IL RICOVERO OSPEDALIERO, PER MOLTI ANZIANI FRAGILI, NON SEGNA SOLO L’INIZIO DI UNA CURA, ma spesso rappresenta il momento in cui si perde autonomia, equilibrio fisico e capacità di tornare alla vita precedente. Secondo lo studio GRACE della SIGOT, oltre un paziente geriatrico fragile su due non rientra più a casa dopo la degenza ospedaliera. Nei casi più complessi, inoltre, la mortalità intraospedaliera sfiora il 19%.

La ricerca sarà uno dei temi centrali del 40° Congresso Nazionale SIGOT, in programma a Roma dal 20 al 22 maggio 2026, e rilancia una questione ormai cruciale per il sistema sanitario italiano: come assistere una popolazione sempre più anziana senza trasformare il ricovero in un acceleratore di disabilità e dipendenza assistenziale.

Perché il ricovero può peggiorare la fragilità degli anziani?

Negli ultimi anni la geriatria ha evidenziato con chiarezza un fenomeno spesso sottovalutato. Nell’anziano fragile, infatti, anche pochi giorni di immobilità, disorientamento e isolamento possono provocare un rapido declino funzionale.

L’ospedale resta indispensabile nelle fasi acute, ma il ricovero prolungato può favorire perdita di massa muscolare, peggioramento cognitivo, malnutrizione, delirium e riduzione dell’autonomia motoria. Per molte persone anziane, soprattutto quelle già affette da più patologie croniche, il problema non è soltanto superare la malattia acuta che ha causato il ricovero, ma riuscire poi a recuperare le capacità quotidiane precedenti.

È proprio questo il cuore della fragilità geriatrica: una condizione in cui piccoli eventi clinici possono determinare conseguenze molto più gravi rispetto a quanto accade negli adulti più giovani.

Lo studio GRACE: cosa succede agli anziani più vulnerabili?

Lo studio GRACE ha analizzato 893 pazienti con più di 65 anni ricoverati nell’Unità di Geriatria per acuti dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni-Addolorata. L’obiettivo era capire quanto la fragilità influenzi gli esiti del ricovero ospedaliero.

I risultati mostrano differenze impressionanti tra pazienti a basso rischio e pazienti più fragili. Nei soggetti ad alta vulnerabilità, la mortalità intraospedaliera arriva al 18,9%, contro lo 0,8% dei pazienti meno fragili. Anche la probabilità di non tornare a casa cresce drasticamente: oltre il 50% viene dimesso verso strutture assistenziali o percorsi di lungo ricovero, mentre nei pazienti meno vulnerabili la percentuale si ferma intorno al 12%.

Parallelamente aumenta anche la durata della degenza. I pazienti più complessi restano ricoverati mediamente quasi sei giorni in più rispetto agli altri.

Secondo i geriatri, questi numeri dimostrano che la fragilità non può più essere considerata un elemento secondario, ma deve diventare un parametro centrale nella gestione ospedaliera.

La geriatria moderna guarda oltre la singola malattia

Uno dei messaggi principali emersi dal congresso SIGOT riguarda proprio il superamento di una medicina centrata esclusivamente sulla patologia acuta.

Il professor Lorenzo Palleschi, presidente SIGOT, sottolinea che l’anziano fragile non può essere valutato soltanto in base alla diagnosi clinica che ha portato al ricovero. Occorre invece considerare insieme stato funzionale, nutrizione, capacità cognitive, comorbidità, rischio di perdita di autonomia e condizioni sociali.

Questo approccio prende il nome di valutazione multidimensionale geriatrica. Si tratta di uno strumento che integra aspetti medici, cognitivi, psicologici e sociali per definire un piano assistenziale personalizzato.

In pratica, non basta curare la polmonite o lo scompenso cardiaco. Bisogna capire anche se il paziente sarà poi in grado di camminare, alimentarsi, assumere correttamente i farmaci e vivere nuovamente nel proprio ambiente domestico.

Ospedale e territorio: perché la continuità assistenziale è decisiva?

La vera sfida, oggi, è costruire un sistema sanitario capace di accompagnare il paziente anche dopo il ricovero. Proprio per questo diversi modelli regionali stanno cercando di integrare ospedale, assistenza domiciliare e territorio.

