stress da lavoro, Burn-out

CURARE UNA MALATTIA CRONICA O UN TUMORE NON SIGNIFICA SOLTANTO CONTROLLARE I SINTOMI O CONCLUDERE UN CICLO DI TERAPIE. Per molti pazienti, il momento più difficile arriva dopo: quando bisogna tornare al lavoro, riprendere una vita sociale, gestire la fatica, le paure e le limitazioni quotidiane. Un nuovo progetto del Policlinico Gemelli, finanziato dall’Inail, punta proprio a costruire percorsi integrati per accompagnare i pazienti oltre l’ospedale.

Il progetto, vincitore del bando Bric 2025 dell’Inail, si concentra sulla valutazione e gestione clinico-occupazionale dei lavoratori con malattie croniche non trasmissibili. Coinvolgerà almeno cento pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali e cento donne con tumore al seno, due condizioni molto diverse tra loro ma accomunate da un forte impatto sulla qualità della vita, sul benessere psicologico e sulla continuità lavorativa

Perché la guarigione clinica non basta?

Per anni la medicina ha misurato il successo delle cure soprattutto attraverso parametri clinici: diagnosi precoce, risposta ai trattamenti, riduzione della malattia, sopravvivenza. Tutto questo resta fondamentale, ma oggi appare sempre più evidente che non basta.

Una persona può essere considerata clinicamente stabile e continuare, allo stesso tempo, a vivere una forte fragilità. Può avere difficoltà a rientrare al lavoro, sentirsi esclusa, perdere fiducia nel proprio corpo o non riuscire più a sostenere i ritmi precedenti.

Il ritorno alla quotidianità dopo una malattia importante richiede quindi un accompagnamento specifico. Non si tratta solo di “riprendere da dove si era lasciato”, perché spesso la malattia modifica energie, priorità, relazioni, capacità fisiche e bisogni organizzativi.

È proprio in questo spazio, tra la fine delle cure ospedaliere e il ritorno alla vita quotidiana, che il progetto del Gemelli vuole intervenire.

Qual è l’obiettivo del progetto del Policlinico Gemelli?

L’iniziativa nasce con l’obiettivo di integrare tre dimensioni spesso trattate separatamente: salute, lavoro e qualità della vita.

Il progetto sarà coordinato dalla Medicina del lavoro del Policlinico Gemelli e prevede un approccio multidisciplinare. Accanto agli specialisti clinici saranno coinvolti esperti di medicina occupazionale, psicologi, ricercatori e professionisti impegnati nella valutazione del benessere e della capacità lavorativa.

L’obiettivo è costruire percorsi personalizzati di reinserimento e mantenimento lavorativo, evitando che la persona venga lasciata sola proprio nel momento in cui dovrebbe tornare alla normalità.

Come ha sottolineato Ivo Iavicoli, direttore della UOC di Medicina del lavoro del Gemelli e principal investigator del progetto, la salute non riguarda solo l’assenza di malattia, ma anche la possibilità di tornare alla propria vita sociale e professionale.

Perché sono state scelte malattie infiammatorie intestinali e tumore al seno?

Le due categorie di pazienti coinvolte sono state selezionate perché rappresentano in modo molto concreto le sfide poste dalle malattie croniche non trasmissibili.

Le malattie infiammatorie croniche intestinali, come malattia di Crohn e rettocolite ulcerosa, sono patologie spesso invisibili agli occhi degli altri, ma molto impattanti. Possono causare dolore addominale, diarrea, urgenza evacuativa, stanchezza, anemia, dimagrimento e necessità frequente di controlli o terapie.

Nel mondo del lavoro, questi sintomi possono diventare difficili da gestire. La persona può avere bisogno di flessibilità oraria, accesso rapido ai servizi igienici, pause, riduzione dello stress o adattamenti temporanei dell’attività.

Il tumore al seno, invece, rappresenta una delle neoplasie più frequenti nelle donne e coinvolge spesso pazienti in età lavorativa. Anche quando le cure hanno successo, il percorso può lasciare conseguenze fisiche, psicologiche e sociali importanti: fatigue oncologica, dolore, linfedema, disturbi del sonno, menopausa indotta, ansia di recidiva e difficoltà nel recuperare pienamente il proprio ruolo professionale.

Che cosa sono le malattie croniche non trasmissibili?

Le malattie croniche non trasmissibili sono patologie di lunga durata che non si trasmettono da persona a persona. Comprendono tumori, malattie cardiovascolari, diabete, patologie respiratorie croniche, malattie infiammatorie e molte condizioni neurologiche o metaboliche.

Secondo i dati richiamati dal progetto, queste malattie sono responsabili di circa il 75% dei decessi nel mondo e causano ogni anno circa 40 milioni di morti.

Tuttavia, il loro impatto non si misura soltanto in termini di mortalità. Molte persone convivono per anni con sintomi, terapie, controlli e limitazioni che incidono profondamente sulla capacità di lavorare, viaggiare, partecipare alla vita familiare e mantenere una piena autonomia.

