La carenza di chirurghi in Italia rischia di diventare una delle principali emergenze del Servizio sanitario nazionale. Entro il 2030, secondo le stime della Società Italiana di Chirurgia, potrebbero lasciare gli ospedali circa 2.800 professionisti, mentre i nuovi specialisti disponibili sarebbero meno di 1.300. Il risultato sarebbe un deficit di circa 1.500 chirurghi, con possibili ripercussioni sull’accesso agli interventi e sui tempi di attesa.
L’allarme arriva dal 128° Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia (SIC), a Roma. I dati presentati descrivono una professione sempre meno attrattiva per i giovani medici, nonostante il crescente fabbisogno di cure chirurgiche. Nel 2026 quasi un posto su tre nelle scuole di specializzazione in chirurgia generale è rimasto vacante, mentre oltre la metà dei chirurghi ospedalieri ha superato i sessant’anni.
Se questa tendenza proseguirà, alcune aree del Paese potrebbero incontrare difficoltà sempre maggiori nel garantire un accesso tempestivo alla chirurgia. Secondo le proiezioni della SIC, le criticità potrebbero interessare mediamente un intervento di chirurgia generale su dieci, su un volume nazionale di circa 650.000 operazioni annuali. Si tratta di una stima prospettica, non di interventi già cancellati o di pazienti attualmente esclusi dalle cure.
Perché in Italia mancano sempre più chirurghi?
Indice dei contenuti
La carenza di chirurghi in Italia nasce dall’incontro tra due fenomeni: l’invecchiamento dei professionisti in servizio e la progressiva perdita di attrattività della specializzazione in chirurgia generale.
Da una parte, molti medici ospedalieri si stanno avvicinando al pensionamento. Dall’altra, un numero crescente di giovani laureati in Medicina preferisce scegliere percorsi specialistici differenti, considerati più compatibili con le aspettative professionali e personali.
La chirurgia richiede infatti una formazione lunga e impegnativa. Alla preparazione teorica si affianca l’acquisizione progressiva di competenze tecniche, che richiedono esperienza diretta, supervisione e un numero adeguato di interventi.
La responsabilità clinica è elevata e spesso le decisioni devono essere prese rapidamente, soprattutto nelle urgenze. A questo si aggiungono turni prolungati, reperibilità notturne, attività nei giorni festivi e un’esposizione significativa al contenzioso medico-legale.
Secondo la SIC, queste condizioni non trovano sempre un riconoscimento economico e organizzativo proporzionato all’impegno richiesto.
Quanti posti di specializzazione in chirurgia generale sono rimasti vuoti nel 2026?
I dati presentati dalla Società Italiana di Chirurgia mostrano che nel 2026 sono stati banditi 646 contratti di formazione specialistica in chirurgia generale. Di questi, 193 non sono stati assegnati.
Il dato rappresenta un lieve miglioramento rispetto al 2025, quando la quota dei posti rimasti scoperti aveva raggiunto il 37,8%. Tuttavia, quasi un terzo dei contratti disponibili continua a non trovare candidati.
Ludovico Docimo, presidente della SIC, ha sottolineato che la riduzione dei posti vacanti non è sufficiente per considerare superata la crisi di attrattività. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che l’assegnazione di un contratto non garantisce necessariamente l’ingresso futuro di un nuovo chirurgo nel Servizio sanitario nazionale.
Secondo le stime riportate dalla SIC, circa il 10% dei posti assegnati viene abbandonato prima della conclusione dei cinque anni di formazione. Inoltre, un altro 10% dei medici che completano la specializzazione sceglierebbe successivamente di lavorare all’estero o nel settore privato.
Queste percentuali descrivono fenomeni differenti e non devono essere sommate automaticamente. Entrambe, però, contribuiscono a ridurre il numero di nuovi specialisti potenzialmente disponibili per gli ospedali pubblici.
Dove è più grave la carenza di chirurghi in Italia?
La difficoltà di attrarre nuovi specializzandi non è distribuita uniformemente sul territorio nazionale. Alcune scuole di chirurgia generale hanno registrato livelli di copertura particolarmente bassi.
Secondo i dati del congresso SIC, la situazione più critica riguarda L’Aquila, dove non è stato assegnato alcun contratto tra quelli disponibili.
