MARILINA VECA È UNA GIORNALISTA, SCRITTRICE E FIGURA IMPEGNATA NEL PANORAMA INTERNAZIONALE, CON UNA FORMAZIONE ACCADEMICA IN LETTERE OTTENUTA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA”.

SPECIALIZZATASI IN PALEOGRAFIA LATINA, ARCHIVISTICA E DIPLOMATA PRESSO L’ARCHIVIO SEGRETO VATICANO, MARILINA HA PORTATO AVANTI UNA CARRIERA RICCA DI ESPERIENZE.

HA LAVORATO NEL SETTORE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI E CONTRIBUENDO ALL’ORGANIZZAZIONE DI CONFERENZE DI RILIEVO INTERNAZIONALE.

VENERDÌ 12 GENNAIO, PRESSO LA LIBRERIA ANOMALA-CENTRO DI DOCUMENTAZIONE ANARCHICA A ROMA, ZONA SAN LORENZO, PRESENTERÀ IL SUO ULTIMO LAVORO DAL TITOLO “URANIO IMPOVERITO: LA TERRA É TUTTA IN LUTTO”. ALL’INCONTRO PRENDERÀ PARTE L’AVV. EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA)

L’impegno di Marilina Veca 

Marilina Veca, giornalista e scrittrice, esperta sul tema “uranio impoverito”

Oltre al suo impegno professionale, Marilina Veca è presidente della Onlus “Rinascere/Progetto Danzando nelle Diaspore”, un’organizzazione votata a sostenere progetti di pace e umanitari, in particolare nelle enclavi del Kosovo e Metohija. La sua attività in questa sfera umanitaria si estende anche in collaborazione con il progetto “Arca di pace”, supportato dalla Provincia di Roma, dalla Comunità Montana dell’Aniene e dall’UNESCO.

L’autrice ha dato altresì voce a tematiche spesso trascurate in molti dei suoi libri come “Scandalo Somalia. Anatomia di un falso”, “La nebulosa del caso Moro”, e “Baracche e sogni a Pratorotondo”, quest’ultimo pubblicato nel 2021.

Marilina Veca ha anche preso parte, in qualità di docente, al Corso di Formazione sullo Stalking e al master dell’Università di Camerino intitolato “Stalking e molestie assillanti”. 

La sua incisiva presenza nel mondo accademico e nel campo delle problematiche sociali e umanitarie la rende una figura autorevole e impegnata. 

Attraverso opere come “ZLOČINI/ crimini” e altre pubblicazioni, Marilina, ha affrontato tematiche complesse e importanti come la questione del Kosovo e Metohija, e il traffico d’organi a danno dei serbi scomparsi nella regione.

“Uranio impoverito: la Terra è tutta un lutto”: il nuovo libro di Marilina Veca 

Il nuovo libro di Marilina Veca sull’uranio impoverito

Lo scritto, incentrato sulla delicata tematica dell’uranio impoverito, fornisce una visiona chiara e articolata delle implicazioni legate al materiale radioattivo, sia per la salute, sia per l’ambiente, sottolineando la necessità di farne emergere la reale portata e le responsabilità connesse.

All’incontro del 12 gennaio prenderà parte anche l’Avv. Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), una figura di spicco nel settore, che da anni si dedica con passione e impegno alle questioni dell’amianto e del DU (acronimo che indica il depleted uranium, uranio impoverito). 

Esperto nella tutela delle vittime e nella ricerca della giustizia per coloro che hanno subito danni a causa dell’esposizione ad amianto e uranio impoverito, la sua partecipazione all’incontro promette un contributo significativo, fornendo una prospettiva legale approfondita e articolata su questi temi delicati e fondamentali per la salute e per l’ambiente.

Come cominciò la guerra infinita e mai dichiarata

Marilina, ad oggi non esiste un riconoscimento ufficiale di questa “guerra”. Non appare nei libri di storia. Che storia è quella dell’uranio impoverito? 

«Questa è la storia di una guerra che non esiste, non appare sui libri di storia, non è mai stata dichiarata. Anche se tante persone hanno subito morte e dolore a causa di questa guerra che non esiste, anche se tanti territori sono stati contaminati, anche se intere popolazioni sono state decimate.  

