quali si sviluppano piccoli gruppi di vescicole contenenti liquido.
Le lesioni seguono normalmente il territorio di distribuzione di un nervo sensitivo, chiamato dermatomero.
Per questo l’eruzione assume spesso una forma a fascia, localizzata sul torace, sull’addome o sulla schiena.
In alcuni casi possono comparire anche febbre, malessere generale e mal di testa.
Le vescicole tendono a seccarsi e a formare croste nell’arco di circa 7-10 giorni, mentre la guarigione cutanea richiede generalmente da due a quattro settimane.
Il dolore, però, può persistere anche dopo la scomparsa delle lesioni.
Dove compare l’herpes zoster e quali parti del corpo può colpire?
L’herpes zoster interessa più frequentemente il tronco, ma può svilupparsi in diverse regioni del corpo.
Le lesioni seguono il percorso di un nervo e sono generalmente limitate a un solo lato, senza oltrepassare la linea mediana.
Quando interessa il torace, l’eruzione può estendersi dalla schiena verso il petto, seguendo uno spazio intercostale.
Se il virus si riattiva lungo i nervi del volto, possono comparire lesioni sulla fronte, sul cuoio capelluto o vicino all’occhio.
In quest’ultimo caso si parla di herpes zoster oftalmico, una condizione che richiede una valutazione tempestiva perché può coinvolgere la cornea e altre strutture oculari.
Il virus può inoltre interessare il nervo facciale e provocare la sindrome di Ramsay Hunt, caratterizzata da dolore, lesioni nell’orecchio e possibile paralisi facciale.
Nelle persone con grave immunodepressione, l’infezione può estendersi oltre il territorio di un singolo nervo e provocare lesioni diffuse.
Questa forma, definita herpes zoster disseminato, richiede particolare attenzione medica.
Quanto dura l’herpes zoster e quando smette di essere contagioso?
Nella maggior parte dei casi, l’eruzione cutanea si risolve nell’arco di due-quattro settimane.
La durata del dolore è però variabile e dipende dall’età, dall’intensità dell’infezione e dalle condizioni individuali.
L’herpes zoster non si trasmette da una persona all’altra come una nuova infezione da zoster.
Tuttavia, chi presenta vescicole attive può trasmettere il virus varicella-zoster a una persona che non ha mai avuto la varicella e non è vaccinata contro questa infezione.
In questo caso, la persona contagiata sviluppa la varicella, non direttamente il Fuoco di Sant’Antonio.
La trasmissione avviene soprattutto attraverso il contatto con il liquido delle vescicole. In alcune condizioni, soprattutto nelle forme disseminate, possono essere necessarie precauzioni aggiuntive per la trasmissione per via aerea.
Il rischio diminuisce quando tutte le lesioni si sono trasformate in croste.
Fino a quel momento è opportuno coprire l’eruzione e prestare particolare attenzione ai contatti con neonati, donne in gravidanza suscettibili e persone immunocompromesse.
Quali sono le complicanze più frequenti dell’herpes zoster?
La complicanza più comune è la nevralgia post-erpetica, una forma di dolore neuropatico che persiste dopo la guarigione dell’eruzione cutanea.
Il dolore può essere continuo oppure comparire sotto forma di fitte, bruciore e scosse elettriche.
In alcuni pazienti anche un contatto leggero, come quello degli indumenti sulla pelle, può risultare estremamente doloroso.
La nevralgia post-erpetica è più frequente nelle persone anziane e può compromettere il sonno, la mobilità e la qualità della vita.
Altre complicanze comprendono infezioni batteriche delle lesioni cutanee, disturbi neurologici e coinvolgimento degli occhi.
In casi meno frequenti possono verificarsi meningite, encefalite o altre manifestazioni a carico del sistema nervoso.
Il rischio di complicanze aumenta quando l’infezione interessa persone con difese immunitarie compromesse.
Per questo il riconoscimento precoce dei sintomi e l’inizio tempestivo della terapia antivirale sono particolarmente importanti.
Chi rischia maggiormente di sviluppare l’herpes zoster?
