Covid-19

Il Covid-19 non è stato solo una malattia respiratoria. A distanza di anni dalle prime ondate, le evidenze scientifiche confermano che l’infezione da SARS-CoV-2 può lasciare un’impronta profonda e duratura sul sistema nervoso. È questo il messaggio centrale di una recente pubblicazione internazionale su Nature Reviews Disease Primers, alla quale ha contribuito in modo rilevante l’Università degli Studi di Milano, riconoscendo ufficialmente il Neuro-Covid come una dimensione clinica autonoma e complessa del Long-Covid.

Secondo le stime riportate dagli autori, il Long-Covid colpisce tra 80 e 400 milioni di persone nel mondo. L’incidenza varia dal 5 al 20% nella popolazione generale, ma può arrivare fino al 50% tra i pazienti ospedalizzati durante la fase acuta. Una quota significativa di questi pazienti sviluppa sintomi neurologici e neuropsichiatrici persistenti, con conseguenze rilevanti sulla qualità della vita, sulla capacità lavorativa e sul funzionamento sociale.

Che cos’è il Neuro-Covid

Con il termine Neuro-Covid si indica l’insieme delle manifestazioni neurologiche e neuropsicologiche associate all’infezione da Covid-19, che possono comparire durante la fase acuta oppure emergere settimane o mesi dopo la guarigione apparente. Non si tratta di un singolo disturbo, ma di uno spettro di condizioni che coinvolgono il sistema nervoso centrale, periferico e autonomo.

Tra i sintomi più frequentemente descritti figurano il cosiddetto brain fog, ovvero una sensazione di rallentamento cognitivo e difficoltà di concentrazione, deficit di memoria, affaticamento persistente, cefalea, disturbi del sonno, ansia, depressione e neuropatie periferiche. In alcuni casi si osservano anche alterazioni dell’equilibrio, disturbi sensoriali e sintomi compatibili con disfunzioni del sistema nervoso autonomo.

Le basi biologiche: cosa sappiamo oggi

Il lavoro pubblicato su Nature Reviews Disease Primers rappresenta un consenso autorevole sui meccanismi patobiologici del Neuro-Covid. Gli esperti descrivono una combinazione di fattori, piuttosto che una singola causa. Tra questi emergono l’infiammazione sistemica persistente, la disfunzione immunitaria, l’alterazione della barriera emato-encefalica e il possibile danno diretto o indiretto ai neuroni.

Il contributo italiano è stato particolarmente rilevante. I ricercatori della Statale di Milano sono stati tra i primi a documentare la presenza del virus nel sistema nervoso centrale e a descriverne il possibile traffico lungo il nervo vago, che collega i polmoni al cervello. Questa scoperta ha rafforzato l’ipotesi che il SARS-CoV-2 possa innescare processi neuroinfiammatori duraturi, anche in assenza di una replicazione virale attiva.

Una diagnosi ancora clinica e complessa

Uno degli aspetti più critici riguarda la diagnosi. Attualmente il Neuro-Covid viene identificato principalmente su base clinica, attraverso la raccolta dei sintomi e l’esclusione di altre patologie neurologiche. Mancano biomarcatori affidabili, test di laboratorio o esami strumentali specifici che consentano una diagnosi rapida e standardizzata.

Questa incertezza diagnostica contribuisce a una sottostima del problema e rende più difficile l’accesso a percorsi di cura appropriati. Molti pazienti riferiscono di sentirsi “inermi” o non creduti, soprattutto quando i sintomi sono sfumati ma persistenti, come nel caso dei disturbi cognitivi o della stanchezza cronica.

Gestione e presa in carico: il ruolo della multidisciplinarietà

In assenza di terapie mirate, la gestione del Neuro-Covid è oggi prevalentemente sintomatica e richiede un approccio multidisciplinare. Neurologi, psichiatri, medici di medicina generale, fisiatri, psicologi e terapisti della riabilitazione sono chiamati a collaborare per costruire percorsi personalizzati di presa in carico.

L’obiettivo non è solo alleviare i sintomi, ma prevenire la cronicizzazione del disagio e il progressivo isolamento sociale e lavorativo. Questo aspetto è particolarmente rilevante per le donne, per i lavoratori più esposti durante la pandemia e per i gruppi socio-economicamente vulnerabili, che mostrano un impatto più marcato in termini di qualità della vita.

Neuro-Covid e rischio neurodegenerativo: una preoccupazione emergente

Uno dei passaggi più delicati dell’articolo riguarda le possibili conseguenze a lungo termine. Secondo diverse evidenze, il Covid-19 potrebbe rappresentare una “tempesta perfetta” capace di attivare meccanismi biologici associati alla neurodegenerazione. In altre parole, l’infezione potrebbe non solo causare sintomi transitori, ma anche aumentare il rischio futuro di malattie come Parkinson e Alzheimer, soprattutto nei soggetti colpiti nelle prime ondate e nei casi più gravi.

Questa ipotesi non equivale a una certezza clinica, ma è sufficientemente fondata da giustificare una sorveglianza attiva. I ricercatori sottolineano l’importanza di controlli neurologici periodici per chi ha avuto il Covid-19, in particolare se ospedalizzato o se compaiono segnali come rallentamento motorio, tremore o deficit di memoria.

Le quattro priorità indicate dagli esperti

Gli autori della pubblicazione individuano quattro fronti strategici su cui concentrare ricerca e politiche sanitarie. Il primo riguarda la standardizzazione delle definizioni e degli strumenti di valutazione, per rendere confrontabili i dati a livello internazionale. Il secondo è l’approfondimento dei meccanismi neurobiologici alla base dei sintomi, indispensabile per sviluppare terapie mirate.

Il terzo fronte è l’avvio di trial clinici di qualità, oggi ancora limitati, per testare interventi farmacologici e riabilitativi specifici. Infine, viene sottolineata la necessità di rafforzare le strategie di prevenzione e presa in carico, riconoscendo il Neuro-Covid come una sfida sanitaria di lungo periodo e riducendo le disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Una lezione per la medicina del futuro

Il Neuro-Covid rappresenta anche una lezione metodologica. Come sottolineano i ricercatori coinvolti, la pandemia ha dimostrato quanto sia necessario rivedere rapidamente modelli di ricerca e approcci clinici alla luce delle esigenze reali dei pazienti. L’integrazione tra ricerca di base, clinica e sanità pubblica non è più un’opzione, ma una necessità.

Oggi, mentre l’emergenza acuta è alle spalle, il rischio è abbassare la guardia. Le nuove prove scientifiche indicano invece che gli effetti neurologici del Covid-19 meritano attenzione continua, monitoraggio sistematico e investimenti mirati. Per milioni di persone nel mondo, il Neuro-Covid non è un capitolo chiuso, ma una condizione con cui convivere e da comprendere a fondo.