Anche a Udine e Genova quasi nove posti su dieci sono rimasti vacanti. A Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia, invece, la quota di posti occupati non ha superato il 20%.
| Sede universitaria | Situazione nel 2026 |
|---|---|
| L’Aquila | Nessun contratto assegnato |
| Udine | Quasi il 90% dei posti vacante |
| Genova | Quasi il 90% dei posti vacante |
| Cosenza | Non oltre il 20% dei posti occupato |
| Sassari | Non oltre il 20% dei posti occupato |
| Campobasso | Non oltre il 20% dei posti occupato |
| Perugia | Non oltre il 20% dei posti occupato |
Questi dati riguardano l’assegnazione dei contratti nelle scuole di specializzazione e non misurano direttamente il numero di chirurghi attualmente in servizio negli ospedali delle rispettive città.
La distinzione è importante. Una scuola con pochi specializzandi non implica automaticamente che gli ospedali locali siano già privi di personale. Tuttavia, può indicare una difficoltà a costruire il ricambio professionale necessario negli anni successivi.
Le differenze territoriali potrebbero inoltre accentuare gli squilibri già presenti tra grandi centri ospedalieri e strutture periferiche.
Quanti chirurghi andranno in pensione entro il 2030?
Uno dei dati più preoccupanti riguarda l’età dei professionisti attualmente impiegati negli ospedali.
Secondo la Società Italiana di Chirurgia, oltre la metà dei chirurghi generali ospedalieri italiani ha più di sessant’anni. La quota risulta superiore a quella riportata per altri Paesi europei: il 32% in Spagna e il 44% in Francia e Germania.
La SIC stima che entro il 2030 potrebbero lasciare il servizio circa 2.800 dei 6.500 chirurghi generali assunti negli ospedali italiani. Non tutti questi possibili abbandoni dipenderebbero necessariamente dal raggiungimento dell’età pensionabile. Le proiezioni considerano anche il rischio di uscite anticipate, favorite da stress professionale e condizioni di lavoro giudicate poco sostenibili.
Il problema è che il ricambio potrebbe non essere sufficiente. Sulla base dei contratti di specializzazione coperti dal 2022, la società scientifica prevede che i nuovi specialisti disponibili entro il 2030 saranno meno di 1.300.

Il saldo negativo previsto è quindi di circa 1.500 professionisti.
Si tratta di una proiezione basata sulle tendenze attuali, non di un numero definitivo. Il risultato potrebbe cambiare in funzione delle nuove assunzioni, dei pensionamenti effettivi, delle scelte dei giovani medici e delle eventuali misure adottate per rendere la professione più attrattiva.
Quali conseguenze potrebbe avere la carenza di chirurghi sugli interventi?
La disponibilità di chirurghi rappresenta una condizione essenziale per garantire la continuità dell’attività operatoria, sia programmata sia urgente.
La chirurgia generale comprende un’ampia varietà di interventi, dalle operazioni addominali più comuni al trattamento di patologie oncologiche e condizioni acute che richiedono un intervento tempestivo.
In Italia, secondo i dati richiamati dalla SIC, vengono eseguiti circa 650.000 interventi di chirurgia generale ogni anno. La società scientifica avverte che, se la carenza di personale dovesse aggravarsi, potrebbero emergere criticità di accesso per circa un intervento su dieci.
Applicando questa proporzione al volume attuale, si ottiene un ordine di grandezza di circa 65.000 interventi potenzialmente interessati da difficoltà organizzative.
Il dato non significa che 65.000 operazioni saranno necessariamente cancellate. La stima riguarda il rischio di maggiori difficoltà nell’accesso alle sale operatorie e deve essere interpretata come uno scenario prospettico.
Le conseguenze potrebbero comprendere un allungamento delle liste d’attesa, una maggiore concentrazione degli interventi nei grandi ospedali e la necessità di trasferire alcuni pazienti verso strutture più distanti. La criticità sarebbe particolarmente importante nelle aree con minore disponibilità di personale e nei servizi che devono garantire un’attività chirurgica continuativa.
Perché la domanda di interventi chirurgici potrebbe aumentare?
La carenza di chirurghi rischia di coincidere con un aumento del fabbisogno di prestazioni.
Secondo le stime presentate dalla SIC, la domanda di cure chirurgiche potrebbe crescere del 12% nei prossimi anni.
Uno dei fattori che possono contribuire a questa tendenza è l’invecchiamento della popolazione. Con l’aumentare dell’età diventano più frequenti numerose patologie che possono richiedere un intervento chirurgico.
Tra queste figurano alcune neoplasie, malattie dell’apparato digerente e condizioni acute che necessitano di una valutazione specialistica.