Il rischio di herpes zoster aumenta con l’età, soprattutto dopo i cinquant’anni. La ragione principale è il progressivo indebolimento dell’immunità cellulo-mediata, fondamentale per controllare il virus varicella-zoster.
L’invecchiamento del sistema immunitario viene chiamato immunosenescenza. Questo processo non comporta necessariamente una grave immunodeficienza, ma può ridurre la capacità dell’organismo di impedire la riattivazione del virus.
Anche alcune malattie croniche possono aumentare il rischio. Il Ministero della Salute richiama in particolare diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva, asma e determinate patologie cardiovascolari.
Un’attenzione ancora maggiore riguarda le persone immunocompromesse. Tra queste rientrano pazienti con tumori ematologici, persone sottoposte a trapianto e individui che assumono farmaci immunosoppressori.
Il rischio dipende dalla malattia, dall’intensità dell’immunosoppressione e dalle terapie utilizzate.
Un precedente episodio di herpes zoster non garantisce una protezione permanente. La malattia può infatti ripresentarsi, soprattutto nelle persone fragili.
Persone a rischio per patologia+1
Herpes zoster e tumori: perché i pazienti oncologici sono più vulnerabili?
I pazienti oncologici costituiscono una categoria particolarmente importante nella prevenzione dell’herpes zoster.
Alcune neoplasie, soprattutto quelle del sangue e del sistema linfatico, possono compromettere direttamente il funzionamento delle difese immunitarie.
Leucemie, linfomi e mieloma multiplo possono alterare i meccanismi necessari a controllare il virus varicella-zoster.
Anche i tumori solidi possono essere associati a un rischio maggiore, soprattutto quando il paziente riceve trattamenti che riducono l’efficienza del sistema immunitario.
La chemioterapia può provocare una diminuzione temporanea di alcune popolazioni di cellule immunitarie. Questo effetto varia secondo i farmaci, le dosi e le condizioni generali.
Il rischio può aumentare ulteriormente durante terapie prolungate con corticosteroidi, dopo trapianti di cellule staminali emopoietiche o durante determinati trattamenti ematologici.
L’herpes zoster nei pazienti oncologici può manifestarsi con lesioni più estese, dolore intenso e una maggiore probabilità di complicanze.
Nei casi di immunodepressione significativa può svilupparsi una forma disseminata, con coinvolgimento di più territori cutanei e, raramente, degli organi interni.
Per questo la prevenzione vaccinale dovrebbe essere considerata all’interno del percorso oncologico, senza aspettare necessariamente la comparsa di un’infezione.
Chi fa chemioterapia può sviluppare forme più gravi di Fuoco di Sant’Antonio?
La chemioterapia può aumentare la vulnerabilità alle infezioni attraverso effetti differenti sul sistema immunitario.
Alcuni farmaci riducono la produzione di cellule del sangue nel midollo osseo. Altri interferiscono con popolazioni cellulari coinvolte nella risposta contro virus e batteri.
Nel caso dell’herpes zoster, la protezione dipende soprattutto dalla capacità dei linfociti T di mantenere inattivo il virus.
Quando questa risposta si indebolisce, la riattivazione diventa più probabile.
Inoltre, un paziente sottoposto a chemioterapia può avere maggiori difficoltà a controllare l’infezione una volta comparsa.
Le lesioni possono essere più numerose, la guarigione più lenta e il dolore più intenso.
La presenza di febbre, eruzioni diffuse, lesioni vicino agli occhi o sintomi neurologici richiede una valutazione particolarmente rapida.
Anche un’eruzione inizialmente limitata deve essere segnalata tempestivamente all’oncologo.
La comparsa di herpes zoster non comporta automaticamente la sospensione della chemioterapia. La decisione dipende dalla gravità dell’infezione, dallo stato immunitario e dall’urgenza del trattamento oncologico.
Herpes zoster e immunoterapia oncologica: esiste un rischio particolare?
L’immunoterapia oncologica non agisce sul sistema immunitario nello stesso modo della chemioterapia tradizionale.
Farmaci come gli inibitori dei checkpoint immunitari, utilizzati in diversi tumori solidi, mirano a potenziare la risposta immunitaria contro le cellule tumorali.
