Infezioni nelle RSA: nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA) italiane migliaia di persone sviluppano ogni anno un’infezione correlata all’assistenza. Secondo i dati di un progetto coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, la prevalenza media è del 2,6% dei residenti e quasi la metà dei microrganismi isolati presenta resistenza ad almeno una classe di antibiotici. Lo studio evidenzia anche che molte di queste infezioni potrebbero essere prevenute attraverso strategie organizzative, sorveglianza e migliori pratiche assistenziali.
Le infezioni nelle RSA correlate all’assistenza rappresentano una sfida
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Quando si parla di infezioni correlate all’assistenza (ICA), il pensiero va spesso agli ospedali. In realtà, anche le residenze sanitarie assistenziali rappresentano un contesto particolarmente delicato, perché ospitano persone anziane, fragili e frequentemente affette da più patologie croniche.
In queste strutture convivono fattori che aumentano il rischio di infezione. L’età avanzata comporta una riduzione delle difese immunitarie, mentre malattie come diabete, insufficienza cardiaca o patologie neurologiche rendono l’organismo più vulnerabile. A questo si aggiunge il frequente utilizzo di dispositivi medici, come cateteri urinari o accessi venosi, che possono rappresentare una porta d’ingresso per i microrganismi.
I risultati del progetto promosso dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM) del Ministero della Salute e pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità confermano che il problema interessa una quota significativa di residenti e richiede un approccio strutturato, capace di coniugare prevenzione, formazione del personale e sorveglianza epidemiologica.
Infezioni nelle RSA: lo studio dell’Istituto Superiore di Sanità
L’indagine è stata realizzata nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero della Salute che ha coinvolto cinque Regioni, cinque Università e l’Istituto Superiore di Sanità.
L’obiettivo era fotografare la diffusione delle infezioni correlate all’assistenza nelle RSA italiane e valutare, nello stesso tempo, l’utilizzo degli antibiotici e il fenomeno dell’antibiotico-resistenza.
Il progetto ha riunito competenze provenienti dal mondo accademico, dalla sanità pubblica e dalle amministrazioni regionali per costruire strumenti condivisi e scientificamente validati. Secondo gli esperti, questa collaborazione rappresenta un passaggio fondamentale per migliorare la qualità dell’assistenza nelle strutture residenziali e rendere più omogenei i sistemi di monitoraggio.
Uno degli aspetti emersi riguarda infatti la notevole eterogeneità delle RSA italiane, che differiscono per dimensioni, organizzazione, intensità assistenziale e tipologia di pazienti accolti. Questa variabilità rende più complesso definire standard uniformi e confrontare i dati raccolti nelle diverse realtà territoriali.
I dati dell’indagine HALT: il 2,6% dei residenti aveva almeno un’infezione
Per misurare la diffusione del fenomeno è stata utilizzata l’indagine HALT (Healthcare-Associated infections in Long-Term care facilities), uno dei principali sistemi europei di sorveglianza delle infezioni nelle strutture di lungodegenza.
La rilevazione è stata condotta nel 2024 su un campione nazionale composto da 470 RSA e 31.670 residenti.
Nel giorno dell’indagine, il 2,6% degli ospiti presentava almeno un’infezione correlata all’assistenza. Si tratta di una prevalenza inferiore rispetto alla precedente rilevazione effettuata nel 2017, un dato che suggerisce alcuni miglioramenti nelle strategie di prevenzione adottate negli ultimi anni.
Pur rappresentando una fotografia riferita a un preciso momento temporale, questi risultati consentono di stimare che, considerando l’intero sistema delle RSA italiane, migliaia di persone convivano quotidianamente con un’infezione acquisita durante il percorso assistenziale.
Gli esperti sottolineano che la riduzione osservata non deve far abbassare la guardia. Le persone ricoverate nelle RSA continuano infatti a rappresentare una popolazione particolarmente vulnerabile alle complicanze infettive.
Infezioni nelle RSA: le infezioni urinarie e respiratorie sono le più frequenti
L’analisi delle diverse tipologie di infezione mostra un quadro piuttosto chiaro.
Le infezioni delle vie urinarie rappresentano la forma più comune, con il 37,8% di tutti i casi rilevati. Seguono le infezioni respiratorie, che costituiscono il 33,3% del totale.
Questa distribuzione riflette le caratteristiche cliniche della popolazione residente. Molti anziani utilizzano infatti cateteri urinari permanenti oppure presentano difficoltà nella completa evacuazione della vescica, condizioni che aumentano il rischio di infezioni del tratto urinario.
Anche le infezioni respiratorie sono favorite dall’età avanzata, dalla ridotta mobilità, dalla presenza di malattie croniche polmonari e dalle difficoltà di deglutizione che possono favorire episodi di polmonite da aspirazione.
Oltre alle conseguenze dirette sulla salute, queste infezioni comportano spesso ricoveri ospedalieri, peggioramento dell’autonomia, aumento dell’utilizzo di antibiotici e un incremento significativo dei costi assistenziali.
Infezioni nelle RSA: antibiotici ancora molto utilizzati nelle strutture residenziali
L’indagine ha analizzato anche il ricorso agli antimicrobici.
Tra i 31.670 residenti coinvolti nello studio, 915 persone, pari al 2,9%, erano in trattamento con almeno un antibiotico nel giorno della rilevazione.