Rappresenta la storia di un crimine subdolo che si perpetua nel tempo, che non finisce ma anzi peggiora nel tempo, è una storia fatta di milioni di microstorie di ingiustizia e di vergogna. 

È la storia dell’uranio impoverito, dei veleni di guerra, e delle loro nefaste e continuate conseguenze. Ed è una storia che pochi vogliono raccontare, che pochi vogliono ascoltare». 

14 giugno 2023: una notizia bomba 

Il 14 giugno del 2023 è emersa una notizia rilevante, ma sorprendentemente silenziata dai media, riguardante il processo a cinque generali, tra cui l’ex capo di stato maggiore Generale Claudio Graziano, accusati di disastro ambientale in relazione alle esercitazioni Nato in Sardegna. 

Questo evento solleva importanti interrogativi sulla gestione delle attività militari e i loro impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica.

Considerando che il dibattimento si è aperto il 5 gennaio 2024, la mia domanda è la seguente:

Qual è l’importanza di questo processo contro i cinque alti ufficiali accusati di disastro ambientale in relazione alle esercitazioni Nato in Sardegna?

Quali potrebbero essere le implicazioni a livello nazionale e internazionale in termini di responsabilità delle forze armate per gli impatti ambientali delle loro attività?

La spiegazione di Marilina Veca 

«L’importanza di questo processo risiede nella messa sotto accusa di alti ufficiali militari, incluso l’ex capo di stato maggiore Generale Claudio Graziano, per il presunto disastro ambientale causato dalle esercitazioni Nato in Sardegna. 

Presentazione del libro di Marilina Veca

Il fatto che il dibattimento si è aperto il 5 gennaio 2024 indica una seria considerazione delle implicazioni di lunga data delle attività militari sul territorio.

Le conseguenze di questo processo potrebbero avere risonanze a livello nazionale e internazionale, evidenziando la necessità di una maggiore responsabilità delle forze armate per gli impatti ambientali delle loro operazioni. 

Inoltre, la mancata inclusione dei cittadini che hanno subito danni, come quelli che hanno presentato l’esposto iniziale, come parte civile suscita interrogativi sulla giustizia e sulla rappresentanza dei danneggiati in situazioni simili.

Questo caso potrebbe catalizzare un dibattito più ampio sulla gestione delle esercitazioni militari, sottolineando la necessità di riconsiderare le pratiche che coinvolgono il territorio e la salute pubblica. 

La Sardegna, offrendo il proprio territorio per manovre militari e la produzione di armi, potrebbe diventare un centro di discussione sul ruolo delle regioni nell’affrontare le questioni legate alla difesa e alla sicurezza, bilanciando la necessità di addestramento militare con la tutela dell’ambiente e della salute delle comunità locali». 

Attori protagonisti

Nello specifico, chi sono gli “attori” coinvolti a processo e perché?

«Come dicevamo, tra gli imputati, l’ex capo di stato maggiore – dal 2014 al 2018 – Generale Claudio Graziano, attualmente presidente del CdA di Fincantieri. 

E sotto processo sono finite anche le esercitazioni Nato in Sardegna e le loro conseguenze per l’ambiente e la salute. 

Il GUP del Tribunale di Cagliari, Giuseppe Pintori, ha rinviato a giudizio cinque alti ufficiali dell’esercito.

Per loro, l’ipotesi di disastro ambientale colposo nell’ambito di un’indagine della procura della Repubblica sugli effetti di decenni di esercitazioni militari Nato e italiane nel poligono di Teulada. 

A processo, anche Giuseppe Valotto, capo di stato maggiore dell’esercito dal 2009 al 2011, Domenico Rossi, sottocapo di stato maggiore dal 2010 al 2013. 

E poi, Danilo Errico, capo del terzo reparto infrastrutture dell’esercito dal 2008 al 2013 e Sandro Santroni, comandante dell’esercito in Sardegna sino a ottobre 2010»

La voce ai pacifisti  

Marilina, Cosa dice il fronte pacifista a riguardo? 