Per questo non devono essere considerati automaticamente equivalenti ai trattamenti immunosoppressivi.
Tuttavia, il rischio infettivo di un paziente dipende dall’intero quadro clinico.
Un paziente può ricevere contemporaneamente chemioterapia e immunoterapia oppure aver effettuato trattamenti precedenti che hanno compromesso le difese.
Inoltre, alcuni effetti collaterali immunomediati possono richiedere corticosteroidi ad alte dosi o altri farmaci immunosoppressori.
Queste condizioni possono modificare il rischio di riattivazione del virus.
Non è quindi corretto affermare che ogni paziente in immunoterapia abbia lo stesso rischio di herpes zoster.
La valutazione deve considerare il tipo di tumore, i trattamenti associati, le eventuali complicanze e lo stato immunitario.
Il vaccino ricombinante, non contenendo virus vivi, rappresenta un’opzione importante da discutere con l’oncologo anche in questo contesto.
Vaccino contro l’herpes zoster è raccomandato ai pazienti oncologici?
Il vaccino ricombinante adiuvato contro l’herpes zoster è indicato per gli adulti dai cinquant’anni e per quelli dai diciotto anni con un rischio aumentato di sviluppare la malattia.
Questa seconda indicazione è particolarmente rilevante per i pazienti oncologici immunocompromessi o destinati a ricevere trattamenti immunosoppressivi.
Il vaccino non contiene virus vivi e non può quindi provocare un’infezione da virus vaccinale.
La vaccinazione può essere presa in considerazione anche durante un percorso di cura oncologico, ma il momento della somministrazione deve essere concordato con l’équipe curante.
Quando possibile, è preferibile vaccinare prima dell’inizio di trattamenti che riducono significativamente la risposta immunitaria.
Se la terapia è già iniziata, l’oncologo può individuare una fase nella quale la risposta al vaccino abbia maggiori probabilità di essere adeguata.
La presenza di una neoplasia non significa automaticamente che ogni paziente abbia diritto alla stessa modalità di offerta gratuita. Le indicazioni dipendono dalle condizioni di rischio riconosciute e dalle disposizioni regionali.
Il Ministero della Salute prevede comunque la vaccinazione anti-zoster tra le misure raccomandate per diverse categorie di persone immunocompromesse.
Persone a rischio per patologia
Quando vaccinarsi contro l’herpes zoster durante la chemioterapia?
Il momento della vaccinazione rappresenta un aspetto importante per i pazienti oncologici.
Idealmente, il vaccino dovrebbe essere somministrato prima dell’inizio di un trattamento fortemente immunosoppressivo, quando il sistema immunitario può rispondere meglio.
Non sempre, però, è possibile attendere il completamento del ciclo vaccinale prima di iniziare le cure oncologiche.
In queste situazioni la vaccinazione può essere programmata durante il percorso terapeutico, scegliendo il momento più appropriato.
La decisione dipende dal tipo di chemioterapia, dagli intervalli tra i cicli e dalle condizioni ematologiche.
Nei pazienti sottoposti a trattamenti particolarmente intensivi, oppure dopo un trapianto di cellule staminali, possono essere necessari calendari specifici.
Non esiste quindi un intervallo valido per tutti i pazienti oncologici.
Il vaccino ricombinante non è vivo, ma una risposta immunitaria molto compromessa può ridurne l’efficacia.
Per questo è importante che la programmazione venga condivisa tra oncologo, medico di medicina generale e servizio vaccinale.
Come funziona il vaccino contro l’herpes zoster?
Il vaccino ricombinante adiuvato, commercializzato con il nome Shingrix, contiene una proteina del virus varicella-zoster, chiamata glicoproteina E.
Questa proteina viene riconosciuta dal sistema immunitario, che sviluppa una risposta protettiva contro il virus.
Il vaccino contiene inoltre un adiuvante, una componente progettata per potenziare la risposta immunitaria.
L’obiettivo è rafforzare soprattutto l’immunità cellulare, fondamentale per mantenere il virus in una condizione di latenza.
Il vaccino non impedisce il primo contagio da varicella e non viene utilizzato per curare un episodio attivo di herpes zoster.
