Neogenitori

Diventare genitori significa confrontarsi sia con la crescita dei propri figli sia con la propria storia personale. Nel ruolo di madre e padre riaffiorano emozioni, bisogni e vissuti dell’infanzia, spesso rimasti inconsapevoli. Comprenderli può aiutare a riconoscere ciò che appartiene al passato e a costruire relazioni più consapevoli nel presente.

Secondo Rosanna Martin, psicologa e psicoterapeuta, Servizio di psicologia ospedaliera, AOU Meyer Irccs, «per fare i genitori non basta avere conoscenza e pratica. Ci vogliono il cuore e l’anima. Fare il genitore ci riporta al bambino che siamo stati, ai bisogni accolti e non accolti. Ed anche alle paure che abbiamo avuto e a quelle che non abbiamo avuto. Certi vissuti crescendo non scompaiono, rimangono lì e chiedono risarcimento. Molte volte i comportamenti relazionali e i vissuti emotivi che li accompagnano sono frutto di meccanismi di cui non siamo consapevoli. Non appartengono al qui e ora, ma al nostro passato».

Diventare genitori e ritornare bambini

I figli muovono in modo straordinario la parte emotiva e a volte trascinano in mondi inesplorati dentro e fuori di noi, mostrandoci parti che non sospettavamo di avere. Quindi movimenti emotivi, sensibilità, amore folle, irrazionalità.

«Le neomamme – afferma Martinsenza saperlo, tornano piccole. Ciò in un naturale processo regressivo che le aiuterà col tempo a capire meglio un piccolo e ad avere le cure più adeguate per lui. Ma questo tornare piccole è accompagnato anche da tempeste emotive altamente destabilizzanti, che vanno dall’amore e dalla dedizione più assoluta a momenti di disperazione. E anche a momenti di rabbia e di un gran senso di impotenza. Momenti naturali fatti di pensieri e non azioni, ma che minano nella donna il proprio ritratto a volte idealizzato, di mamma perfetta».

Neomamma, la solitudine e la paura di non essere all’altezza

La neomamma affronta una prima fase nella relazione con il proprio bambino molto difficile. La madre non conosce ancora il proprio bambino e non conosce il sé materno. Non sa come si fa, non capisce perché il neonato piange e non sa come farlo smettere, si preoccupa, e molto, perché non mangia abbastanza. Va in ansia perché non dorme sufficientemente, teme che stia male e non sa cosa fare. Questa mamma, secondo la psicologa, pensa subito di non essere all’altezza, si sente incapace di assumersi la responsabilità della cura del figlio.

«La solitudine – continua l’esperta – è spesso una complicazione, un aiuto amorevole, un ascolto silenzioso, uno stare accanto senza giudizio, senza scavalcare e senza dare consigli non richiesti. Ma solo uno sguardo di comprensione e una frase di incoraggiamento. “Tu sei la mamma, ha bisogno di te, troverete il modo per capirvi”, è la “cura” migliore per la neomamma».

Una mamma ha bisogno di fiducia e sostegno

Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, ritiene fondamentale che chi riceve le cure deve a sua volta ricevere molta assistenza. Il sostegno della coppia madre-bambino soprattutto nel primo anno di vita è fondamentale per il benessere psichico successivo.

Per fortuna ci sono i papà, che oggi sono spesso di grande aiuto rispetto al passato. Ma purtroppo arrivano di sera, dopo il lavoro e sono stanchi anche loro.

Molte volte aiutare una mamma a non aver paura di non saper fare la mamma, significa sostenerla nel proprio ruolo. Non serve suggerirle cosa fare, ma «dirle – sottolinea Martinche troverà il modo di saperlo fare. Un modo unico per lei e per il suo bambino, un modo che si conquista con il tempo e la fiducia in lei. E ricordatevi che dietro ogni mamma che ce la fa, c’è un cesto di biancheria sporca da mettere in lavatrice».