Il suicidio della tiktoker Alexandra Garufi apre alla riflessione sulla responsabilità culturale legata alla discriminazione e alla mancanza di supporto per il riconoscimento delle persone transgender. Il suicidio di un’adolescente evidenzia i fallimenti sociali, istituzionali e culturali che perpetuano l’emarginazione.
Uno studio condotto dalla National LGBTQ Task Force ha rivelato che oltre il 40% delle persone che hanno affrontato la transizione di genere ha tentato il suicidio almeno una volta nella vita. Si tratta di un tasso molto più alto rispetto alla media della popolazione. Numeri ancora più elevati in coloro che vivono in contesti di estrema marginalità sociale ed economica.
Le cause di questi tassi elevati di suicidio non sono legate a una condizione intrinseca dell’identità di genere. Piuttosto sono dovuti alla discriminazione, alla stigmatizzazione sociale, alla violenza, e alla negazione dei diritti fondamentali che molte persone transgender affrontano quotidianamente.
Il percorso di transizione di genere
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Vivere secondo il proprio genere di identità, indipendentemente dal sesso assegnato alla nascita, non è solo un cambiamento esteriore. E’ una vera e propria riaffermazione di essere se stessi, di vivere autenticamente. Un concetto che affonda le sue radici nel rispetto per l’individualità e la dignità di ogni persona. Ogni individuo ha il diritto di autodeterminarsi e di scegliere come esprimersi.
Una libertà che si concretizza in vari modi, dall’assunzione di un nuovo nome, oltre a cambiamenti nel modo di vestirsi e trattamenti medici o chirurgici. Fondamentale in questo passaggio è l’accettazione sociale e familiare.
Le legislazioni in molti paesi hanno iniziato a garantire il diritto di modificare il proprio genere legalmente e di accedere a cure sanitarie adeguate. Tuttavia, la lotta per l’uguaglianza, il rispetto e la protezione delle persone transgender continua, perché spesso queste persone sono ancora oggetto di discriminazione, violenza e pregiudizi.
Sport e diritti
A febbraio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che proibisce alle atlete transgender di competere nelle gare femminili. Trump proprio il primo giorno in cui è rientrato in carica ha chiesto al governo federale di ridefinire ufficialmente il sesso come solo maschile o femminile.
Per il partito repubblicano questa misura avrebbe l’intenzione di ripristinare parità nello sport. Invece il movimento LGBT+ considera la decisione un atto lesivo e discriminatorio. Un ordine esecutivo che impedisce la partecipazione di ragazze e donne transgender agli sport femminili nelle scuole superiori.
Secondo recenti dichiarazioni, verrà inoltre impedito in tutti i modi alle atlete transgender di competere contro le donne nelle gare del Comitato olimpico internazionale negli USA.
La storia della transizione di genere
In molte culture antiche, la fluidità di genere non solo era accettata, ma addirittura celebrata. Nella Mesopotamia antica, ad esempio, esistevano figure religiose e sacerdotali di sesso neutro, come gli eunuchi. Si trattava di uomini che subivano la castrazione e ricoprivano ruoli importanti nella società. Anche se non c’era una vera e propria connessione con l’idea moderna di transizione di genere. Tuttavia, questi individui spesso attraversavano un processo di trasformazione che, in un certo senso, anticipava l’idea di transizione. In molte culture indigene nordamericane, esistevano persone note come il “Doppio spirito”, che non si conformavano rigidamente ai ruoli di genere tradizionali. Erano rispettati e occupavano ruoli spirituali, sociali e politici nella loro comunità.
Il XX secolo e la nascita del movimento transgender
Con l’avvento della medicina moderna e delle scienze sociali, è stato possibile comprendere meglio la natura dell’identità di genere. Ciò ha anche permesso a chi lo desiderava di avviare il processo di transizione.
Una delle prime persone a sottoporsi a chirurgia di riattribuzione del sesso fu Lili Elbe, una donna transgender danese. Nata maschio, nel 1930 fu sottoposta a una serie di interventi chirurgici per modificare il suo corpo e vivere come donna. Il suo caso divenne noto a livello internazionale.
Un altro esempio significativo è quello di Christine Jorgensen, un’americana che nel 1952 divenne famosa per essere la prima persona negli Stati Uniti a ricevere una chirurgia di riassegnazione del sesso.
I progressi e le leggi delle persone transgender
Nel 2018, l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato la classificazione della disforia di genere come malattia mentale. riconoscendo che la condizione non è una condizione patologica, ma un aspetto naturale dell’esperienza umana. Questo cambiamento è stato un passo importante verso la riduzione dello stigma. Anche in Italia, il movimento per i diritti delle persone transgender ha guadagnato terreno, con la legge 164/1982, che consente alle persone di modificare il proprio sesso anagrafico.
La discriminazione come capro espiatorio
La creazione di un capro espiatorio è stata una tattica ricorrente per spiegare crisi economiche, cambiamenti sociali o una crescente percezione di insicurezza. Quando questa strategia prende piede, i danni non si limitano solo alla vittimizzazione dei soggetti accusati ingiustamente. Si estendono all’intera società, minando la coesione sociale e aumentando le divisioni politiche e culturali. Il pericolo è che, facendo leva su pregiudizi e paure infondate, si distoglie l’attenzione dai veri problemi. Di conseguenza si instaura un clima di intolleranza e polarizzazione. I gruppi conservatori spesso identificano gruppi sociali marginalizzati o vulnerabili come capri espiatori. Questi possono essere minoranze etniche, sessuali, religiose, o gruppi che si discostano dalla “norma” dominante. Le persone transgender sono talvolta designate come capri espiatori in alcune retoriche conservatrici.
Una volta identificato il gruppo “nemico”, il passo successivo è attribuirgli la responsabilità dei problemi sociali o economici. In alcuni casi i capri espiatori vengono dipinti come causa della perdita di valori tradizionali. O come una presunta minaccia alla stabilità sociale o economica.
Sfruttare il capro espiatorio è un modo per canalizzare il malcontento popolare e raccogliere consensi. Creare una figura su cui concentrare l’odio permette ai leader di distogliere l’attenzione dalle proprie mancanze. L’odio popolare si riversa quindi su una causa esterna, configurandosi come una pericolosa sconfitta per il progresso civile.