L’11 aprile è la Giornata Mondiale della Malattia Parkinson

Parliamo di una condizione neurodegenerativa che colpisce principalmente il sistema nervoso. Si manifesta con sintomi motori come tremori, rigidità, lentezza nei movimenti e difficoltà nell’equilibrio. Questi sintomi sono il risultato della morte di alcune cellule nervose del cervello che producono dopamina. Quest’ultimo è un neurotrasmettitore fondamentale per il controllo del movimento.

Il nome deriva dal suo scopritore, il medico inglese James Parkinson. Divenne celebre in tutto il mondo per le sue descrizioni della “Paralisi agitante”, denominazione con cui descrisse nel XIX secolo la malattia.

Fattori di rischio e cause del Parkinson

La causa specifica di questa morte cellulare non è ancora completamente compresa, ma si ritiene che varie concomitanze possano contribuire allo sviluppo della malattia.

Alcuni fattori di rischio possono essere l’esposizione a sostanze chimiche come solventi, pesticidi e idrocarburi. Inoltre predisposizioni genetici possono aumentare la probabilità di sviluppare il Parkinson, sebbene la maggior parte dei casi non abbia una causa genetica chiara.

A tal proposito emblematico è il caso di Carlo Calcagni, ex ufficiale che ha dichiarato di essere stato danneggiato dall’uranio impoverito e che ha sviluppato malattie neurodegenerative parkinson like.

Una caratteristica distintiva della malattia di Parkinson è la presenza dei corpi di Lewy, che sono inclusioni anomale di proteine che si accumulano nei neuroni.

Diagnosi e trattamenti

La diagnosi si basa principalmente su una valutazione clinica dei sintomi motori e va per esclusione. I neurologi esaminano la presenza delle manifestazioni che abbiamo descritto all’inizio dell’articolo. Ossia tremori, rigidità e bradicinesia (lentezza nei movimenti). Per escludere altre condizioni i medici possono utilizzare tecniche di neuroimaging. Tra queste abbiamo la risonanza magnetica o la Pet ossia la tomografia a emissione di positroni.
Non esiste attualmente una cura definitiva per la malattia di Parkinson. Tuttavia i trattamenti farmacologici possono essere molto efficaci nel gestire i sintomi. Inoltre la fisioterapia e altre forme di riabilitazione motoria sono raccomandate per migliorare la mobilità, l’equilibrio e la qualità della vita dei pazienti.
Il farmaco principale utilizzato è la levodopa, che aiuta a ripristinare i livelli di dopamina.
Altri approcci sono la Dbs, ossia stimolazione cerebrale profonda, una tecnica chirurgica che implica l’impianto di elettrodi nel cervello. Questi elettrodi inviano impulsi elettrici a specifiche aree cerebrali per modulare l’attività neuronale e ridurre alcuni sintomi, come il tremore e la rigidità.

Nuovi studi

GeoPD ossia il “Genetic Epidemiology of Parkinson’s Disease” è un consorzio internazionale dedicato alla ricerca genetica sulla malattia di Parkinson. Fondato nel 2004, comprende oltre 60 istituzioni distribuite su sei continenti, con l’obiettivo di promuovere l’educazione, la ricerca scientifica e lo sviluppo nel campo della patologia. ​
Il prossimo convegno del consozio si terrà a Tubinga, in Germania, dal 12 al 13 giugno ed illustrerà le importanti novità scientifiche sulla malattia.

La retina come biomarcatore

In particolare, per quanto riguarda le novità recenti in fatto di diagnosi, Nicolas Cuena dalla Spagna presenterà “Dall’occhio al cervello: la retina come biomarcatore precoce del morbo di Parkinson”.

Spesso nei malati si registrano difetti visivi diversi anni prima dell’inizio dei sintomi motori. Diversi studi condotti su modelli animali e umani hanno mostrato la presenza di α-sinucleina nel tessuto della retina nei malati. Ciò potrebbe costituire un mezzo per la diagnosi precoce e non invasiva della malattia di Parkinson. prima ancora della comparsa dei sintomi motori.

Diagnosi che potrebbe avvenire tramite la SD-OCT, ossia la tomografia a coerenza ottica, che permette tramite la tecnologia di imaging la valutazione della retina in vivo e verificarne le alterazioni.

Infiammazione cerebrale nella malattia di Parkinson

Sarà Claudio Franceschi, professore di immunologia dell’Università di Bologna, a illustrare come l’infiammazione possa giocare un ruolo importante nel processo di progressione della malattia, sia a livello cerebrale che sistemico.

L’infiammazione cerebrale è una risposta immunitaria anomala all’interno del cervello, che coinvolge principalmente le cellule microgliali del sistema nervosos responsabili della difesa immunitaria. Nella malattia di Parkinson, la microglia viene attivata in modo anomalo e contribuisce al danno neuronale, che è alla base della malattia.

Il DNA mitocondriale danneggiato a causa di disturbi immunitari può diffondere la malattia di Parkinson e la demenza

Studi portati avanti da ricercatori danesi evidenziano che il Dna mitocondriale danneggiato potrebbe innescare il Parkinson, propagando la malattia nel tessuto cerebrale.
Ne parlerà nel congresso GeoPD il professor Shohreh Issazadeh-Navikas dell’Università di Copenaghen.
La ricerca è stata pubblicata su Nature.it

I mitocondri, i produttori di energia vitale all’interno delle cellule cerebrali, in particolare i neuroni, se sottoposti a stress ossidativo o ad aggressioni autoimmuni subiscono danni, portando a interruzioni nel Dna mitocondriale. Ciò avvia e diffonde la malattia a macchia d’olio attraverso il cervello.

Il DNA mitocondriale danneggiato è stato iniettato nel cervello dei topi, inducendo sintomi simili alla malattia di Parkinson, inclusi disturbi neuropsichiatrici, motori e cognitivi. Ciò verificava neurodegenerazione in aree cerebrali lontane dal sito di iniezione, suggerendo una diffusione “infettiva” delle caratteristiche della malattia.