un fattore, Tumori urologici

UN SEMPLICE ESAME DELLE URINE PUÒ RIVELARE UN DANNO RENALE QUANDO LA MALATTIA NON DÀ ANCORA SINTOMI E LA FUNZIONE DEI RENI PUÒ APPARIRE CONSERVATA. È IL TEST uACR, CHE MISURA IL RAPPORTO TRA ALBUMINA E CREATININA URINARIE. LE LINEE GUIDA INTERNAZIONALI LO CONSIDERANO, INSIEME ALL’eGFR, UNO DEGLI STRUMENTI CENTRALI PER VALUTARE LA SALUTE DEI RENI E IL RISCHIO DI PROGRESSIONE DELLA MALATTIA.

Scoprire una malattia renale prima che compaiano i sintomi può cambiare la storia clinica del paziente. Eppure, proprio uno degli esami capaci di intercettare precocemente il danno renale non viene utilizzato in modo uniforme in Italia.

Si tratta dell’uACR, acronimo di urinary Albumin-to-Creatinine Ratio. In italiano indica il rapporto tra albumina e creatinina nelle urine.

Il problema è stato evidenziato dal rapporto “Test uACR nella routine clinica”. Il documento è stato elaborato da un board scientifico coordinato da IQVIA, ma commissionato e finanziato da Boehringer Ingelheim.

Secondo il rapporto, il limite non risiede tanto nella disponibilità tecnologica. Il test è semplice ed eseguibile. Esistono, invece, ostacoli organizzativi, operativi e culturali che ne frenano l’inserimento sistematico nei percorsi assistenziali. Inoltre, emergerebbe una notevole eterogeneità territoriale.

L’interesse per l’uACR, tuttavia, va ben oltre il rapporto. Le linee guida internazionali KDIGO utilizzano infatti albuminuria ed eGFR per classificare la malattia renale cronica e stimarne il rischio.

Che cos’è il test uACR e che cosa misura?

L’uACR misura il rapporto tra due sostanze presenti nelle urine: albumina e creatinina.

L’albumina è una delle principali proteine presenti nel sangue. Un rene sano impedisce normalmente che quantità significative di questa proteina attraversino il filtro glomerulare e vengano eliminate con le urine.

Quando questo sistema di filtrazione comincia ad alterarsi, l’albumina può comparire nelle urine in quantità superiori alla norma.

L’uACR serve proprio a intercettare questo fenomeno.

La creatinina urinaria viene utilizzata come termine di confronto. Il rapporto permette di correggere almeno in parte le variazioni dovute alla maggiore o minore concentrazione delle urine.

Per questo non è necessario basarsi soltanto sulla quantità assoluta di albumina presente nel campione.

L’esame può essere effettuato su un campione urinario e non richiede necessariamente la raccolta delle urine nelle 24 ore.

La semplicità pratica è uno dei suoi punti di forza. Tuttavia, semplice non significa banale. Il risultato deve essere interpretato considerando il quadro clinico complessivo. Un valore alterato, inoltre, non equivale automaticamente alla diagnosi definitiva di malattia renale cronica.

uACR: perché l’albumina nelle urine può segnalare precocemente un danno renale?

Per comprenderne l’importanza bisogna osservare come funziona il rene.

All’interno dei reni si trovano milioni di strutture microscopiche chiamate nefroni. Ciascuno contiene un glomerulo, una sorta di filtro altamente selettivo. Il sangue attraversa questo sistema continuamente.

Acqua e numerose piccole molecole possono essere filtrate. Le proteine più importanti, invece, devono rimanere prevalentemente nel sangue.

L’albumina è una di queste. Quando la barriera glomerulare subisce un danno, piccole quantità di albumina possono iniziare a passare nelle urine. Questa perdita può comparire quando il paziente non avverte ancora alcun disturbo.

È proprio qui che l’uACR acquista valore. La malattia renale cronica può infatti progredire silenziosamente. I sintomi evidenti tendono spesso a comparire nelle fasi più avanzate.

Aspettare stanchezza marcata, edema, nausea o altri disturbi significa quindi rischiare di arrivare tardi. La presenza persistente di albuminuria permette invece di riconoscere un segnale di danno quando esistono ancora ampi margini di intervento.

uACR: perché controllare soltanto la creatinina può non bastare?

Uno degli equivoci più frequenti riguarda proprio la creatinina nel sangue.

La creatininemia è molto utile. Da questo valore, insieme ad altri parametri, viene stimato l’eGFR, cioè il filtrato glomerulare stimato.

