nuova ricerca sul mesotelioma (foto AI Canva free)

Un enzima dei mitocondri potrebbe rappresentare un possibile bersaglio contro il mesotelioma pleurico. I primi risultati, ottenuti tra laboratorio e una sperimentazione clinica preliminare.

Un possibile punto debole nel metabolismo del tumore

Alcune cellule tumorali hanno una caratteristica particolare: devono gestire continuamente elevati livelli di stress ossidativo.

Durante il normale metabolismo, infatti, le cellule producono molecole reattive che possono danneggiare strutture cellulari. Per sopravvivere, il tumore può quindi fare affidamento su sistemi di difesa capaci di neutralizzare queste sostanze.

Una ricerca pubblicata su Nature Communications ha analizzato proprio questo meccanismo. L’attenzione degli scienziati si è concentrata su PRX3, un enzima presente nei mitocondri, le strutture cellulari che producono gran parte dell’energia necessaria alla cellula.

L’ipotesi è semplice: se una cellula tumorale dipende fortemente da questo sistema di protezione, ostacolarlo potrebbe renderla più vulnerabile.

Lo studio si è concentrato sul mesotelioma pleurico

Il lavoro ha esaminato in particolare il mesotelioma pleurico, una forma rara di tumore correlata all’amianto complessa da trattare, soprattutto nelle fasi avanzate o quando la malattia non risponde più alle terapie.

In laboratorio, i ricercatori hanno ridotto o eliminato l’attività di PRX3 nelle cellule tumorali. Il risultato è stato un aumento dello stress ossidativo e una riduzione della capacità delle cellule di mantenersi vitali.

Utilizzati inoltre modelli animali per verificare che cosa accadesse quando PRX3 veniva a mancare. Anche in questo caso, le cellule tumorali con l’enzima inattivato hanno mostrato una capacità molto ridotta di formare masse tumorali.

RSO-021: il farmaco sperimentale

La ricerca ha valutato anche RSO-021, un composto progettato per colpire PRX3.

Una caratteristica particolare della sperimentazione è stata la modalità di somministrazione. Il trattamento è stato introdotto direttamente nello spazio pleurico, quindi nell’area del torace interessata dalla malattia.

L’obiettivo di una somministrazione locale è, in questo contesto, portare il trattamento vicino al tumore.

Cosa hanno mostrato i primi dati clinici

La parte clinica della ricerca era uno studio di fase 1 e comprendeva 15 pazienti.

È importante capire che una sperimentazione di fase 1 ha soprattutto il compito di valutare sicurezza, tollerabilità e dosaggio.

Nel gruppo studiato, la dose di 90 mg somministrata una volta alla settimana per via intrapleurica si è rilevata tollerabile. Con dosaggi superiori sono invece comparsi effetti indesiderati che hanno limitato la possibilità di aumentare ulteriormente la dose.

Tra i pazienti valutabili a 12 settimane, una parte consistente ha mostrato un controllo della malattia, comprendendo situazioni di stabilità o riduzione del tumore.

In un paziente è stata osservata una riduzione importante e prolungata della malattia. È stato inoltre registrato un calo del versamento pleurico, cioè del liquido che può accumularsi intorno ai polmoni.

Questi segnali sono interessanti, ma devono essere interpretati con cautela proprio perché il numero di partecipanti era molto ridotto.

Non tutti i tumori hanno risposto allo stesso modo

Uno degli aspetti più importanti della ricerca riguarda la variabilità della risposta.

I ricercatori hanno analizzato anche campioni tumorali provenienti da pazienti. Il trattamento ha provocato la morte delle cellule tumorali in alcuni campioni, mentre in altri l’effetto è stato più limitato.

Questo dato suggerisce che la dipendenza da PRX3 potrebbe non essere identica in tutti i tumori.

In altre parole, la presenza del bersaglio biologico non significa necessariamente che ogni paziente possa ottenere lo stesso beneficio. Saranno necessari ulteriori studi per capire quali caratteristiche del tumore possano prevedere una maggiore sensibilità al trattamento.

Perché lo stress ossidativo può diventare un bersaglio

La strategia studiata parte da un concetto diverso rispetto a molte terapie antitumorali tradizionali.

Invece di cercare semplicemente di bloccare la crescita della cellula cancerosa, l’approccio tenta di indebolire una delle sue difese interne.

Le cellule tumorali devono mantenere un equilibrio delicato tra produzione di molecole ossidanti e sistemi che le neutralizzano. Se questo equilibrio è alterato oltre una certa soglia, la cellula può non riuscire più a sopravvivere.

PRX3 sembra avere un ruolo proprio nella protezione dei mitocondri dallo stress ossidativo.

Un possibile meccanismo di resistenza

La ricerca ha inoltre fornito indicazioni su un possibile modo attraverso cui le cellule tumorali potrebbero aggirare questo tipo di trattamento.

Tra i meccanismi studiati c’è il sistema che regola la disponibilità di cistina e glutatione.

Il glutatione è uno dei principali sistemi antiossidanti presenti nelle cellule. Modificare il modo in cui una cellula gestisce queste molecole potrebbe quindi contribuire a mantenerla protetta anche quando viene colpita la via legata a PRX3.

Questo aspetto è particolarmente interessante per la ricerca futura. Comprendere i meccanismi di resistenza può infatti aiutare a individuare quali pazienti siano più sensibili e se possano essere sviluppate combinazioni terapeutiche più efficaci.

Una nuova cura contro il mesotelioma?

No, almeno non sulla base di questi dati. La ricerca però rappresenta un risultato iniziale e promettente, ma non dimostra ancora che RSO-021 sia una terapia efficace per il mesotelioma pleurico.

Mancano quindi dati sufficienti per stabilire se il trattamento possa aumentare la sopravvivenza, migliorare in modo significativo la qualità di vita o offrire un vantaggio rispetto alle terapie standard.

La ricerca mostra piuttosto che il metabolismo delle cellule tumorali può offrire nuovi bersagli terapeutici. Nel caso studiato, l’obiettivo è sfruttare la dipendenza di alcune cellule dal sistema di difesa contro lo stress ossidativo.

Chi è affetto da mesotelioma non dovrebbe ovviamente modificare autonomamente le proprie cure sulla base di questi risultati.