Serve invece a ridurre la probabilità che il virus già presente nell’organismo si riattivi.
Gli studi clinici hanno mostrato un’efficacia superiore al 90% nella prevenzione dell’herpes zoster negli adulti immunocompetenti di almeno cinquant’anni, con variazioni secondo età e durata dell’osservazione.
Nelle persone immunocompromesse la protezione può essere inferiore e dipende dalle condizioni cliniche.
La vaccinazione riduce anche il rischio di nevralgia post-erpetica, una delle complicanze più debilitanti della malattia.
Quante dosi di vaccino contro l’herpes zoster servono?
Il ciclo del vaccino ricombinante prevede due dosi.
Nella maggior parte degli adulti, la seconda somministrazione viene effettuata da due a sei mesi dopo la prima.
Per alcune persone immunocompromesse, o destinate a diventarlo a causa di una terapia, può essere indicato un intervallo più breve.
In questi casi la seconda dose può essere somministrata dopo uno o due mesi, quando è necessario completare rapidamente la protezione.
La scelta della schedula dipende dalla valutazione clinica.
| Situazione | Indicazione generale |
|---|---|
| Adulti dai 50 anni | Due dosi, generalmente a distanza di 2-6 mesi |
| Adulti dai 18 anni con rischio aumentato | Due dosi secondo indicazione medica |
| Persone immunocompromesse selezionate | Possibile intervallo abbreviato di 1-2 mesi |
| Herpes zoster in fase attiva | Vaccinazione da rinviare fino alla risoluzione dell’episodio |
Non è attualmente previsto un richiamo periodico standard dopo il completamento delle due dosi.
La durata della protezione continua a essere monitorata attraverso studi di follow-up.
Chi ha diritto al vaccino gratuito contro l’herpes zoster in Italia?
Il Piano nazionale di prevenzione vaccinale prevede l’offerta attiva e gratuita della vaccinazione contro l’herpes zoster alle persone che compiono 65 anni.
La vaccinazione è inoltre raccomandata per determinate categorie di persone con condizioni cliniche che aumentano il rischio di sviluppare la malattia.
Tra queste rientrano persone con immunodeficienze congenite o acquisite, pazienti destinati a terapie immunosoppressive e persone con insufficienza renale cronica.
Sono inoltre previste indicazioni per soggetti con diabete, alcune patologie cardiovascolari e malattie respiratorie croniche.
Le modalità concrete di accesso e le eventuali estensioni dell’offerta possono variare tra Regioni.
Alcuni territori prevedono campagne rivolte a specifiche coorti di nascita oppure percorsi dedicati ai pazienti fragili.
Per conoscere le condizioni applicate nel proprio territorio è necessario consultare il servizio vaccinale della ASL.
La gratuità non deve essere confusa con l’indicazione clinica: un vaccino può essere raccomandato anche quando non rientra automaticamente nell’offerta gratuita prevista per una determinata persona.
Come prenotare il vaccino contro l’herpes zoster?
In Italia il principale riferimento per la vaccinazione contro l’herpes zoster è rappresentato dai servizi vaccinali delle ASL.
Le persone che rientrano nelle coorti di età previste possono ricevere una convocazione oppure prenotare attraverso i canali regionali.
In alcune aree sono disponibili piattaforme online, numeri telefonici dedicati o modalità di accesso tramite il medico di medicina generale.
Per i pazienti fragili, soprattutto quelli oncologici, può essere utile partire dallo specialista che segue la malattia.
L’oncologo o l’ematologo può infatti valutare l’indicazione alla vaccinazione e il momento più appropriato rispetto ai trattamenti.
In alcuni ospedali sono presenti percorsi vaccinali dedicati ai pazienti immunocompromessi.
Prima della somministrazione vengono generalmente verificate le condizioni cliniche, le eventuali controindicazioni e la storia vaccinale.
Chi ha già avuto il Fuoco di Sant’Antonio può comunque essere candidato alla vaccinazione, perché l’infezione naturale non garantisce una protezione permanente.
La vaccinazione non deve però essere effettuata durante un episodio acuto.
Come si cura l’herpes zoster?
