Mentre molte organizzazioni ed enti chi si occupano della demenza hanno sottolineato l’importanza di mantenere un peso sano per ridurre il rischio di sviluppare la malattia, alcuni studi hanno suggerito una connessione inaspettata: il paradosso dell’obesità. A quanto pare cioè il sovrappeso potrebbe proteggere dalla demenza. Questa apparente contraddizione ha sollevato molte domande sulla vera natura del legame tra peso corporeo e salute del cervello. Vediamo cosa ci dice la scienza su questo interessante argomento

Il paradosso dell’obesità 

Il paradosso dell’obesità al centro di uno studio sul nesso con la demenza

Uno strano paradosso. L’interesse per il legame tra obesità e demenza è stato alimentato dalla crescente prevalenza dell’obesità, insieme alla sempre più evidente “epidemia” di demenza. Di conseguenza, l’esame scientifico ha cercato di approfondire questa relazione apparentemente contraddittoria.

Numerosi studi iniziali sembravano confermare la correlazione tra le due condizioni, con ricerche che mostravano un aumento del rischio di sviluppare demenza nelle persone obese in mezza età. Questa associazione sembrava sostenuta dai danni che il sovrappeso provoca ai vasi sanguigni cerebrali, oltre che dalle malattie croniche come ipertensione, diabete e infiammazione, tutte collegate a un maggiore rischio di demenza.

Tuttavia, questa narrazione lineare è stata messa in discussione da varie incongruenze nei dati. Ad esempio, se l’obesità fosse davvero un fattore di rischio primario per la demenza, ci si aspetterebbe un aumento dei tassi di questa condizione in parallelo all’aumento dell’obesità. Invece è stato osservato un calo nei tassi di demenza in alcune regioni occidentali, proprio mentre il numero di persone obese è aumentato in modo significativo.

Questa incongruenza, definita “paradosso dell’obesità”, suggerisce che in alcune circostanze i chili di troppo potrebbero essere associati a un rischio ridotto di demenza, il che sembra contraddire le aspettative. Ma sarà davvero così? E perché è difficile dare una risposta definitiva?

Obesità e demenza: il paradosso

Oltre alle sfide nella definizione stessa di questi termini ampi, i ricercatori si trovano a confrontarsi con limitazioni significative nei dati disponibili per rispondere a questa domanda complessa.

Un’approccio ideale per rispondere ai dubbi sulla misteriosa associazione, sarebbe quello di condurre uno studio randomizzato su migliaia di individui, inducendo alcuni di essi a diventare obesi e altri no, per poi osservare l’insorgenza di demenza nel tempo. Tuttavia, oltre alle ovvie considerazioni etiche, tali studi sono praticamente impraticabili.

Di conseguenza, la maggior parte delle ricerche si basa su dati osservazionali, che seguono un grande gruppo di persone nel tempo per analizzare le associazioni a lungo termine tra obesità e demenza. Tuttavia, questi studi non sono esenti da pregiudizi, e uno dei principali è la “causalità inversa”. Facciamo chiarezza.

Cosa vuol dire “causalità inversa”

Il fenomeno si verifica quando sembra esserci un legame tra due variabili, ma in realtà questo nesso è causata da un altro fattore esterno. Definito variabile di confondimento, esso influisce su entrambe le variabili in modo indipendente.

Ad esempio, un’associazione positiva tra il consumo di dolcificanti con poche/senza calorie e l’aumento del peso corporeo può essere la conseguenza e non la causa di sovrappeso e obesità. Ebbene, la causa dell’aumento di peso potrebbe non essere direttamente correlata al consumo di dolcificanti. Piuttosto potrebbe dipendere da altri fattori, come ad esempio il tipo di dieta complessiva o lo stile di vita delle persone coinvolte nello studio.