Con l’invecchiamento della popolazione, il numero di lavoratori con una o più malattie croniche è destinato ad aumentare. Per questo diventa sempre più urgente costruire modelli capaci di conciliare cura e partecipazione sociale.

Perché il lavoro è parte della cura?

Il lavoro non è soltanto una fonte di reddito. Per molte persone rappresenta identità, autonomia, relazioni, riconoscimento sociale e senso di continuità.

Dopo una malattia importante, tornare al lavoro può aiutare a recuperare fiducia e normalità. Tuttavia, se il rientro avviene senza supporto, può trasformarsi in una nuova fonte di stress.

Un paziente può non sentirsi più in grado di sostenere gli stessi ritmi. Può temere il giudizio dei colleghi, la perdita del ruolo, la riduzione della produttività o la difficoltà di spiegare una malattia non visibile.

Per questo il progetto del Gemelli punta a valutare non solo la condizione clinica, ma anche gli aspetti psicologici, sociali e professionali che influenzano il ritorno al lavoro.

Gestione clinico-occupazionale: cosa significa gestione clinico-occupazionale?

La gestione clinico-occupazionale è un modello che mette in relazione la condizione di salute della persona con il suo ambiente lavorativo.

Non si limita a stabilire se un paziente possa o meno tornare al lavoro. Cerca piuttosto di capire quali adattamenti siano necessari per rendere quel rientro sostenibile.

Questo può includere modifiche temporanee delle mansioni, flessibilità oraria, smart working, pause programmate, riduzione dei carichi fisici, supporto psicologico, monitoraggio medico e comunicazione più efficace tra medico competente, specialista, azienda e lavoratore.

L’obiettivo non è proteggere il paziente escludendolo dal lavoro, ma permettergli di restare attivo senza compromettere la salute.

Gestione clinico-occupazionale: quali strumenti produrrà il progetto?

Il progetto biennale finanziato dall’Inail punta a produrre nuove evidenze scientifiche, ma anche strumenti pratici da utilizzare nei contesti sanitari e lavorativi.

Tra gli obiettivi vi sono la creazione di modelli per valutare il benessere e la capacità lavorativa dei pazienti, la definizione di percorsi personalizzati di gestione del rischio e l’elaborazione di indicazioni operative rivolte a medici, aziende e servizi di prevenzione.

Questo passaggio è cruciale perché il tema del ritorno al lavoro dopo una malattia cronica è ancora spesso affrontato in modo frammentato. Ogni paziente rischia di dipendere dalla sensibilità del singolo medico, del datore di lavoro o del contesto aziendale.

Un modello strutturato potrebbe invece rendere più equi e riproducibili i percorsi di reinserimento.

Gestione clinico-occupazionale: perché le malattie “invisibili” sono più difficili da gestire?

Molte malattie croniche non sono immediatamente riconoscibili dall’esterno. Chi osserva il paziente può vederlo apparentemente in buona salute, senza cogliere la fatica, il dolore, i disturbi intestinali, l’ansia o gli effetti collaterali delle terapie.

Questo vale in modo particolare per le malattie infiammatorie croniche intestinali, ma anche per molte conseguenze del tumore al seno.

La distanza tra ciò che il paziente vive e ciò che gli altri vedono può generare incomprensioni. La persona può sentirsi costretta a giustificare continuamente i propri limiti oppure, al contrario, può nasconderli per paura di essere giudicata.

Uno degli aspetti più importanti del progetto sarà proprio valutare in modo strutturato questo impatto spesso sommerso.

Gestione clinico-occupazionale: quale ruolo avranno le aziende?

Il reinserimento lavorativo non può dipendere solo dal paziente o dal medico. Anche le aziende hanno un ruolo fondamentale.

Un ambiente di lavoro capace di accogliere le fragilità può ridurre assenze prolungate, favorire il mantenimento dell’occupazione e migliorare la produttività complessiva.

Al contrario, un contesto rigido può spingere il lavoratore verso isolamento, demansionamento, dimissioni o pensionamento anticipato.

Le linee guida operative che il progetto intende produrre potranno quindi aiutare anche datori di lavoro e servizi aziendali a gestire in modo più consapevole le situazioni complesse.

Perché questo progetto può cambiare il modo di intendere la cura?

Il messaggio più importante è che la malattia non finisce quando termina il ricovero o quando si chiude un ciclo terapeutico.

La vera ripresa riguarda la possibilità di tornare a vivere pienamente. Significa recuperare autonomia, relazioni, progettualità, lavoro e dignità.

Come ha ricordato Gianluca Franceschini, direttore della UOC di Chirurgia senologica del Gemelli, la guarigione non coincide automaticamente con il ritorno alla vita di prima. Proprio per questo la medicina deve imparare ad accompagnare le persone anche nella fase successiva alle cure.

Il progetto del Policlinico Gemelli e dell’Inail va in questa direzione: costruire una sanità capace di guardare non solo alla malattia, ma alla persona intera, al suo corpo, alla sua mente, al suo lavoro e al suo diritto di sentirsi ancora parte attiva della società.