ConvMut SARS-Cov-2 (Foto free di fernando zhiminaicela da Pixabay)

Nelle prime ondate delle pandemia, le prime fasi della pandemia, quando i vaccini non esistevano e le cure erano limitate, non tutti i territori hanno pagato lo stesso prezzo in termini di mortalità. A fare la differenza non è stato un singolo fattore biologico o sanitario, ma l’interazione tra tempestività delle restrizioni e mobilità delle persone.

È questa la conclusione centrale di uno studio internazionale coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che ha analizzato in modo innovativo le due ondate pre-vaccinali di Covid-19 in Italia.

Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, offre una lettura più profonda di ciò che è accaduto tra febbraio 2020 e febbraio 2021, mostrando come strumenti statistici avanzati possano affiancare l’epidemiologia tradizionale nel monitoraggio delle emergenze sanitarie.

Le prime due ondate prese in esame

La ricerca ha preso in esame i dati delle 107 province italiane. Incrociando mortalità, mobilità locale, tempistica e intensità delle restrizioni, oltre a variabili socio-demografiche, infrastrutturali e ambientali. Le due ondate analizzate presentavano caratteristiche molto diverse.

La prima ondata mostrava picchi di mortalità elevati e concentrati in poche aree, soprattutto nel Nord. La seconda era invece più lunga, diffusa e asincrona, con un coinvolgimento più ampio del territorio nazionale. Nonostante queste differenze, in entrambe le fasi le province si sono distribuite in tre grandi gruppi: aree a bassa mortalità, aree con andamento intermedio e aree con una crescita esponenziale dei decessi.

Un dato sorprendente riguarda l’inversione geografica osservata tra le due ondate. Molte delle province duramente colpite nella primavera del 2020 sono risultate relativamente meno colpite nella fase successiva. Le spiegazioni possibili sono diverse. Dalla riduzione del numero di soggetti più vulnerabili, all’adattamento dei comportamenti individuali, fino a una parziale immunità acquisita dopo la prima esposizione al virus.

Restrizioni tempestive: il fattore decisivo prima dei vaccini

Il risultato più robusto dello studio riguarda il ruolo delle restrizioni introdotte nelle fasi iniziali della diffusione del virus. In assenza di vaccini, la rapidità con cui venivano limitati gli spostamenti e le interazioni sociali si associa in modo significativo a una riduzione della mortalità.

Durante il primo lockdown, la mobilità si è ridotta in modo netto e uniforme su tutto il Paese. Nella seconda ondata, caratterizzata dal sistema a colori, le limitazioni sono state più differenziate e meno drastiche. Eppure, anche in questo scenario, emerge una relazione chiara: dove la mobilità restava più elevata, la mortalità tendeva ad aumentare.

Lo studio non entra nel merito delle decisioni politiche. Fornisce un dato empirico solido: nelle fasi iniziali di un’epidemia respiratoria, quando non esistono strumenti di prevenzione immunitaria, ridurre rapidamente le occasioni di contatto può salvare vite.

Un nuovo modo di leggere i dati epidemici

Per superare i limiti dei modelli epidemiologici classici, spesso basati su ipotesi rigide e dati incompleti, i ricercatori hanno utilizzato tecniche di analisi dei dati funzionali. Questo approccio consente di confrontare fenomeni che evolvono su scale temporali diverse. Consente anche di integrare variabili dinamiche e statiche senza forzare i dati entro schemi predefiniti.

Il vantaggio è duplice. Da un lato si riesce a cogliere tendenze robuste anche quando i dati sono parziali, come spesso accade nelle prime fasi di una crisi sanitaria. Dall’altro, si ottiene una fotografia più aderente alla complessità reale dei territori, dove fattori sanitari, sociali e comportamentali si intrecciano.

In caso di nuove epidemie, soprattutto nelle fasi iniziali, affiancare il monitoraggio epidemiologico tradizionale con analisi territoriali avanzate può aiutare a prendere decisioni più informate e tempestive.

Comprendere questi meccanismi non significa riproporre automaticamente le stesse misure. Significa dotarsi di strumenti migliori per valutare costi e benefici quando il tempo è il fattore più critico.

In questo senso, l’esperienza delle prime ondate Covid rappresenta una lezione scientifica e sociale che resta centrale per affrontare le emergenze sanitarie di domani.