COVID IN CINA: NELLA SETTIMANA DAL 20 AL 26 LUGLIO 2026 SARS-COV-2 È RISULTATO IL PATOGENO RESPIRATORIO PIÙ FREQUENTE TRA I PAZIENTI CON SINTOMI SIMIL-INFLUENZALI. IL TASSO DI POSITIVITÀ HA RAGGIUNTO IL 20,3%, CONTRO IL 16,3% DELLA SETTIMANA PRECEDENTE. L’AUMENTO NON È STATO ACCOMPAGNATO DA SEGNALI DI MAGGIORE GRAVITÀ, MA CONFERMA CHE IL VIRUS PUÒ PRODURRE ONDATE ANCHE IN ESTATE.
Il Covid è tornato a crescere in Cina durante il mese di luglio 2026. I dati della sorveglianza nazionale mostrano un aumento rapido della positività tra i pazienti che si sono rivolti agli ospedali sentinella con sintomi respiratori.
Nella settimana dal 13 al 19 luglio, il 16,3% dei campioni analizzati è risultato positivo a SARS-CoV-2. Sette giorni dopo, tra il 20 e il 26 luglio, la percentuale è salita al 20,3%.
In quello stesso periodo, il coronavirus ha superato l’influenza ed è diventato il patogeno respiratorio più frequentemente identificato nei casi simil-influenzali. Tuttavia, il Chinese Center for Disease Control and Prevention ha classificato l’attività virale come moderata e non ha segnalato una pressione eccezionale sul sistema sanitario.
Covid in Cina: che cosa mostrano i dati del CDC cinese
Indice dei contenuti
Il monitoraggio viene effettuato attraverso una rete di ospedali sentinella distribuiti nel Paese.
I laboratori analizzano campioni respiratori raccolti da persone con febbre, tosse, mal di gola e altri sintomi compatibili con un’infezione acuta.
Nella ventinovesima settimana del 2026, compresa tra il 13 e il 19 luglio, SARS-CoV-2 ha raggiunto una positività del 16,3%. Il dato era aumentato di 4,3 punti percentuali rispetto alla settimana precedente.
L’influenza si era invece fermata al 12,6%. Il Covid aveva quindi superato il virus influenzale come principale agente identificato nei pazienti ambulatoriali con sindrome simil-influenzale.
Nella settimana successiva, dal 20 al 26 luglio, la positività a SARS-CoV-2 ha raggiunto il 20,3%. L’aumento è stato di altri quattro punti percentuali.
L’influenza è salita al 14,5%, mentre gli enterovirus hanno raggiunto il 5,9%. Anche tra i pazienti ricoverati con gravi infezioni respiratorie acute, il Covid è risultato il patogeno più frequente, con una positività del 9,5%.
Covid in Cina: perché il 20,3% non indica che un cinese su cinque ha il Covid
Il tasso di positività deve essere interpretato correttamente.
La percentuale non riguarda l’intera popolazione cinese. Non significa quindi che il 20,3% di tutti gli abitanti fosse infetto.
Il dato si riferisce ai campioni raccolti negli ospedali sentinella tra persone già arrivate all’osservazione sanitaria con sintomi respiratori compatibili.
Questa popolazione ha una probabilità di infezione molto più alta rispetto alle persone senza sintomi.
Inoltre, il sistema di sorveglianza non coincide con il conteggio di tutti i casi presenti nel Paese. Molte persone con sintomi lievi possono non eseguire alcun test o non rivolgersi a una struttura sanitaria.
Il valore serve soprattutto a misurare la tendenza. Un aumento dal 12% circa al 20,3% in due settimane indica una crescita netta della circolazione virale.
Non consente però, da solo, di stimare con precisione il numero assoluto di infezioni nella popolazione.
Covid in Cina: perché il Covid ha superato l’influenza
SARS-CoV-2 e influenza possono circolare nello stesso periodo, ma non seguono sempre lo stesso andamento.
Durante la seconda metà di luglio, il Covid è cresciuto più rapidamente tra i pazienti con sintomi respiratori.
Questo risultato non significa che l’influenza sia scomparsa. Nella settimana dal 20 al 26 luglio, il virus influenzale era ancora presente nel 14,5% dei campioni analizzati.
La predominanza del Covid dipende da numerosi fattori. Tra questi rientrano la diffusione della variante circolante, la riduzione dell’immunità nel tempo e i comportamenti della popolazione.
Anche la mobilità durante le vacanze può favorire i contatti. Inoltre, le alte temperature spingono molte persone a trascorrere ore in ambienti climatizzati e poco ventilati.
Gli spazi chiusi permettono una trasmissione più efficiente rispetto agli ambienti aperti. Per questo un’ondata estiva non rappresenta un’anomalia assoluta.
