Le epatiti virali rappresentano una delle principali sfide per la salute pubblica globale. La ricerca ha recentemente messo a disposizione terapie sempre più efficaci e, in alcuni casi, in grado di guarire definitivamente l’infezione. Purtroppo, per milioni di persone il principale ostacolo non è la disponibilità delle cure, ma la mancata diagnosi. Molte infezioni rimangono, infatti, silenziose per anni e sono scoperte solo quando il fegato ha già subito un danno significativo.
Epatite, una malattia che spesso non manifesta i sintomi
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Con il termine epatite si indicano diverse malattie caratterizzate dall’infiammazione del fegato con cause differenti. Tra queste, le infezioni da virus dell’epatite B (HBV) e dell’epatite C (HCV) meritano particolare attenzione perché possono persistere per molti anni senza manifestare sintomi. Nel tempo, possono compromettere la salute del fegato.
Chi è infetto da epatite B o C spesso conduce una vita del tutto normale. Scopre la malattia solo in occasione di esami eseguiti per altri motivi o se iniziano a comparire le prime complicanze.
Quando si manifestano disturbi come stanchezza persistente, perdita di appetito, nausea o ittero, l’infiammazione del fegato può essere presente da tempo. Per questo motivo, la diagnosi precoce rappresenta uno degli strumenti più efficaci per prevenire l’evoluzione verso la cirrosi o il tumore del fegato.
Epatiti virali, la diagnosi con gli esami del sangue
La diagnosi richiede semplici esami del sangue, in grado di identificare l’infezione anche in assenza di sintomi. Per le persone che presentano fattori di rischio o appartengono alle categorie per cui è raccomandato lo screening, eseguire il test significa poter identificare precocemente l’infezione.
«La sfida principale è che molte persone convivono con l’infezione per anni senza saperlo». Così Matteo Iannacone, direttore dell’Istituto di Immunologia e Malattie Infettive Ospedale San Raffaele. «Quando compaiono i sintomi, il danno al fegato può essere già avanzato. Per questo la diagnosi precoce rappresenta ancora oggi lo strumento più efficace per prevenire le complicanze e modificare la storia naturale della malattia».
Terapie sempre più efficaci per curare la malattia
Negli ultimi anni la gestione delle epatiti virali è cambiata profondamente. Per l’epatite C sono oggi disponibili antivirali ad azione diretta che consentono di eliminare il virus nella grande maggioranza dei pazienti. I trattamenti durano poche settimane e sono generalmente ben tollerati.
L’epatite B presenta invece caratteristiche diverse. Le terapie oggi disponibili permettono di controllare efficacemente la replicazione del virus e di ridurre il rischio di cirrosi e carcinoma epatico. Ma nella maggior parte dei casi non riescono ancora a eliminarlo completamente. La ricerca sta però vivendo una fase di grande sviluppo. Nuove strategie terapeutiche, che combinano farmaci antivirali volti a favorire il controllo immunologico dell’infezione, stanno mostrando risultati promettenti e puntano a raggiungere la cosiddetta cura funzionale. Ossia un controllo stabile dell’infezione anche dopo la sospensione della terapia.
«Negli ultimi anni abbiamo assistito a progressi molto importanti nella ricerca», osserva Luca Guidotti, vicedirettore scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele. «Per l’epatite C disponiamo oggi di terapie in grado di eliminare il virus nella quasi totalità dei pazienti. Per l’epatite B l’obiettivo è ora raggiungere una cura funzionale attraverso nuove strategie terapeutiche».
Prevenzione e screening restano fondamentali
Accanto ai progressi terapeutici, la prevenzione continua ad avere un ruolo centrale.
La vaccinazione contro l’epatite B ha contribuito in modo determinante a ridurre il numero di nuove infezioni in molti Paesi.
Per l’epatite C, invece, non è ancora disponibile un vaccino. La prevenzione si basa soprattutto sulla diagnosi precoce, sulla sicurezza delle procedure sanitarie e sull’identificazione tempestiva delle persone infette.
Un semplice esame del sangue può consentire di identificare precocemente un’infezione ancora asintomatica. E può offrire la possibilità di intervenire prima che il danno al fegato diventi irreversibile.