Il trattamento dell’herpes zoster si basa principalmente sull’impiego di farmaci antivirali.
Tra i principi attivi utilizzati figurano aciclovir, valaciclovir e famciclovir. Questi medicinali limitano la replicazione del virus e possono ridurre la durata e la gravità dell’infezione.
La terapia è più efficace quando viene iniziata entro 72 ore dalla comparsa dell’eruzione cutanea.
Questo intervallo non rappresenta però un limite assoluto. Anche dopo tre giorni il trattamento può essere indicato, soprattutto in presenza di nuove vescicole, coinvolgimento oculare o immunodepressione.
Nei pazienti oncologici e nelle persone con infezioni particolarmente gravi può essere necessario un trattamento antivirale per via endovenosa.
Il dosaggio e la durata della terapia devono essere adattati alle condizioni cliniche e alla funzionalità renale.
Quest’ultimo aspetto è importante perché alcuni antivirali vengono eliminati prevalentemente attraverso i reni.
Per controllare il dolore possono essere utilizzati analgesici e, quando necessario, farmaci specifici per il dolore neuropatico.
Le creme antivirali applicate localmente non sostituiscono la terapia sistemica quando questa è indicata.
Come si cura la nevralgia post-erpetica?
La nevralgia post-erpetica è un dolore neuropatico che persiste dopo la risoluzione dell’eruzione cutanea.
In ambito clinico viene spesso definita come dolore che continua per almeno 90 giorni dall’inizio dell’herpes zoster, anche se negli studi vengono utilizzati intervalli differenti.
Il dolore nasce dall’alterazione delle fibre nervose coinvolte nell’infezione.
Per questo può persistere anche quando la pelle appare completamente guarita.
I comuni analgesici non sempre risultano sufficienti.
Il medico può prescrivere farmaci utilizzati per il dolore neuropatico, come gabapentin o pregabalin, oppure alcuni antidepressivi con azione analgesica.
In determinate situazioni possono essere utilizzati trattamenti locali, come cerotti alla lidocaina.
La scelta dipende dall’età, dalle altre malattie, dalla funzionalità renale e dai farmaci già assunti.
Nei pazienti oncologici è particolarmente importante distinguere la nevralgia post-erpetica da altre possibili cause di dolore, comprese neuropatie provocate dai trattamenti antitumorali.
Quali sono gli effetti collaterali del vaccino contro l’herpes zoster?
Il vaccino ricombinante contro l’herpes zoster può provocare reazioni locali e generali, generalmente transitorie.
Il disturbo più frequente è il dolore nel punto dell’iniezione, talvolta accompagnato da rossore o gonfiore.
Possono inoltre comparire stanchezza, dolori muscolari, mal di testa, brividi, febbre e disturbi gastrointestinali.
Nella maggior parte dei casi queste reazioni si risolvono entro due o tre giorni.
La loro comparsa non significa che il vaccino abbia provocato l’herpes zoster.
Il vaccino ricombinante non contiene infatti virus vivi e non può causare la malattia attraverso la replicazione del virus vaccinale.
Le reazioni allergiche gravi sono rare, ma una precedente anafilassi a un componente del prodotto costituisce una controindicazione.
Nei pazienti oncologici è opportuno concordare la vaccinazione con l’équipe curante anche per distinguere eventuali reazioni vaccinali dai sintomi associati ai trattamenti.
Herpes zoster e demenza: quali sono le ultime novità scientifiche?
Una delle novità più interessanti della ricerca riguarda il possibile rapporto tra vaccinazione contro l’herpes zoster e rischio di demenza.
Uno studio pubblicato su Nature nell’aprile 2025 ha analizzato un particolare programma vaccinale del Galles, sfruttando le differenze di accesso al vaccino determinate dalla data di nascita.
I ricercatori hanno osservato che la vaccinazione con il precedente vaccino vivo attenuato era associata a una riduzione relativa di circa il 20% delle nuove diagnosi di demenza nell’arco di sette anni.
Il risultato ha suscitato grande interesse perché il metodo utilizzato permette di ridurre alcune distorsioni tipiche degli studi osservazionali.