Covid in Cina: perché SARS-CoV-2 può crescere anche in estate
Il coronavirus non ha assunto una stagionalità rigida come quella dell’influenza.
Le ondate possono comparire in momenti diversi dell’anno. Dipendono dalla variante dominante, dall’immunità della popolazione e dalle occasioni di contatto.
In estate, il caldo non impedisce automaticamente la diffusione.
Uffici, centri commerciali, mezzi di trasporto e abitazioni vengono spesso mantenuti chiusi per utilizzare l’aria condizionata. Questo riduce il ricambio dell’aria.
Anche eventi, viaggi e spostamenti aumentano gli incontri tra persone provenienti da aree diverse.
La protezione immunitaria tende inoltre a diminuire con il passare dei mesi. Questo vale sia dopo la vaccinazione sia dopo un’infezione precedente.
Una nuova sottovariante può quindi trovare una popolazione parzialmente suscettibile, anche senza possedere caratteristiche di maggiore aggressività.
L’aumento estivo osservato in Cina conferma che il Covid non deve essere considerato esclusivamente una malattia dei mesi freddi.
Quali aree della Cina sono state più colpite?
La positività è risultata più elevata nelle province meridionali rispetto a quelle settentrionali.
Il dato conferma una circolazione non uniforme sul territorio.
Le differenze possono dipendere dal clima, dai flussi di popolazione, dalla densità abitativa e dal momento in cui l’ondata ha raggiunto le diverse aree.
Anche l’uso dell’aria condizionata può incidere sui comportamenti, soprattutto nelle zone caratterizzate da temperature e umidità elevate.
Il monitoraggio cinese ha inoltre rilevato differenze tra le fasce d’età. La positività più alta è stata osservata tra le persone dai 15 ai 59 anni.
Questo non significa che gli adulti giovani abbiano un rischio maggiore di sviluppare forme gravi.
Più probabilmente, la fascia presenta una maggiore frequenza di contatti lavorativi, sociali e familiari.
Anziani e persone fragili restano invece più esposti alle complicanze, anche quando il numero delle infezioni è inferiore.
Covid in Cina: qual è la variante NB.1.8.1
La variante indicata come prevalente in Cina è NB.1.8.1.
Si tratta di una sottolinea di Omicron derivata dal gruppo JN.1. È stata classificata dall’Organizzazione mondiale della sanità come variante sotto monitoraggio.
La definizione non significa che sia necessariamente più pericolosa. Indica che presenta una crescita o caratteristiche genetiche che richiedono attenzione.
NB.1.8.1 è stata identificata per la prima volta all’inizio del 2025. Successivamente si è diffusa in numerosi Paesi.
L’OMS aveva valutato come basso il rischio aggiuntivo per la salute pubblica globale. I dati disponibili non indicavano una maggiore gravità rispetto alle altre varianti circolanti.
Anche l’ECDC non aveva rilevato prove di un aumento della severità. Il possibile vantaggio di crescita sembrava collegato a una lieve maggiore capacità di eludere l’immunità e al calo della protezione nella popolazione.
NB.1.8.1 provoca una malattia più grave?
I dati disponibili non mostrano un aumento chiaro della gravità clinica.
La maggior parte dei pazienti segnalati dalle autorità cinesi ha presentato sintomi lievi.
Non sono stati osservati segnali di un forte incremento dei ricoveri o di una pressione anomala sugli ospedali.
L’OMS aveva già evidenziato che gli aumenti di casi e ricoveri osservati in alcuni Paesi non dimostravano una maggiore aggressività intrinseca della variante.
Anche l’ECDC aveva concluso che NB.1.8.1 non sembrava comportare un rischio aggiuntivo rispetto alle altre discendenti di Omicron.
Tuttavia, una variante non deve diventare più severa per produrre conseguenze sanitarie.
Un numero molto elevato di infezioni può aumentare comunque i ricoveri tra anziani, immunodepressi e persone con malattie croniche.
Inoltre, ogni nuova ondata può causare assenze dal lavoro, sovrapposizione con altre infezioni e casi di Covid persistente.
Covid in Cina: quali sintomi sono più frequenti?
I sintomi delle varianti Omicron continuano a interessare soprattutto le vie respiratorie superiori.
Tra i disturbi più comuni figurano mal di gola, tosse, naso chiuso, rinorrea, febbre e stanchezza.
Possono comparire anche mal di testa, dolori muscolari e riduzione dell’appetito.
La perdita di gusto e olfatto è ancora possibile, ma appare meno frequente rispetto alle prime fasi della pandemia.