Anche il progresso delle tecniche operatorie può modificare la domanda. Interventi meno invasivi e percorsi perioperatori più sicuri consentono infatti di trattare pazienti che in passato avrebbero potuto essere considerati troppo fragili.
L’aumento delle richieste non si traduce automaticamente in un identico incremento del numero di operazioni. La domanda effettiva dipende anche dalle indicazioni cliniche, dall’organizzazione delle strutture e dalla disponibilità di trattamenti alternativi.
Resta però un problema di programmazione: se il fabbisogno cresce mentre diminuisce il personale, gli ospedali devono sostenere una pressione organizzativa maggiore.
Quanto pesa il rischio di contenzioso medico-legale?
Il contenzioso medico-legale rappresenta uno dei temi centrali sollevati dalla Società Italiana di Chirurgia.
Secondo i dati richiamati al congresso, i processi in ambito chirurgico sarebbero aumentati del 150% nell’arco di dieci anni. La SIC sottolinea che una parte rilevante dei procedimenti non conduce all’accertamento di responsabilità professionali, ma comporta comunque conseguenze economiche, organizzative e psicologiche per i medici coinvolti.
Il rischio di contenzioso può influenzare anche le scelte cliniche. Quando un professionista teme conseguenze giudiziarie, può essere portato a richiedere ulteriori accertamenti o a evitare procedure considerate particolarmente rischiose.
Questo fenomeno viene generalmente indicato come medicina difensiva.
La questione è delicata perché occorre conciliare due esigenze fondamentali: garantire ai pazienti la possibilità di ottenere giustizia in caso di errore e assicurare ai professionisti condizioni nelle quali possano operare senza il timore di conseguenze penali sproporzionate.
La SIC chiede quindi un rafforzamento delle tutele giuridiche, insieme a una maggiore chiarezza delle norme sulla responsabilità sanitaria.
Che cos’è lo scudo penale richiesto dai chirurghi?
Con l’espressione scudo penale si fa riferimento a misure legislative che limitano, in determinate circostanze, la responsabilità penale degli operatori sanitari.
Non si tratta di un’immunità generale. L’obiettivo dichiarato è distinguere le situazioni nelle quali si verifica un errore professionale dalle condizioni nelle quali il medico opera in un contesto organizzativo complesso, con risorse insufficienti o difficoltà non direttamente dipendenti dalle sue decisioni.
La Società Italiana di Chirurgia considera il tema particolarmente importante per le specialità ad alto rischio, nelle quali le complicanze possono verificarsi anche quando l’intervento viene eseguito correttamente.
Durante il congresso, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha richiamato l’impegno per arrivare a una disciplina stabile delle tutele penali.
Secondo la SIC, il completamento degli interventi normativi rappresenterebbe uno degli strumenti necessari per migliorare l’attrattività della professione.
Resta comunque essenziale distinguere tra complicanza clinica, errore evitabile e responsabilità professionale. Non tutte le conseguenze negative di un intervento costituiscono automaticamente una condotta colposa.
Una disciplina efficace deve quindi proteggere sia la sicurezza dei pazienti sia la possibilità dei medici di svolgere il proprio lavoro in condizioni appropriate.
Quanto incidono stipendi e assicurazioni sulla crisi dei chirurghi?
La questione economica non riguarda soltanto il livello dello stipendio. Secondo la SIC, i giovani chirurghi devono confrontarsi con un rapporto sempre meno favorevole tra responsabilità, carico di lavoro e retribuzione.
Le attività chirurgiche comportano un’elevata esposizione al rischio professionale, che può riflettersi anche sui costi delle coperture assicurative. La società scientifica denuncia situazioni nelle quali tali costi possono risultare particolarmente onerosi rispetto ai guadagni dei giovani specialisti.
Non è però possibile ricavare dal comunicato un premio assicurativo medio nazionale, né stabilire che tutti i chirurghi sostengano personalmente spese superiori al proprio reddito.
Le condizioni assicurative dipendono infatti dal tipo di attività, dal rapporto di lavoro, dalla struttura sanitaria e dalle coperture previste.
Per rendere la professione più attrattiva, la SIC chiede incentivi economici capaci di riconoscere le specificità dell’attività chirurgica. Il ministro Schillaci ha inoltre ricordato lo stanziamento di 120 milioni di euro annui destinati alle specializzazioni considerate meno attrattive.
L’efficacia di queste misure dipenderà dalla loro applicazione concreta e dalla capacità di incidere sulle ragioni che spingono i giovani medici a scegliere altri percorsi.