L’eGFR fornisce un’indicazione della capacità complessiva dei reni di filtrare il sangue.

Ma eGFR e uACR non misurano esattamente la stessa cosa. Il primo descrive soprattutto la funzione filtrante. Il secondo permette di rilevare un segnale di danno renale attraverso la perdita di albumina.

Una persona può quindi avere un eGFR ancora relativamente conservato e, nello stesso tempo, presentare albuminuria. Per questo le linee guida KDIGO raccomandano di considerare entrambe le dimensioni nella valutazione della malattia renale cronica.

Anche l’Istituto Superiore di Sanità utilizza creatininemia, albuminuria e creatininuria nelle indagini di popolazione dedicate alla stima della prevalenza della malattia renale cronica.

In altre parole, un normale esame del sangue non permette sempre, da solo, di escludere un danno renale iniziale.

Come si interpretano i valori dell’uACR?

Le linee guida KDIGO classificano l’albuminuria in tre categorie.

CategoriauACRSignificato
A1inferiore a 30 mg/galbuminuria normale o lievemente aumentata
A230-300 mg/galbuminuria moderatamente aumentata
A3superiore a 300 mg/galbuminuria severamente aumentata

Questi valori non devono essere interpretati isolatamente.

Un risultato superiore alla norma non significa automaticamente insufficienza renale. Febbre, infezioni, attività fisica intensa e altre condizioni possono influenzare temporaneamente l’escrezione urinaria di albumina.

Per diagnosticare una malattia renale cronica conta soprattutto la persistenza dell’alterazione e il contesto clinico. La definizione di malattia cronica richiede infatti anomalie della struttura o della funzione renale presenti per almeno tre mesi e rilevanti per la salute.

Un singolo uACR alterato rappresenta quindi un segnale da approfondire, non una sentenza diagnostica.

Chi dovrebbe controllare maggiormente albuminuria e funzione renale?

L’uACR assume particolare importanza nelle persone con un rischio maggiore di sviluppare malattia renale cronica.

Tra le condizioni più strettamente legate al danno renale figurano diabete e ipertensione.

La glicemia elevata nel tempo può danneggiare i piccoli vasi e le strutture glomerulari. Analogamente, una pressione arteriosa persistentemente elevata sottopone i reni a uno stress progressivo.

Il rapporto funziona anche nella direzione opposta. Il danno renale può rendere più difficile il controllo della pressione e aumentare il rischio cardiovascolare.

Per questo la valutazione moderna non considera più cuore, metabolismo e rene come compartimenti completamente separati.

L’età, una storia familiare di malattia renale e alcune patologie cardiovascolari possono contribuire a identificare persone che meritano una valutazione più attenta.

Le indicazioni, però, dipendono dal rischio individuale. L’uACR non deve essere interpretato come un test che ogni cittadino debba necessariamente effettuare con la stessa frequenza.

Perché diabete e malattia renale sono così strettamente collegati?

Il diabete rappresenta uno dei principali contesti nei quali la ricerca dell’albuminuria assume valore clinico.

L’esposizione prolungata a livelli elevati di glucosio può alterare progressivamente i glomeruli. Nelle fasi iniziali, il paziente può sentirsi perfettamente bene. Anche la capacità complessiva di filtrazione può apparire ancora conservata.

L’albuminuria può però segnalare che qualcosa sta cambiando. Per questo le linee guida dedicate alla gestione del diabete e della malattia renale attribuiscono un ruolo importante sia all’uACR sia all’eGFR.

Individuare precocemente il danno consente inoltre di valutare pressione, glicemia, farmaci, abitudini di vita e rischio cardiovascolare nel loro insieme. Non si tratta quindi soltanto di “controllare i reni”.

La valutazione permette di costruire una strategia preventiva più ampia.

Perché cuore e reni devono essere valutati insieme?

Il legame tra cuore e reni è bidirezionale. I reni regolano volume dei liquidi, pressione arteriosa, equilibrio degli elettroliti e numerosi meccanismi ormonali. Il cuore, a sua volta, deve garantire ai reni un flusso sanguigno adeguato.

Quando uno dei due sistemi si deteriora, l’altro può risentirne. L’albuminuria, inoltre, non è soltanto un indicatore renale. Valori elevati sono associati anche a un maggiore rischio cardiovascolare.

Per questo la classificazione KDIGO combina eGFR e albuminuria per definire differenti livelli di rischio.

Un paziente con filtrato apparentemente soddisfacente ma albuminuria importante non può quindi essere considerato automaticamente a basso rischio.