«Dal fronte pacifista un primo commento arriva dal Comitato per la riconversione della Rwm, che si batte contro la produzione, nella fabbrica che il gruppo tedesco Rheinmetall gestisce in Sardegna, delle bombe che i sauditi impiegano nella guerra in Yemen.

 «Che si svolga un processo è un fatto importante e non scontato.

Anche se dispiace che i cittadini che hanno presentato l’esposto dal quale è partita l’indagine e che hanno avuto morti in famiglia per tumori e per altre patologie causate dalle esercitazioni militari non siano stati riconosciuti come parte civile. Fabbriche di armi e manovre Nato.

La Sardegna offre il suo territorio per preparare tutte le guerre del mondo. È ora di invertire la rotta»

Focus sull’uranio impoverito

Marilina Veca: Un libro denuncia sull’uranio impoverito

Marilina, considerando la complessità e le potenziali implicazioni dell’utilizzo dell’uranio impoverito nelle munizioni, potrebbe spiegarci più approfonditamente come e quando questo pericoloso materiale è stato e viene tuttora impiegato?

Quali sono le sue caratteristiche fisiche e chimiche che lo rendono particolarmente efficace contro le corazzature?

«Le munizioni all’uranio impoverito sono state utilizzate durante la prima guerra del Golfo da parte dell’esercito statunitense, principalmente per mezzo di cannoni i cui proiettili contenevano ognuno 272 grammi di uranio impoverito

L’uranio impoverito veniva, e viene, usato nelle munizioni anticarro e nelle corazzature di alcuni sistemi d’arma. 

“Se adeguatamente legato e trattato ad alte temperature (ad esempio con 2% di molibdeno o 0,75% di titanio. In aggiunta, temprato rapidamente a 850 °C in olio o acqua, successivamente mantenuto a 450 °C per 5 ore), l’uranio impoverito diviene duro e resistente come l’acciaio temprato”.

In combinazione con la sua elevata densità, se usato come componente di munizioni anticarro esso risulta molto efficace contro le corazzature. Decisamente superiore al più costoso tungsteno monocristallino, il suo principale concorrente». 

Ulteriori dettagli

«Per questo, essendo estremamente denso e piroforico (capace di accendersi spontaneamente), negli anni sessanta le forze armate statunitensi iniziarono ad interessarsi all’uso dell’uranio impoverito.

La tipica munizione all’uranio impoverito è costituita da un rivestimento (sabot) che viene perduto in volo per effetto aerodinamico e da un proiettile penetrante, chiamato “penetratore”. Questa è la parte che effettivamente penetra nella corazzatura, per il solo effetto dell’alta densità unita alla grande energia cinetica dovuta all’alta velocità. 

Il processo di penetrazione polverizza la maggior parte dell’uranio che esplode in frammenti incandescenti (fino a 3.000 °C) nel momento in cui colpisce l’aria dall’altra parte della corazzatura perforata, aumentandone l’effetto distruttivo ed altamente tossico. 

Le munizioni di questo tipo vengono chiamate nella terminologia militare API, Armor Piercing Incendiary, ovvero munizioni perforanti incendiarie

L’uranio impoverito è stato usato anche nella seconda guerra del Golfo, nella missione Ibis/Restore Hope in Somalia.

Stesso impiego nella distruzione della Jugoslavia operata dalla NATO con l’intervento in Bosnia-Erzegovina, nell’aggressione alla Serbia per le criticità relativa al Kosovo». 

Un recente interesse mediatico: qualcosa sta cambiando?

A cosa di deve il recente interesse mediatico sull’uranio impoverito, tema a lungo ignorato dai media?

In che modo la decisione del Regno Unito di inviare munizioni all’uranio impoverito in Ucraina ha influenzato la percezione internazionale del conflitto e suscitato preoccupazioni riguardo all’escalation del confronto?

«Recentemente, nell’aprile 2023, questo tema pressoché ignorato dai media europei, è improvvisamente comparso sulle prime pagine.

