Le statine, tra i farmaci più prescritti al mondo per ridurre il colesterolo LDL, non causano la maggior parte degli effetti collaterali riportati nei foglietti illustrativi. È quanto emerge da una vasta analisi pubblicata su The Lancet e coordinata dall’Università di Oxford. I risultati ridimensionano timori diffusi e riportano l’attenzione su un punto centrale: il controllo del colesterolo resta uno dei pilastri della prevenzione cardiovascolare.
Perché il colesterolo è importante
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Il colesterolo è una sostanza grassa presente naturalmente nel nostro organismo. È indispensabile per la costruzione delle membrane cellulari, per la produzione di ormoni steroidei e per la sintesi della vitamina D. Il problema non è quindi il colesterolo in sé, ma il suo eccesso nel sangue e, soprattutto, la distribuzione tra le diverse frazioni.
Il colesterolo viene trasportato nel sangue da lipoproteine. Le principali sono le LDL (low-density lipoprotein) e le HDL (high-density lipoprotein). Le LDL sono comunemente definite “colesterolo cattivo” perché, quando presenti in quantità elevate, tendono a depositarsi nelle pareti delle arterie formando placche aterosclerotiche. Le HDL, al contrario, sono considerate “colesterolo buono” perché contribuiscono a rimuovere il colesterolo in eccesso dai tessuti e a riportarlo al fegato.
L’accumulo di placche nelle arterie può restringere o ostruire il flusso sanguigno, aumentando il rischio di infarto miocardico, ictus e altre malattie cardiovascolari. A livello globale, queste patologie sono tra le principali cause di morte.
Cosa sono le statine e come funzionano
Le statine sono farmaci che riducono la produzione di colesterolo nel fegato. Agiscono inibendo un enzima chiave, la HMG-CoA reduttasi, coinvolto nella sintesi del colesterolo. Questo porta a una diminuzione dei livelli di LDL nel sangue e, di conseguenza, a una riduzione del rischio cardiovascolare.
Da oltre trent’anni le statine rappresentano la terapia di riferimento per i pazienti con ipercolesterolemia, soprattutto in presenza di altri fattori di rischio come ipertensione, diabete, fumo o precedenti eventi cardiovascolari.
Lo studio: cosa dice sulle statine
L’analisi pubblicata su The Lancet ha raccolto i dati di 23 grandi studi clinici della Cholesterol Treatment Trialists’ Collaboration. In totale sono stati valutati oltre 150.000 partecipanti, confrontando statine e placebo oppure dosaggi più intensivi e meno intensivi.
Il risultato principale è chiaro: per quasi tutte le condizioni elencate nei foglietti illustrativi come possibili effetti collaterali, non è emersa una differenza significativa tra chi assumeva statine e chi assumeva placebo. Non sono stati osservati aumenti statisticamente rilevanti di disturbi cognitivi, depressione, insonnia, disfunzione erettile, aumento di peso o stanchezza.
Il lieve incremento del rischio di alterazioni degli enzimi epatici, nell’ordine di circa lo 0,1%, è generalmente reversibile e monitorabile con semplici esami del sangue.
Secondo l’autrice principale, Christina Reith, i benefici delle statine superano ampiamente i rischi per la grande maggioranza dei pazienti.
Effetti collaterali: i dolori muscolari
Uno dei temi più dibattuti riguarda i dolori muscolari. In alcuni pazienti le statine possono causare mialgie, ma studi controllati hanno dimostrato che una quota rilevante di questi sintomi è attribuibile all’effetto nocebo, ovvero alla convinzione di assumere un farmaco potenzialmente dannoso.
Questo non significa che gli effetti collaterali non esistano, ma che la loro frequenza è spesso sovrastimata. Per questo è importante non sospendere autonomamente la terapia e confrontarsi sempre con il medico.
Alternative alle statine
Non tutti i pazienti tollerano le statine o raggiungono i target di LDL con questi farmaci. In questi casi esistono alternative o terapie aggiuntive.
L’ezetimibe riduce l’assorbimento intestinale del colesterolo e può essere associato alle statine per potenziarne l’effetto. Gli inibitori di PCSK9, farmaci biologici somministrati per via sottocutanea, abbassano in modo marcato il colesterolo LDL e sono indicati nei casi ad alto rischio o con ipercolesterolemia familiare. Più recentemente sono stati sviluppati farmaci come l’acido bempedoico, che agisce anch’esso sulla sintesi del colesterolo ma con un meccanismo diverso dalle statine.
In ogni caso, la scelta terapeutica dipende dal profilo di rischio individuale, dai valori di colesterolo e dalla presenza di altre patologie.
Stile di vita e prevenzione
La terapia farmacologica non sostituisce le modifiche dello stile di vita. Alimentazione equilibrata, riduzione dei grassi saturi, aumento del consumo di fibre, attività fisica regolare e cessazione del fumo sono interventi fondamentali.
Nei pazienti a rischio elevato, tuttavia, la sola dieta raramente è sufficiente a riportare i livelli di LDL entro valori sicuri. In questi casi le statine rappresentano uno strumento essenziale di prevenzione.
Un bilancio tra rischi e benefici
Il nuovo studio pubblicato su The Lancet contribuisce a chiarire un punto centrale: le statine sono farmaci ampiamente studiati, con un profilo di sicurezza solido e benefici documentati nella riduzione di infarti, ictus e mortalità cardiovascolare.
La decisione di iniziare o proseguire la terapia deve sempre essere personalizzata, basata su una valutazione del rischio globale e condivisa con il medico. Tuttavia, alla luce delle evidenze disponibili, l’allarme generalizzato sugli effetti collaterali non trova conferma nei dati scientifici.
In un contesto in cui le malattie cardiovascolari restano tra le principali cause di morte, combattere il “colesterolo cattivo” non è solo una questione di numeri di laboratorio, ma una strategia concreta di protezione della salute nel lungo periodo.