A Firenze, ad esempio, la geriatria dell’Azienda USL Toscana Centro ha sviluppato una rete che coinvolge pronto soccorso, cure domiciliari, telemedicina e interventi territoriali rapidi. Il modello punta a evitare ricoveri inutili e a curare il maggior numero possibile di pazienti direttamente a casa.

Il professor Enrico Benvenuti spiega che molti anziani fragili peggiorano proprio a causa dell’ospedalizzazione. Infezioni ospedaliere, perdita di mobilità, disorientamento e isolamento possono accelerare il declino funzionale.

Per questo motivo stanno assumendo un ruolo crescente i percorsi alternativi al ricovero tradizionale, come l’ospedalizzazione domiciliare e i gruppi di intervento rapido ospedale-territorio.

Curare a casa pazienti complessi: cosa sta cambiando?

Negli ultimi anni la sanità territoriale sta vivendo una trasformazione importante. Tecnologie portatili e telemedicina consentono oggi di portare a domicilio strumenti un tempo disponibili solo in ospedale.

Radiografie portatili, ecografie domiciliari, elettrocardiogrammi, emogasanalisi e telemonitoraggio permettono di seguire pazienti molto complessi senza costringerli a ricoveri ripetuti.

Questo approccio risulta particolarmente utile nei pazienti con demenza, insufficienza respiratoria cronica, scompenso cardiaco o patologie neurodegenerative, che spesso tollerano molto male l’ambiente ospedaliero.

Il modello Ogliastra: telemedicina e prossimità sanitaria per i pazienti fragili

Tra le esperienze più innovative presentate al congresso vi è quella della ASL Ogliastra, territorio caratterizzato da piccoli comuni e popolazione molto anziana.

Qui il 19% degli over 65 è già seguito con assistenza domiciliare integrata, una percentuale superiore agli obiettivi fissati dal PNRR. Attraverso telemedicina e dispositivi digitali, i pazienti possono essere monitorati direttamente da casa.

Il dottor Andrea Fabbo evidenzia come il vero obiettivo sia intercettare precocemente fragilità e perdita di autonomia prima che si trasformino in emergenze ospedaliere.

In questo modello la sanità non aspetta che il paziente si aggravi, ma cerca di avvicinarsi attivamente alle persone più vulnerabili.

Solitudine e caregiver: il lato invisibile della fragilità

Uno degli aspetti più delicati riguarda il ruolo della rete familiare. Molti anziani fragili vivono soli oppure possono contare su caregiver già molto stressati. Questo elemento incide profondamente sugli esiti clinici.

La fragilità, infatti, non è soltanto biologica. Anche isolamento sociale, difficoltà economiche e assenza di supporto familiare aumentano il rischio di ricoveri ripetuti, istituzionalizzazione e perdita di autonomia.

Per questo i nuovi modelli assistenziali insistono molto sulla collaborazione tra ospedale, servizi territoriali, medici di medicina generale, assistenti sociali e terzo settore.

Pazienti fragili: l’Italia che invecchia e la pressione sul sistema sanitario

Il tema assume un peso enorme in un Paese come l’Italia, dove l’invecchiamento della popolazione procede rapidamente. Gli over 65 aumentano ogni anno e cresce parallelamente il numero di persone affette da più malattie croniche contemporaneamente.

In questo scenario il modello sanitario costruito soprattutto sulla gestione ospedaliera mostra limiti sempre più evidenti. I geriatri chiedono quindi una riorganizzazione strutturale che punti maggiormente su prevenzione, assistenza territoriale e continuità delle cure.

Pazienti fragili: la fragilità come parametro clinico centrale

Secondo gli specialisti SIGOT, la fragilità dovrebbe diventare un vero indicatore clinico da valutare sistematicamente già all’ingresso in ospedale.

Riconoscere precocemente un paziente vulnerabile permette infatti di pianificare meglio la dimissione, attivare assistenza domiciliare, coinvolgere i caregiver e ridurre il rischio di perdita irreversibile di autonomia.

Il messaggio che emerge dal congresso è molto chiaro: la medicina dell’invecchiamento non può più limitarsi a trattare singole malattie. Deve imparare a gestire la complessità biologica, psicologica e sociale delle persone anziane.

Perché, oggi, la vera sfida non è soltanto vivere più a lungo, ma riuscire a mantenere qualità di vita, autonomia e dignità anche negli anni più fragili dell’esistenza.