Quindi, se non si considerano tutti i fattori che possono influenzare entrambe le variabili, si potrebbe erroneamente concludere che ci sia una relazione diretta tra il consumo di dolcificanti e l’aumento di peso. Tuttavia, potrebbe esserci un’altra spiegazione dietro a questa associazione apparente. Questo sottolinea l’importanza di condurre studi accurati. essi dovrebbero insomma considerare tutte le variabili rilevanti, per evitare di trarre conclusioni errate sulla relazione tra le variabili.

Ora, la causalità inversa è particolarmente rilevante negli studi sulla demenza. Le persone anziane possono infatti essere già nella fase iniziale della malattia al momento dell’inizio dello studio. Questo può portare a un’associazione tra demenza e perdita di peso nel tempo, piuttosto che l’obesità che causa la demenza. Cosa che spiega appunto il cosiddetto “paradosso dell’obesità”.

Oltre le apparenze

Il “paradosso dell’obesità”, suggerisce che in alcune circostanze i chili di troppo potrebbero essere associati a un rischio ridotto di demenza, il che sembra contraddire le aspettative

Il “pregiudizio confuso” rappresenta un altro ostacolo nel comprendere la relazione tra obesità e demenza. Il fenomeno si verifica quando la presunta associazione tra le due condizioni è causata da una misura diversa che è correlata ad entrambe. Un esempio lampante è l’intelligenza infantile. Parliamo di un fattore spesso trascurato negli studi osservazionali, ma che può spiegare le associazioni altrimenti attribuite all’obesità in età avanzata.

Il team del dott. Scott Chiesa, dell’Alzheimer’s Research UK David Carr Fellow, UCL, di Londra, ha analizzato dati provenienti da tre gruppi separati. Questi sono stati seguiti per cinquant’anni dalla nascita. I risultati hanno rivelato che l’intelligenza infantile più bassa potrebbe essere il motore principale di una presunta correlazione tra obesità in mezza età e minori capacità cognitive.

In sostanza, sebbene sia emersa un’associazione tra livelli più elevati di obesità e ridotte capacità cognitive nella mezza età, questa non sembra essere dovuta a un effetto diretto dell’obesità sul cervello. Piuttosto, sembra che un terzo fattore, l’intelligenza infantile, sia associato sia all’obesità sia alle capacità cognitive.

Senza conoscere i livelli di intelligenza nell’infanzia, i ricercatori avrebbero potuto interpretare erroneamente questa associazione come causale. In realtà, entrambe le condizioni potrebbero essere il risultato di questo terzo fattore dall’inizio della vita. Ma veniamo ai test condotti.

Lo studio randomizzato della natura

Nella corsa per comprendere se l’obesità possa effettivamente aumentare il rischio di demenza, gli scienziati si sono affidati a una tecnica innovativa. Quale? Lo studio di randomizzazione mendeliana, conosciuto anche come “studio randomizzato della natura”. In questa metodologia, una vasta popolazione è stata divisa in due gruppi in base alla presenza o assenza di geni legati all’obesità. Cosa che ha garantito una randomizzazione naturale.

Questo approccio permette di confrontare i rischi di demenza tra individui con predisposizione genetica all’obesità e quelli senza. Se vi è una differenza significativa nei tassi di demenza tra i due gruppi, ciò suggerisce un effetto causale dell’obesità sulla demenza.

Tuttavia, nonostante le potenzialità di questa metodologia, solo uno su dieci studi condotti ha indicato un legame tra obesità e morbo di Alzheimer. Quest’ultima, è la forma più comune di demenza. 

«La scienza – come sottolinea lo scienziato Scott Chiesa, è un processo incrementale. Mentre attendiamo ulteriori dati e sviluppi tecnologici, è prudente seguire i consigli degli enti di beneficenza per la demenza mantenendo un peso sano. Anche se non possiamo ancora confermare un legame diretto tra obesità e demenza, mantenere uno stile di vita sano offre una serie di altri benefici per la salute e potrebbe ridurre anche il rischio di demenza».

Fonti

Scott Chiesa, Senior Research Fellow e Alzheimer’s Research UK David Carr Fellow, UCL.

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