L’hanno rilanciato come notizia “nuova” e sconvolgente – della quale in realtà i grandi media si rifiutano di parlare da anni – a causa della notizia, arrivata da Londra, dell’invio a Kiev di proiettili contenenti uranio impoverito da parte del Regno Unito.

La decisione, annunciata dal vice-ministro della Difesa Annabel MacNicoll Goldie in un suo intervento alla Camera dei Lord, riguardava l’invio di proiettili perforanti Charm 1 e Charm 3.

I proiettili si usavano come munizioni per i cannoni da 120 millimetri montati sui tank dell’esercito britannico, i Challenger 2, che Londra ha deciso di inviare all’Ucraina.

Commentando la notizia, il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato: “I proiettili con uranio impoverito sono un passo ulteriore verso l’escalation del conflitto”. Inoltre “l’utilizzo di munizioni con uranio impoverito da parte dell’esercito di Kiev danneggerà l’agricoltura dell’Ucraina”. 

Il presidente della Duma russa, Vyacheslav Volodin, ha dichiarato che la decisione inglese sull’invio di munizioni all’uranio impoverito porterà ad una tragedia su scala globale, che colpirà principalmente gli stati europei.

In realtà il munizionamento all’uranio impoverito è considerato dal governo di Londra “un materiale standard” utilizzato dall’esercito britannico da decenni, come da altri Paesi dell’Alleanza Atlantica, in grado di far proseguire indefinitamente la guerra, accrescendo la distruzione dei territori paese e il numero delle vittime militari e civili»

Uranio impoverito: un triste “capitolo” in Sardegna 

Veniamo ora all’Italia, perché l’uranio viene normalmente usato anche sul territorio nazionale, in Sardegna. Ci può raccontare qualcosa a riguardo?

«Nel Poligono di Quirra, il più grande della Nato in Europa, c’è l’uranio 238, l’assassino silenzioso artefice di questo crimine di guerra in tempo di pace: l’inquinamento bellico, che colpisce sia chi combatte sul campo di battaglia, sia chi vive vicino a quelle basi dove si sperimentano le armi e si fanno esplodere ordigni che ad alte temperature sprigionano questo materiale. 

Questa terra è stata espropriata e militarizzata ed ora ospita il 60% delle aree destinate al demanio militare italiano.

E questa morte crudele colpisce chi in guerra non c’è mai andato e mai ha pensato di andarci: i pastori che pascolano le loro greggi vicino al Poligono, che hanno visto prima nascere agnelli malformati e poi che si sono ammalati e sono morti, così, in pochi mesi, senza sapere perché.

Il personale che lavora nella base e gli agnelli con sei zampe; i bambini nati con malformazioni (a Escalaplano, 2.500 persone, sono una decina) e i giovani malati di leucemia».

Ancora sul Poligono di Quirra. Marilina Veca entra nel dettaglio

«Al Poligono vengono in tanti a sperimentare, aziende di armamenti francesi, inglesi, americane che hanno bisogno di testare le loro nuove armi, pagano, sparano e vanno via.

La base militare di Quirra apre le sue porte a tutti i giovani in età di leva. Promette pane, carne, carriera, soldi a chi si arruola. E alle madri e ai padri si illuminano gli occhi, perché lì, almeno saranno al sicuro – dicono.

Forse provare a cercare lavoro in città non sarebbe stato meglio? Ma quei padri e quelle madri non sanno che in quella base si sperimentano armi cosiddette non convenzionali.

Munizioni che impiegano uranio impoverito per aumentare la capacità di penetrazione, armi che portano contaminazione nel profondo della terra, nelle falde acquifere, per anni e anni e anni. Contaminazione e morte».

Implicazioni per la popolazione e per l’ambiente sardo

In Sardegna, quali sono le principali conseguenze, sulla salute e sull’ambiente, relative della presenza dell’uranio?

Si potrebbe parlare di  omertà da parte dei vertici? Come questa situazione influisce sulla percezione dell’isola?

«Sembra che la Sardegna non produca che morti. E la morte arriva silenziosa, senza un nome, senza un motivo – almeno apparentemente.

