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La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospensione presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria. Resta quindi confermato il provvedimento che prevede il fermo dell’area a caldo dellex Ilva di Taranto. Al centro della decisione ci sono la presenza residua di amianto negli impianti e il tema delle emissioni di polveri sottili.

Per la Corte, nel confronto tra continuità produttiva e tutela della salute, quest’ultima assume un peso prioritario.

Amianto negli impianti: resta una quantità superiore a 2 tonnellate

Uno dei punti centrali del provvedimento riguarda l’amianto presente nello stabilimento.

Secondo quanto riportato dalla Corte d’Appello, negli anni sarebbero stati rimossi e smaltiti 6.780 chilogrammi di amianto. Nei documenti esaminati dai giudici, tuttavia, risulterebbe ancora presente negli impianti una quantità superiore a 2.000 chilogrammi, in particolare nei cowper. Ossia gli apparecchi recuperatori di calore che consentono di preriscaldare l’aria con il calore proveniente dalla combustione dei gas prodotti nel funzionamento dell’altoforno stesso.

La questione assume particolare rilievo perché la precedente disciplina aveva previsto la rimozione completa dell’amianto.

La Corte considera questa prescrizione collegata alla necessità di prevenire la dispersione di fibre e polveri. Nel provvedimento richiamato quindi anche il principio di precauzione, soprattutto in relazione alla tutela della salute.

Il respingimento era stato già ipotizzato in precedenza anche dall’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto: “ A mio parere non essendoci violazione di legge non si può chiedere l’annullamento del provvedimento.” Aveva affermato il legale in una precedente intervista con il giornalista Luigi Abbate.

Il nodo delle nuove autorizzazioni ambientali

Un altro elemento analizzato dai giudici riguarda l’Autorizzazione integrata ambientale, cioè l’AIA.

I giudici hanno richiamato anche una valutazione dell’Istituto superiore di sanità. Secondo quanto riportato nella decisione, alcune conclusioni sull’assenza di rischio non sarebbero state accompagnate, negli atti esaminati, da una documentazione ritenuta sufficiente sulle rilevazioni effettuate.

La Corte ha inoltre considerato l’età degli impianti e il loro progressivo deterioramento tra gli elementi da valutare nel quadro complessivo.

Polveri sottili, la sicurezza resta un requisito per ripartire

Non solo amianto: il provvedimento richiama anche la necessità di adottare interventi capaci di riportare le emissioni di polveri sottili entro livelli considerati sicuri, in relazione allo scenario produttivo autorizzato.

La ripresa dell’attività, secondo quanto indicato dalla Corte, potrà quindi essere valutata quando saranno completate le operazioni richieste sugli impianti e adottate le misure necessarie sul fronte delle emissioni.

I cittadini di Taranto riconosciuti come portatori di interessi comuni

La decisione dedica spazio anche alla posizione dei cittadini di Taranto che hanno promosso l’azione giudiziaria.

Secondo i giudici, i cittadini coinvolti rappresentano interessi omogenei collegati alla situazione ambientale dell’area. Da qui deriva la possibilità di considerare l’azione come riferibile a una pluralità di persone accomunate dalle stesse condizioni territoriali.

Salute e attività d’impresa: per la Corte prevale la tutela della vita

È uno dei passaggi più importanti della decisione.

Nel valutare gli interessi contrapposti, la Corte d’Appello ritiene prevalente la tutela della salute rispetto alla prosecuzione dell’attività produttiva dell’area a caldo.

I giudici richiamano anche l’articolo 41 della Costituzione, nella formulazione modificata, che stabilisce limiti all’iniziativa economica privata quando possa arrecare danno alla salute o all’ambiente.

La Corte considera quindi la tutela della vita e della salute valori di rilievo prioritario anche rispetto alle conseguenze economiche derivanti dal fermo degli impianti.

Investimenti e futuro dello stabilimento

La difesa della continuità produttiva aveva posto l’accento anche sulle conseguenze economiche dello spegnimento.

Nel provvedimento, tuttavia, la Corte osserva che gli investimenti pubblici realizzati negli anni non verrebbero necessariamente vanificati dal fermo degli impianti. Si tratta, secondo i giudici, di risorse già utilizzate più volte per mantenere operativo il polo siderurgico.

La Corte sottolinea inoltre che lo stabilimento necessita di ulteriori investimenti significativi. Una futura strategia industriale dovrà quindi tenere conto dei costi legati alla modernizzazione e alla trasformazione del polo produttivo.

Sul tavolo restano anche la decarbonizzazione, la continuità industriale e la salvaguardia dei posti di lavoro.

Restiamo in attesa di ulteriori evoluzioni.