Uno studio innovativo esplora la relazione tra le predisposizioni genetiche a tratti neuropsichiatrici e le categorie professionali. Sebbene le connessioni siano deboli, le implicazioni sono significative per comprendere l’interazione tra genetica, ambiente e opportunità sociali

Le radici genetiche dei percorsi professionali

Uno studio innovativo esplora la relazione tra le predisposizioni genetiche a tratti neuropsichiatrici e le categorie professionali

La relazione tra genetica e ambiente rappresenta un intreccio complesso che influenza profondamente tratti personali, scelte di vita e orientamenti professionali. Una ricerca, pubblicata su Nature Human Behaviour, ha esplorato questa interazione. Condotto da Georgios Voloudakis del JJ Peters VA Medical Center (New York, USA) e della Icahn School of Medicine del Mount Sinai (New York, USA), lo studio ha analizzato il legame tra i Polygenic Scores (PGS) – punteggi genetici che indicano la predisposizione a specifici tratti neuropsichiatrici come disturbi dello spettro autistico (ASD), ADHD o depressione – e le categorie professionali scelte dagli individui.

L’obiettivo era comprendere se alcune varianti genetiche, associate a disturbi neuropsichiatrici come la schizofrenia o il disturbo bipolare, potessero influenzare l’orientamento verso determinate professioni. I ricercatori hanno ipotizzato che tratti genetici collegati a condizioni patologiche possano, in alcuni casi, rappresentare un vantaggio in specifici ambiti lavorativi. Ad esempio, caratteristiche come la creatività, l’intuizione o una maggiore sensibilità emotiva, spesso associate a disturbi neuropsichiatrici, potrebbero risultare utili in settori come l’arte, la scienza o la tecnologia.

Polygenic Scores e predisposizioni neuropsichiatriche

Nel contesto dello studio, i ricercatori hanno analizzato dati provenienti da due delle più grandi biobanche mondiali: il Million Veteran Program (MVP) negli Stati Uniti e il UK Biobank (UKBB) nel Regno Unito, coinvolgendo un totale di 421.889 partecipanti di origine europea.

I PGS sono stati messi in relazione con le professioni dichiarate dai partecipanti, che sono state raggruppate in categorie comuni (ad esempio, “arti e design”, “informatica e matematica”, “supporto sanitario”). Per ridurre le variabili confondenti, l’analisi è stata condotta considerando solo persone sopra i 30 anni, con carriere ormai stabili.

Connessioni deboli, ma significative

I risultati dello studio hanno mostrato che i PGS relativi a tratti neuropsichiatrici hanno un’influenza significativa, ma minima, sulla scelta professionale. Ad esempio, tratti associati all’ADHD erano debolmente correlati a categorie professionali come “informatica e matematica”, mentre tratti legati alla depressione e all’ASD mostravano legami con categorie creative come “arti e design”.

Voloudakis spiega: «Abbiamo rilevato che, sebbene le associazioni siano deboli, sono statisticamente significative e replicabili tra le due biobanche. Questo non significa che possiamo prevedere il lavoro di una persona basandoci sulla genetica, ma evidenzia tendenze di gruppo sottili e riproducibili».

Un dato interessante è che le associazioni tra ADHD e carriere specifiche sembrano essere mediate dall’istruzione. Voloudakis sottolinea: «Questo indica che barriere sistemiche, come pregiudizi nel sistema educativo, possono influenzare le traiettorie professionali delle persone con una maggiore predisposizione genetica per l’ADHD, anche se non ricevono una diagnosi formale».

Ruolo di altri fattori: demografia e ambiente

Lo studio ha rivelato che fattori come l’età e il sesso influenzano le scelte professionali molto più delle predisposizioni genetiche. L’età spiegava circa il 21% della varianza nelle professioni scelte, mentre il sesso ne spiegava il 7%. Al contrario, i PGS contribuivano per meno dello 0,4% alla variazione osservata.

Voloudakis chiarisce: «I nostri risultati sottolineano che fattori demografici e sociali superano di gran lunga la genetica nel determinare le carriere. L’ambiente, l’educazione e le opportunità restano determinanti fondamentali».

L’importanza di uno studio su larga scala

L’ampiezza del campione ha permesso di rilevare effetti piccoli ma significativi. L’analisi ha anche escluso gli individui con diagnosi cliniche, per verificare se le tendenze osservate fossero valide per chi ha solo una predisposizione genetica. Questa robustezza metodologica ha rafforzato le conclusioni, evidenziando che le predisposizioni genetiche influenzano in modo sottile ma coerente i percorsi professionali.

Implicazioni sociali ed etiche

Lo studio apre una riflessione più ampia sul ruolo della genetica nel contesto sociale. Sebbene i PGS non siano abbastanza forti da determinare il destino professionale di un individuo, essi possono fornire indizi utili per comprendere i meccanismi che influenzano la distribuzione di talenti e tratti nella società.

L’idea che tratti neuropsichiatrici possano offrire vantaggi in contesti specifici – un “trade-off evolutivo” – aiuta anche a spiegare perché queste varianti genetiche rimangano comuni nella popolazione. Tuttavia, resta cruciale evitare qualsiasi utilizzo discriminatorio di tali dati.

Voloudakis osserva: «Dal primo utilizzo della diagnosi genetica preimpianto nel 1990, fino alle narrazioni fantascientifiche di film come Gattaca, la società ha sempre temuto che i profili genetici potessero predeterminare le traiettorie di vita. Il nostro lavoro dimostra che le influenze genetiche, pur presenti, sono deboli rispetto ai fattori ambientali e sociali».

Verso un futuro di ricerca e applicazioni pratiche

Il team di ricerca ha già delineato i prossimi passi, tra cui lo studio della pleiotropia, ovvero il fenomeno per cui varianti genetiche possono influenzare più tratti contemporaneamente, come capacità cognitive, regolazione emotiva e funzioni mentali generali. L’obiettivo finale è integrare queste conoscenze in un approccio di psichiatria computazionale, combinando analisi genetiche avanzate e modelli predittivi.

Voloudakis conclude: «Speriamo che questo lavoro contribuisca a sviluppare trattamenti più precisi e personalizzati, ma anche a informare politiche che riducano le disuguaglianze educative e professionali».