Uno studio pubblicato su Nature Communications il 9 febbraio ha analizzato 65.800 persone vaccinate con due dosi del vaccino ricombinante e 263.200 soggetti non vaccinati, selezionati come gruppo di confronto.
I risultati hanno mostrato un’associazione tra vaccinazione e una riduzione del rischio di diagnosi di demenza.
La stima principale indicava un rischio relativo inferiore del 51% nel gruppo vaccinato. Tuttavia, gli autori hanno evidenziato anche il possibile ruolo delle differenze tra chi sceglie di vaccinarsi e chi non lo fa.
Si tratta quindi di risultati promettenti, ma non di una dimostrazione definitiva che il vaccino prevenga l’Alzheimer.
Il vaccino contro l’herpes zoster può prevenire l’Alzheimer?
L’ipotesi che il vaccino contro l’herpes zoster possa contribuire a ridurre il rischio di demenza è oggetto di crescente interesse scientifico.
Una possibile spiegazione riguarda il ruolo delle infezioni virali e dell’infiammazione nei processi che possono contribuire al deterioramento cognitivo.
Il virus varicella-zoster è un virus neurotropo, capace di rimanere latente nelle strutture nervose.
Ridurre le riattivazioni potrebbe quindi limitare alcuni processi infiammatori potenzialmente rilevanti per la salute cerebrale. Un’altra ipotesi riguarda gli effetti immunologici degli adiuvanti contenuti nei vaccini.
Uno studio pubblicato nel 2025 su npj Vaccines ha osservato associazioni tra una minore incidenza di demenza e vaccini contenenti lo stesso adiuvante AS01, utilizzato anche contro il virus respiratorio sinciziale.
Questi risultati suggeriscono che la possibile protezione potrebbe dipendere da più meccanismi.
Resta però necessario distinguere l’associazione statistica dalla causalità.
Attualmente il vaccino contro l’herpes zoster è autorizzato per prevenire la riattivazione del virus e la nevralgia post-erpetica, non per prevenire la demenza.
Gli studi in corso dovranno chiarire se esista un beneficio neurologico indipendente e quale sia la sua entità.
Perché la prevenzione dell’herpes zoster è particolarmente importante in oncologia?
La prevenzione dell’herpes zoster rappresenta un aspetto concreto della protezione dei pazienti oncologici.
Un’infezione dolorosa può compromettere il sonno, l’alimentazione e la qualità della vita di una persona già impegnata in un percorso terapeutico complesso.
Nei casi più gravi può richiedere il ricovero o modificare temporaneamente la programmazione delle cure.
Il rischio è particolarmente importante nei pazienti con tumori ematologici, nei soggetti sottoposti a trattamenti immunosoppressivi e nelle persone con difese immunitarie compromesse.
Il vaccino ricombinante offre una possibilità di prevenzione anche a molti pazienti che non potrebbero ricevere vaccini vivi attenuati.
L’Agenzia europea per i medicinali riporta risultati favorevoli anche negli studi condotti su persone sottoposte a trapianto autologo di cellule staminali e su pazienti con tumori del sangue.
L’efficacia varia secondo la popolazione considerata, ma i dati confermano l’utilità della vaccinazione nelle categorie ad alto rischio.
Integrare la valutazione vaccinale nel percorso oncologico permette di individuare il momento più appropriato per somministrare le due dosi.
La decisione deve essere personalizzata, ma la prevenzione non dovrebbe essere trascurata soltanto perché il paziente sta affrontando un trattamento antitumorale.
Dipende. Se una persona non ha mai avuto la varicella, oppure non sa se l’ha avuta, bisogna distinguere il vaccino contro la varicella da quello contro l’herpes zoster. Sono due vaccini diversi, con indicazioni differenti.
Se non ha mai avuto la varicella?
L’herpes zoster è causato dalla riattivazione del virus della varicella, che rimane latente nei gangli nervosi dopo l’infezione.
Una persona che non ha mai contratto la varicella e non è mai stata vaccinata contro questa malattia, quindi, non ospita il virus latente e non può sviluppare un herpes zoster da riattivazione.
In questo caso, il vaccino ricombinante contro l’herpes zoster (Shingrix) non sostituisce il vaccino contro la varicella e non è indicato per prevenire la prima infezione.
