FARMACO SPERIMENTALE RADDOPPIA LA SOPRAVVIVENZA NEL TUMORE DEL PANCREAS METASTATICO. I DATI PRESENTATI AL CONGRESSO ASCO 2026 MOSTRANO CHE OLTRE LA METÀ DEI PAZIENTI TRATTATI CON DARAXONRASIB È VIVA A UN ANNO, CONTRO IL 17% DI CHI HA RICEVUTO LA CHEMIOTERAPIA STANDARD. LA SCOPERTA APRE UNA NUOVA STRADA CONTRO UNA DELLE FORME DI CANCRO PIÙ AGGRESSIVE E DIFFICILI DA CURARE.
Per decenni il tumore del pancreas è stato considerato uno dei grandi nemici irrisolti dell’oncologia. Le possibilità terapeutiche sono rimaste limitate, la diagnosi è spesso tardiva e la sopravvivenza continua a essere tra le più basse in assoluto. Oggi, però, una sperimentazione internazionale presentata al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) di Chicago accende una speranza concreta.
Il protagonista è daraxonrasib, un farmaco orale sviluppato dall’azienda statunitense Revolution Medicines. Nei pazienti con tumore del pancreas metastatico già trattati con una prima linea terapeutica, il medicinale ha mostrato risultati che molti specialisti definiscono storici. Non si parla ancora di guarigione, ma di un cambiamento potenzialmente radicale nell’approccio a questa malattia.
Tumore al pancreas e sopravvivenza: perché il tumore del pancreas è così difficile da curare?
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Il tumore del pancreas rappresenta circa il 3% di tutte le neoplasie, ma è responsabile di una quota molto più elevata di decessi oncologici. Questo avviene perché spesso cresce in modo silenzioso per mesi o anni, senza provocare sintomi evidenti.
Quando compaiono segnali come perdita di peso, dolore addominale, ittero, stanchezza persistente o alterazioni digestive, la malattia è frequentemente già avanzata.
La forma più comune è l’adenocarcinoma duttale pancreatico, che rappresenta oltre il 90% dei casi. Si tratta di una neoplasia particolarmente aggressiva, caratterizzata da una notevole capacità di infiltrare i tessuti circostanti e di diffondersi rapidamente ad altri organi, soprattutto fegato, polmoni e peritoneo.
Secondo le statistiche internazionali, solo una minoranza dei pazienti riceve la diagnosi quando il tumore è ancora operabile. Nella maggior parte dei casi la diagnosi è tardiva.
Tumore al pancreas e sopravvivenza: quali sono i fattori di rischio?
L’età rappresenta uno dei principali fattori di rischio, poiché la maggior parte delle diagnosi avviene dopo i 60 anni. Tuttavia esistono anche altri elementi che possono aumentare la probabilità di sviluppare la malattia.
Tra i più importanti figurano il fumo di sigaretta, l’obesità, il diabete di tipo 2, la pancreatite cronica e alcune sindromi genetiche ereditarie. Negli ultimi anni i ricercatori stanno studiando anche il ruolo dell’infiammazione cronica e delle alterazioni metaboliche.
La prevenzione resta complessa perché non esistono programmi di screening diffusi come quelli utilizzati per il tumore del colon-retto o della mammella.
Tumore al pancreas e sopravvivenza: perché la sopravvivenza è ancora così bassa?
Uno dei motivi principali risiede nella particolare biologia del tumore pancreatico.
Le cellule cancerose sono circondate da una sorta di barriera composta da tessuto fibroso e cellule di supporto che ostacola la penetrazione dei farmaci. Inoltre il tumore presenta una notevole eterogeneità genetica e sviluppa rapidamente meccanismi di resistenza ai trattamenti.
Anche l’immunoterapia, che ha rivoluzionato la cura di altre neoplasie, finora ha mostrato risultati limitati nel carcinoma pancreatico.
Per questi motivi la ricerca ha concentrato molti sforzi sull’identificazione di bersagli molecolari specifici.
Che cos’è la mutazione KRAS e perché è così importante?
La vera svolta dello studio presentato all’ASCO riguarda un bersaglio molecolare che gli oncologi inseguono da decenni.
Oltre il 90% degli adenocarcinomi pancreatici presenta infatti alterazioni del gene KRAS. Questa mutazione produce una proteina costantemente attiva che invia alle cellule tumorali segnali continui di crescita, proliferazione e sopravvivenza.
Per anni KRAS è stata definita “undruggable”, cioè impossibile da colpire con un farmaco.