Nella maggior parte dei casi, la malattia resta lieve o moderata e non richiede ricovero.
Tuttavia, i sintomi non permettono di distinguere con certezza Covid, influenza e altre infezioni respiratorie.
Un test può essere utile quando il risultato modifica il comportamento o la gestione clinica.
Questo vale soprattutto per le persone fragili, che potrebbero avere indicazione a una terapia antivirale precoce.
Chi rischia ancora le forme più severe
L’età avanzata rimane uno dei principali fattori di rischio.
Anche le persone immunodepresse possono sviluppare una malattia più grave o prolungata.
Tra le condizioni associate a un rischio maggiore figurano malattie cardiovascolari, respiratorie, renali e metaboliche.
Il rischio cresce inoltre nei pazienti oncologici e in chi assume farmaci che riducono la risposta immunitaria.
La disponibilità di vaccini e terapie ha ridotto il peso delle forme severe. Tuttavia, non lo ha eliminato.
Per questo l’aumento dei casi deve essere osservato soprattutto attraverso ricoveri, accessi in terapia intensiva e mortalità.
Il numero dei positivi, da solo, non descrive completamente l’impatto sanitario.
La situazione cinese mostra una forte crescita della circolazione, ma non un parallelo aumento documentato della gravità.
Perché i dati sui ricoverati sono importanti
La sorveglianza distingue i pazienti ambulatoriali da quelli ricoverati con gravi infezioni respiratorie acute.
Nella settimana dal 20 al 26 luglio, il 20,3% dei campioni ambulatoriali era positivo al Covid.
Tra i ricoverati con forme respiratorie gravi, la positività era del 9,5%.
Questi numeri non possono essere confrontati in modo semplice, perché riguardano popolazioni diverse.
Il dato dei ricoverati serve però a capire quanto SARS-CoV-2 contribuisca alle forme cliniche più impegnative.
L’aumento dal 5,9% al 9,5% in una settimana indica che anche la presenza del virus tra i casi gravi era cresciuta.
Tuttavia, non dice quanti ricoveri siano stati causati direttamente dal Covid e quanti pazienti fossero positivi insieme ad altre condizioni.
Per interpretare l’impatto servono quindi dati su età, patologie, necessità di ossigeno e mortalità.
La situazione cinese può anticipare un aumento in Europa?
Non è possibile trasformare automaticamente l’ondata cinese in una previsione per l’Europa.
La diffusione delle varianti può seguire percorsi diversi tra continenti.
Contano l’immunità della popolazione, la stagione, i viaggi e le varianti già presenti.
NB.1.8.1 circolava comunque a livello globale ed era diventata una delle linee più frequenti nei dati internazionali del 2026.
Questo rende plausibile la presenza di oscillazioni anche in altri Paesi.
Tuttavia, l’ECDC non segnalava varianti capaci di soddisfare i criteri di variante di preoccupazione alla fine di giugno 2026.
Per l’Europa, il dato più utile resta quindi la sorveglianza locale.
Acque reflue, test sentinella, ricoveri e sequenziamenti possono mostrare se la circolazione sta aumentando.
La situazione cinese è soprattutto un segnale della capacità del virus di produrre nuove ondate, non una prova di un’emergenza imminente in Italia.
Perché la sorveglianza resta essenziale
La sorveglianza permette di distinguere una semplice crescita dei casi da un cambiamento più serio.
I laboratori possono osservare quali varianti stanno aumentando.
Gli ospedali possono misurare l’impatto sulle fasce fragili.
Le autorità sanitarie possono inoltre valutare se i vaccini mantengano una buona protezione contro le forme gravi.
Il sequenziamento è particolarmente importante quando compare una variante con mutazioni nuove.
Anche la sorveglianza delle acque reflue può anticipare l’aumento delle infezioni.
La Cina ha sviluppato un sistema nazionale di monitoraggio ambientale del virus, utilizzato insieme alla rete ospedaliera.
Nessun singolo indicatore è sufficiente.
Una positività elevata nei test deve essere letta insieme a ricoveri, mortalità e caratteristiche della variante.
I vaccini restano utili contro le varianti attuali?
I vaccini continuano a offrire soprattutto protezione contro ricovero e malattia grave.
La protezione contro l’infezione tende invece a diminuire nel tempo e può essere ridotta dalle nuove varianti.
Nel maggio 2026, l’OMS ha aggiornato le indicazioni sulla composizione antigenica dei vaccini. Ha raccomandato un antigene monovalente LP.8.1, ma ha indicato che anche approcci capaci di generare una risposta ampia contro varianti come NB.1.8.1 potevano essere considerati.
La scelta concreta della campagna vaccinale dipende dalle autorità nazionali.
