Dr.ssa Marta Camici, INMI Spallanzani

Un nuovo studio italiano apre prospettive importanti nella cura del Long COVID. Una terapia a base di anticorpi avrebbe infatti portato al recupero completo di un paziente adulto affetto da una forma severa della patologia. Suggerendo un possibile approccio terapeutico per casi selezionati.

La ricerca, condotta congiuntamente dall’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani e dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, è stata pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet Infectious Diseases e rappresenta un primo passo verso studi clinici più ampi.

Cos’è il Long COVID e quali sono i sintomi

Il Long COVID è una condizione caratterizzata dalla persistenza o dalla comparsa di sintomi anche mesi dopo l’infezione da COVID-19. Ad oggi non esiste una terapia standard riconosciuta.

Tra i sintomi più comuni si segnalano stanchezza intensa, difficoltà cognitive, cefalea, insonnia, disturbi del sistema nervoso autonomo, affanno e alterazioni della sensibilità. Questi disturbi possono avere un impatto significativo sulla qualità della vita.

Il caso clinico e la terapia con immunoglobuline

Lo studio ha analizzato il caso di un uomo di 39 anni, precedentemente sano e sportivo, che dopo due infezioni da SARS-CoV-2 ha sviluppato una forma grave e persistente della sindrome.

Il paziente presentava sintomi debilitanti come “fatigue”, nebbia cognitiva, problemi di memoria e concentrazione, oltre a disturbi del sonno e disfunzioni autonomiche. Le terapie precedenti non avevano prodotto benefici duraturi.

Il team dello Spallanzani, guidato dalla dottoressa Marta Camici e dal dottor Andrea Antinori, ha individuato nel sangue la presenza di autoanticorpi in grado di interferire con funzioni vitali, tra cui la comunicazione nervosa e la regolazione dei vasi sanguigni.

Sulla base di questi risultati è stata avviata una terapia con immunoglobuline per via endovenosa ad alte dosi. Le immunoglobuline sono utilizzate da anni per modulare la risposta immunitaria in diverse malattie autoimmuni e infiammatorie.

Durante il trattamento, il paziente è stato seguito anche sul piano neuropsicologico con un percorso di stimolazione cognitiva.

Miglioramento rapido e recupero completo

I risultati sono stati evidenti già dopo il primo ciclo di terapia, con una significativa riduzione della stanchezza e della nebbia cognitiva.

Nel corso dei mesi successivi, i sintomi si sono progressivamente attenuati fino a scomparire. A distanza di un anno, il paziente ha recuperato completamente le funzioni cognitive, è tornato al lavoro e ha ripreso l’attività fisica, con una qualità di vita paragonabile a quella precedente alla malattia.

I meccanismi immunologici alla base della risposta

I ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù hanno osservato cambiamenti significativi nei parametri immunologici del paziente.

In particolare, si è registrata una riduzione degli autoanticorpi diretti contro i recettori del sistema nervoso autonomo, insieme a un calo dei marcatori infiammatori e degli indicatori di attivazione della coagulazione.

L’efficacia della terapia è risultata associata anche alla scomparsa di un’interazione anomala tra linfociti T e monociti, ritenuta potenzialmente responsabile dello stato infiammatorio cronico.

Nuove prospettive di cura e futuri studi

Secondo Marta Camici, “questi risultati suggeriscono che, in un sottogruppo di pazienti, il Long COVID potrebbe essere sostenuto da una persistente disregolazione del sistema immunitario”.

La ricercatrice sottolinea però che le immunoglobuline non rappresentano una terapia universale, ma potrebbero essere efficaci in pazienti selezionati, individuabili grazie a specifici biomarcatori.

Anche Eva Piano Mortari evidenzia il potenziale dell’approccio, sottolineando come questo trattamento, già utilizzato in ambito pediatrico, potrebbe in futuro essere esteso anche ai più giovani.

Lo studio, pur basandosi su un singolo caso clinico, offre indicazioni preziose per la progettazione di trial clinici controllati. L’obiettivo sarà identificare i pazienti che possono beneficiare maggiormente della terapia e approfondire i meccanismi biologici alla base del Long COVID.

Sebbene siano necessari ulteriori studi, la terapia con anticorpi potrebbe aprire nuove strade nella gestione di una condizione ancora poco compresa, ma sempre più diffusa a livello globale.

Foto fornita da ufficio stampa – Dr.ssa Marta Camici, INMI Spallanzani