La struttura della proteina rendeva infatti estremamente difficile bloccarne l’attività senza danneggiare altri meccanismi cellulari.
Negli ultimi anni, tuttavia, i progressi della biologia molecolare hanno permesso di sviluppare nuove strategie terapeutiche. Daraxonrasib appartiene proprio a questa nuova generazione di farmaci.
Come funziona il nuovo farmaco daraxonrasib?
Daraxonrasib è una terapia mirata progettata per bloccare l’attività delle proteine KRAS mutate appartenenti alla famiglia delle mutazioni Ras G12.
In pratica il farmaco si lega alla proteina alterata e ne impedisce il funzionamento, interrompendo la catena di segnali che alimenta la crescita tumorale.
L’obiettivo è colpire uno dei motori biologici principali della malattia, riducendo la capacità delle cellule cancerose di proliferare e diffondersi.
Questa strategia differisce profondamente dalla chemioterapia tradizionale, che agisce in modo meno selettivo sulle cellule in rapida divisione.
Cosa ha mostrato lo studio RASolute 302?
I risultati presentati a Chicago hanno attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale.
Nello studio RASolute 302 sono stati arruolati pazienti con tumore pancreatico metastatico già sottoposti a una prima linea di trattamento.
A distanza di un anno, il 53,2% dei pazienti trattati con daraxonrasib risultava ancora vivo. Nel gruppo che aveva ricevuto la chemioterapia standard la sopravvivenza si fermava invece al 17,3%.
La differenza è stata così marcata da suscitare una vera e propria standing ovation durante la presentazione dei dati.
Per gli specialisti non conta soltanto il miglioramento della sopravvivenza. Ancora più importante è la dimostrazione che KRAS può finalmente essere colpita in modo efficace anche nel tumore pancreatico.
Qual è stato il contributo italiano?
Il Dana-Farber Cancer Institute di Boston, uno dei più prestigiosi centri oncologici mondiali, ha coordinato lo studio.
L’Italia ha partecipato attivamente attraverso alcuni tra i principali istituti oncologici nazionali, tra cui l’Istituto Nazionale dei Tumori, l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Istituto Oncologico Veneto e l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana.
Tra i ricercatori italiani coinvolti figura anche Chiara Cremolini, che ha sottolineato come il prossimo obiettivo sia anticipare l’utilizzo del farmaco alle fasi più precoci della malattia.
Potrà essere utilizzato anche in altri tumori?
Le prospettive potrebbero andare oltre il pancreas.
Le mutazioni della famiglia RAS sono infatti coinvolte nello sviluppo di numerose neoplasie, compresi alcuni tumori del colon-retto e del polmone.
Per questo motivo diversi farmaci simili a daraxonrasib sono attualmente in fase di sperimentazione clinica in altri contesti oncologici.
Se i risultati verranno confermati, potrebbe aprirsi una nuova era delle terapie mirate contro i tumori guidati dalle mutazioni KRAS.
Quando arriverà il farmaco in Europa?
Gli Stati Uniti ne autorizzeranno l’uso già nei prossimi mesi.
In Europa i tempi potrebbero essere più lunghi. Tuttavia il farmaco ha già ricevuto dall‘Agenzia Europea per i Medicinali la designazione di farmaco orfano, uno strumento che accelera la valutazione dei trattamenti destinati a malattie rare o prive di adeguate opzioni terapeutiche.
I ricercatori europei stanno inoltre chiedendo all’azienda produttrice di attivare programmi di uso compassionevole, che consentirebbero ai pazienti più gravi di accedere al medicinale prima della sua approvazione definitiva.
Perché questa scoperta è considerata una svolta?
Nella storia del tumore del pancreas i progressi terapeutici sono stati generalmente lenti e incrementali.
Per questo motivo un miglioramento così importante della sopravvivenza viene accolto con particolare entusiasmo dalla comunità scientifica.
Gli esperti invitano comunque alla prudenza. Daraxonrasib non rappresenta ancora una cura definitiva e saranno necessari ulteriori studi per comprenderne il ruolo nelle diverse fasi della malattia.
Tuttavia, dopo anni in cui il tumore pancreatico sembrava quasi inattaccabile, i risultati dello studio RASolute 302 mostrano che uno dei suoi principali punti di forza biologici può finalmente trasformarsi in una vulnerabilità. Ed è proprio questa la notizia che oggi alimenta nuove speranze per migliaia di pazienti in tutto il mondo.