La priorità resta la protezione delle persone maggiormente esposte alle complicanze.
Un richiamo aggiornato non impedisce ogni contagio. Tuttavia, può ridurre il rischio di sviluppare una forma grave.
Per questo le raccomandazioni devono essere seguite soprattutto da anziani, immunodepressi e pazienti con patologie croniche.
Quando è utile fare un test
Il test non è necessario in ogni raffreddore lieve.
Può però essere utile quando la persona deve entrare in contatto con anziani o immunodepressi.
È importante anche se i sintomi compaiono in un paziente fragile che potrebbe beneficiare di una terapia antivirale.
I farmaci antivirali devono essere iniziati entro un intervallo limitato dall’esordio dei sintomi.
Per questo attendere molti giorni può ridurne l’efficacia.
Un risultato negativo a un test rapido nelle prime ore non esclude sempre l’infezione.
Se i sintomi persistono, può essere opportuno ripetere il test secondo il parere medico.
Il tampone non sostituisce comunque la valutazione clinica.
Difficoltà respiratoria, dolore toracico e forte debolezza richiedono assistenza anche senza un risultato positivo.
Quali comportamenti riducono il rischio
Chi presenta febbre, tosse o mal di gola dovrebbe limitare i contatti stretti.
Restare a casa durante la fase più sintomatica riduce la possibilità di contagiare altre persone.
La mascherina è utile negli ambienti chiusi, affollati o condivisi con soggetti fragili.
Ventilare le stanze diminuisce la concentrazione delle particelle respiratorie.
Anche l’igiene delle mani resta importante, soprattutto dopo aver tossito o starnutito.
Le persone vulnerabili dovrebbero evitare contatti ravvicinati con chi manifesta sintomi.
Queste misure non riguardano soltanto il Covid. Aiutano anche a limitare influenza, virus respiratorio sinciziale e altre infezioni.
L’obiettivo non è ripristinare restrizioni generalizzate.
Si tratta di utilizzare precauzioni proporzionate nei momenti di maggiore circolazione.
Perché non serve allarmismo
L’aumento cinese è significativo dal punto di vista epidemiologico.
In due settimane, la positività tra i casi simil-influenzali è salita fino al 20,3%.
Tuttavia, i dati non mostrano la comparsa di una variante più aggressiva.
La maggioranza dei pazienti ha sviluppato sintomi lievi. Inoltre, non sono state segnalate pressioni straordinarie sui servizi sanitari.
L’OMS e l’ECDC hanno classificato NB.1.8.1 come variante da monitorare, senza attribuirle un rischio aggiuntivo elevato.
La risposta più utile è quindi mantenere la sorveglianza e proteggere le categorie fragili.
Ignorare completamente la circolazione sarebbe però altrettanto sbagliato.
Il Covid continua a causare ricoveri, complicanze e assenze, soprattutto quando l’immunità diminuisce.
Perché non bisogna nemmeno considerare il Covid concluso
La fase emergenziale della pandemia è terminata, ma SARS-CoV-2 continua a evolvere.
Il virus può produrre una o più ondate in un anno.
Le oscillazioni non seguono necessariamente il calendario dell’influenza.
Anche una variante non più grave può diffondersi rapidamente se riesce a superare parzialmente la protezione immunitaria.
La situazione cinese di luglio rappresenta un esempio chiaro.
Il Covid è passato da una positività del 6,4% alla fine di giugno al 20,3% nella seconda metà di luglio.
Questo aumento non equivale a una nuova pandemia.
Dimostra però che la circolazione può cambiare velocemente.
Per questo i sistemi sanitari devono conservare capacità diagnostica, sorveglianza genomica e accesso tempestivo ai trattamenti.
Che cosa insegna il picco cinese di luglio
Il primo messaggio riguarda la stagionalità.
SARS-CoV-2 può crescere anche in piena estate, soprattutto quando aumentano viaggi e permanenza in ambienti climatizzati.
Il secondo riguarda la gravità.
Una crescita della positività non significa automaticamente che la malattia sia diventata più pericolosa.
Il terzo riguarda le categorie vulnerabili.
Anziani, immunodepressi e persone con patologie croniche continuano a richiedere una protezione specifica.
Infine, il dato conferma il valore della sorveglianza.
Senza una rete capace di analizzare i patogeni respiratori, l’aumento sarebbe stato riconosciuto più tardi.
La Cina ha registrato una nuova ondata moderata, non un ritorno allo scenario del 2020.
Il virus resta però presente e capace di cambiare ritmo. La strategia più efficace consiste quindi in una convivenza consapevole, basata su vaccinazione mirata, test quando utili e comportamenti prudenti in presenza di sintomi.