Perché c’è qualcuno che sa, anzi molti, che hanno la responsabilità di quello che accade ma tacciono. Omertosi e criminali, riparati dietro il loro muro di gomma.

E di nomi questa morte strisciante in realtà ne ha molti: leucemia fulminante, linfoma di Hodgkin, linfoma non Hodgkin, tumori di ogni tipo.

Dentro il corpo di chi è esposto all’uranio impoverito si sviluppa un tipo letale di tumore. Leucemia fulminante, la chiamano, una vera e propria sentenza di morte. Il midollo, il sangue, i globuli si distruggono tutti». 

Sardegna: la zona più militarizzata al mondo. A spiegarlo, Marilina Veca

«La Sardegna è la regione più militarizzata del mondo: 7.200 ettari di terreno, 75.000 ettari di zone di restrizione dello spazio aereo e della navigazione.

Qui la geografia disegna percorsi di morte in un territorio che abbraccia tutti i tipi di paesaggio, terra rocciosa, montagne granitiche, l’estensione trasparente del mare.

Le basi sono basi di tutto rispetto; i militari americani viaggiano dall’altra parte del mondo per esportare la democrazia in poveri paesi arretrati, come l’Italia.

Una democrazia rivestita di morte e distruzione. Poco tempo fa abbiamo appreso di un atto della giustizia che, senza retorica, possiamo definire storico.

È stata pubblicata la sentenza definitiva della Corte d’Appello sul caso di un sottufficiale morto di cancro dopo la missione in Kosovo. Hanno sancito “l’inequivoca certezza” del nesso di causalità tra esposizione alla sostanza tossica e la malattia.

Hanno dimostrato che i vertici militari conoscevano i pericoli e non hanno fatto nulla per prevenirli”. Silenzi, omissioni e verità nascoste, una vera e propria cortina di omertà, di deresponsabilizzazione, di morte e sofferenza.

Uno spiraglio di luce lo rivela la prima pronuncia della corte d’appello di Roma, definitiva dal 20 maggio 2019, una sentenza shock.

La decisione della prima sezione civile della corte d’appello di Roma conferma, come già accertato dal tribunale, “in termini di inequivoca certezza, il nesso di causalità tra l’esposizione alle polveri di uranio impoverito e la patologia tumorale” e la colpevolezza del Ministero della Difesa.

Sanziona inoltre, come già fatto dal giudice di primo grado, anche la condotta dei vertici delle Forze Armate.

Questi avrebbero infatti omesso di informare i soldati “circa lo specifico fattore di rischio connesso dell’esposizione all’uranio impoverito”».

Uso dei proiettili all’uranio impoverito. Chi furono i primi a parlarne

Marilina, quando e da chi è stata confermata l’utilizzazione dei proiettili all’uranio impoverito, noti come DU (Depleted Uranium)?

«L’utilizzo dei proiettili all’uranio impoverito (cosiddetti DU) “era stato confermato da un memorandum.

Quello cioè del Department of the Army – Office of General Surgeon” del 16 agosto 1993.

Ma anche “dalla Conferenza di Bagnoli del luglio 1995″, dalla “relazione della commissione d’inchiesta del Senato approvata in data 13 febbraio 2006″ e “dalla deposizione del dottor Armando Benedetti”.

Quest’ultimo era un esperto qualificato in radio protezione del Cisam (il Centro interforze studi per le applicazioni militari).

Fu persino ascoltato proprio dalla commissione parlamentare in merito all’utilizzo del DU in Kosovo ed alla riscontrata presenza della sostanza nella catena alimentare.

Tutti elementi dai quali «poteva evincersi che il ministero della Difesa fosse a conoscenza dell’esistenza dell’uranio impoverito durante la missione di pace o quanto meno sul serio rischio del suo utilizzo nell’area, nonché degli effetti del DU per la salute umana”.

Insomma, secondo i giudici, sussistevano “tutti i requisiti per configurare una responsabilità del ministero della Difesa… per avere colposamente omesso di adottare tutte le opportune cautele atte a tutelare i propri militari dalle conseguenze dell’utilizzo dell’uranio impoverito”».