Per una persona suscettibile, il medico valuterà invece la vaccinazione contro la varicella.
Se non ricorda di aver avuto la varicella?
La situazione è differente. Molti adulti hanno contratto la varicella durante l’infanzia senza ricordarlo, oppure hanno avuto una forma lieve.
Per questo, l’assenza di un ricordo non significa necessariamente che la persona sia suscettibile.
Negli adulti che rientrano nelle categorie per le quali è raccomandato il vaccino contro l’herpes zoster, generalmente non è necessario effettuare un esame degli anticorpi prima della vaccinazione.
Se però esistono motivi concreti per sospettare che la persona non abbia mai incontrato il virus, il medico può valutare un esame sierologico per gli anticorpi IgG anti-VZV.
E per i pazienti oncologici?
In questo caso la distinzione è particolarmente importante.
Se il paziente non ha mai avuto la varicella ed è sieronegativo, il problema principale è prevenire l’infezione primaria, che può essere particolarmente grave durante la chemioterapia o in presenza di immunodepressione.
Il vaccino contro la varicella contiene virus vivi attenuati e può essere controindicato durante trattamenti immunosoppressivi.
Shingrix, invece, è un vaccino ricombinante non vivo, ma non è autorizzato per prevenire la varicella.
Per questo, nei pazienti oncologici con storia incerta di varicella, può essere utile verificare lo stato immunitario prima di definire la strategia vaccinale.
| Situazione | Cosa valutare |
|---|---|
| Varicella avuta in passato | Vaccino anti-zoster se indicato per età o rischio |
| Non ricorda se ha avuto la varicella | Generalmente non serve il test prima di Shingrix, salvo situazioni particolari |
| Mai avuta la varicella, suscettibilità confermata | Valutare il vaccino contro la varicella, non Shingrix come sostituto |
| Paziente oncologico con storia incerta | Valutazione specialistica ed eventuale sierologia anti-VZV |
Il vaccino contro l’herpes zoster serve a prevenire la riattivazione del virus, non la prima infezione da varicella. Nelle persone con storia incerta non è generalmente richiesta una verifica degli anticorpi, ma nei pazienti immunocompromessi la valutazione può essere particolarmente utile per scegliere la prevenzione appropriata.
FAQ sull’herpes zoster
L’herpes zoster può venire anche a chi ha già avuto la varicella?
Sì. L’herpes zoster è proprio la riattivazione del virus che rimane nell’organismo dopo la varicella. Può comparire anche molti decenni dopo l’infezione iniziale.
Il Fuoco di Sant’Antonio può tornare una seconda volta?
Sì. L’herpes zoster può recidivare, soprattutto nelle persone con difese immunitarie ridotte. Anche chi ha già avuto la malattia può beneficiare della vaccinazione.
Chi ha un tumore può fare il vaccino contro l’herpes zoster?
Molti pazienti oncologici possono ricevere il vaccino ricombinante, che non contiene virus vivi. La decisione e il momento della somministrazione devono essere concordati con l’oncologo.
Il vaccino contro l’herpes zoster è gratuito dopo i 65 anni?
In Italia è prevista l’offerta attiva e gratuita alle persone che compiono 65 anni. Le modalità di recupero delle coorti precedenti e le estensioni ad altre categorie dipendono dalle disposizioni regionali.
Si può fare il vaccino durante la chemioterapia?
In determinate condizioni sì, ma il momento deve essere valutato dallo specialista. Quando possibile, è preferibile vaccinarsi prima di iniziare trattamenti fortemente immunosoppressivi.
Dopo quanto tempo passa il Fuoco di Sant’Antonio?
Le lesioni cutanee guariscono generalmente in due-quattro settimane. Il dolore può però persistere più a lungo, soprattutto nelle persone anziane.
Il vaccino contro l’herpes zoster protegge anche dall’Alzheimer?
Alcuni studi recenti hanno osservato un’associazione tra vaccinazione e minore rischio di demenza. Non è però ancora dimostrato un effetto preventivo diretto e il vaccino non è autorizzato per questa indicazione.