Le classi di farmaci maggiormente utilizzate erano le penicilline, che rappresentavano il 26,3% delle prescrizioni, seguite dalle cefalosporine con il 24,6% e dai fluorochinoloni con il 10,5%.
L’uso degli antibiotici è spesso indispensabile per trattare infezioni batteriche documentate. Tuttavia, gli esperti ricordano che una prescrizione non appropriata o prolungata può favorire la selezione di batteri sempre più resistenti ai trattamenti disponibili.
Per questo motivo le RSA sono chiamate a sviluppare programmi di antimicrobial stewardship, cioè strategie che aiutino i professionisti sanitari a utilizzare gli antibiotici solo quando realmente necessari, scegliendo il farmaco più adatto, il dosaggio corretto e la durata appropriata della terapia.
Quasi la metà dei batteri monitorati è resistente agli antibiotici
Il dato probabilmente più preoccupante emerso dal progetto riguarda l’antibiotico-resistenza.
Secondo l’analisi microbiologica, il 46,2% dei microrganismi monitorati risultava resistente ad almeno una classe di antibiotici.
Questo significa che quasi un’infezione su due può essere causata da batteri più difficili da trattare con le terapie tradizionali.
L’antibiotico-resistenza rappresenta una delle principali minacce sanitarie individuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ogni utilizzo non necessario degli antibiotici esercita infatti una pressione selettiva sui batteri, favorendo la sopravvivenza dei ceppi resistenti.
Quando un’infezione è sostenuta da microrganismi resistenti, il trattamento può richiedere farmaci più complessi, tempi di guarigione più lunghi e, nei casi più gravi, aumentare il rischio di complicanze e mortalità.
Per le persone anziane, spesso già fragili e affette da pluripatologie, queste conseguenze possono risultare particolarmente rilevanti.
Perché prevenire le infezioni nelle RSA è più efficace che curarle
Una parte consistente delle infezioni correlate all’assistenza può essere evitata attraverso misure preventive consolidate.
L’igiene delle mani rappresenta ancora oggi l’intervento più efficace e meno costoso. A questa si affiancano la corretta gestione dei dispositivi invasivi, la pulizia degli ambienti, l’uso appropriato dei dispositivi di protezione individuale e il monitoraggio continuo dei casi sospetti.
Anche la formazione del personale sanitario riveste un ruolo fondamentale. Infermieri, operatori socio-sanitari e medici devono essere costantemente aggiornati sulle procedure di prevenzione e sull’identificazione precoce dei segni di infezione.
Un altro elemento essenziale riguarda la sorveglianza epidemiologica. Raccogliere dati affidabili consente infatti di individuare rapidamente eventuali focolai, valutare l’efficacia delle misure adottate e programmare interventi mirati.
Gli esperti sottolineano che la prevenzione non migliora soltanto la sicurezza dei residenti, ma contribuisce anche a limitare il consumo di antibiotici e a contrastare la diffusione dei batteri resistenti.
Un sistema molto esteso ma ancora frammentato
Lo studio richiama l’attenzione anche sulle caratteristiche organizzative del sistema delle RSA italiane.
Secondo i ricercatori, il settore rappresenta una componente fondamentale dell’assistenza sanitaria e sociale, con una disponibilità di posti letto superiore a quella degli ospedali per acuti: circa sette posti ogni mille abitanti contro tre.
Nonostante questa rilevanza, il panorama nazionale appare ancora fortemente frammentato sotto il profilo normativo, organizzativo e assistenziale.
Le strutture presentano differenze significative nelle modalità di gestione, nella dotazione di personale, nei percorsi clinici e negli standard di qualità. Inoltre, la distribuzione dei posti letto non è uniforme sul territorio nazionale. Le regioni del Sud dispongono generalmente di una minore offerta rispetto a molte aree del Centro-Nord, con possibili ripercussioni sull’accesso ai servizi per le persone non autosufficienti.
Secondo il coordinatore del progetto, Silvio Brusaferro, uno dei principali ostacoli riguarda proprio la difficoltà di classificare in modo omogeneo realtà molto diverse tra loro. Il termine “RSA” comprende infatti strutture con livelli assistenziali differenti, rendendo più complessa la definizione di standard comuni e l’elaborazione di raccomandazioni specifiche.
Cosa serve per ridurre il rischio nelle RSA
I risultati del progetto delineano alcune priorità per il futuro.
Rafforzare la sorveglianza delle infezioni, uniformare gli standard assistenziali, promuovere programmi di uso appropriato degli antibiotici e investire nella formazione continua del personale rappresentano interventi essenziali per migliorare la sicurezza dei residenti.
Anche il coinvolgimento delle direzioni sanitarie e delle amministrazioni regionali sarà determinante per favorire l’adozione di protocolli condivisi e sistemi di monitoraggio omogenei.
In un Paese caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione, il ruolo delle RSA è destinato a diventare sempre più centrale. Garantire ambienti assistenziali sicuri significa non solo prevenire infezioni evitabili, ma anche proteggere una delle fasce più fragili della popolazione e contribuire al contenimento dell’antibiotico-resistenza, riconosciuta a livello internazionale come una delle maggiori sfide della sanità pubblica del XXI secolo.