È questa una delle ragioni per cui l’uACR interessa non soltanto i nefrologi, ma anche medici di medicina generale, diabetologi, internisti e cardiologi.

Perché scoprire presto la malattia renale è diventato ancora più importante?

La diagnosi precoce assume un peso maggiore anche perché le possibilità terapeutiche sono cambiate.

Per molti anni la gestione della malattia renale cronica si è concentrata soprattutto sul controllo della pressione, sulla riduzione della proteinuria, sulla gestione delle complicanze e sugli interventi nutrizionali.

Questi strumenti rimangono fondamentali.

Negli ultimi anni, però, si sono aggiunte nuove strategie farmacologiche capaci, in pazienti selezionati, di ridurre il rischio di progressione della malattia renale e alcuni eventi cardiovascolari.

Le linee guida KDIGO comprendono oggi, in base alle caratteristiche del paziente, interventi sul sistema renina-angiotensina e farmaci come gli inibitori SGLT2. Altre terapie trovano indicazioni in gruppi specifici.

Proprio l’evoluzione delle evidenze ha portato KDIGO ad avviare nel marzo 2026 un aggiornamento mirato del capitolo dedicato al rallentamento della progressione della malattia renale.

Prima si individua il paziente a rischio, maggiore può essere quindi lo spazio per intervenire prima della perdita avanzata della funzione renale.

Un uACR alto significa che i reni stanno per smettere di funzionare?

No. È importante evitare un’interpretazione allarmistica. L’albuminuria è un biomarcatore di danno e di rischio. Non equivale automaticamente a insufficienza renale avanzata e non significa che il paziente sia destinato alla dialisi.

Il rischio dipende dalla quantità di albumina, dall’eGFR, dalla causa della malattia, dall’età e dalle altre condizioni cliniche. Conta inoltre l’andamento nel tempo.

Le linee guida sottolineano proprio l’importanza di monitorare le variazioni. Un raddoppio dell’ACR in un controllo successivo supera la normale variabilità di laboratorio e merita una valutazione clinica.

Il dato deve quindi essere inserito in una traiettoria, non letto come un numero isolato. Un risultato anomalo può richiedere una nuova misurazione e ulteriori accertamenti per capire se l’albuminuria sia persistente e quale possa esserne la causa.

Perché l’uACR viene ancora utilizzato poco in Italia?

È proprio questa la domanda al centro del rapporto coordinato da IQVIA.

Secondo l’analisi, il problema non sarebbe principalmente tecnologico. Il test è disponibile, ma non sempre viene prescritto, identificato, eseguito e utilizzato secondo modalità uniformi. Emergono differenze territoriali e difficoltà nell’inserimento sistematico dell’esame nei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali.

Occorre comunque ricordare la natura della fonte. Il rapporto è stato commissionato e finanziato da Boehringer Ingelheim. I suoi risultati sulla diffusione e sulle barriere italiane devono quindi essere letti nel contesto di questa sponsorizzazione.

Diverso è il quadro delle evidenze cliniche sull’albuminuria. Il ruolo dell’uACR nella valutazione della malattia renale è infatti sostenuto anche dalle linee guida internazionali indipendenti.

Anche i documenti italiani di programmazione sanitaria indicano da tempo tra gli obiettivi l’identificazione delle persone a rischio e la diagnosi precoce della malattia renale cronica.

Quali sono gli ostacoli alla diagnosi precoce?

La difficoltà principale nasce dalla natura stessa della malattia.

Un paziente senza sintomi tende a non percepirsi come malato. Se anche la creatinina non suscita particolare preoccupazione, il rischio di non approfondire aumenta. Esiste poi un problema di frammentazione assistenziale.

La stessa persona può essere seguita per diabete, ipertensione e cardiopatia in percorsi differenti. Il rene rischia così di essere valutato soltanto quando la sua funzione comincia a deteriorarsi in modo evidente.

Il rapporto IQVIA richiama inoltre difficoltà di riconoscibilità e standardizzazione del test nei diversi contesti sanitari italiani.

Il tema diventa quindi organizzativo oltre che clinico. Per sfruttare realmente un esame semplice non basta renderlo disponibile in laboratorio. Occorre sapere a chi prescriverlo, quando ripeterlo e come utilizzare il risultato nelle decisioni terapeutiche.

EU Screening Week

La presentazione del rapporto è avvenuta durante la prima EU Screening Week, organizzata dal 28 settembre 2026 nell’ambito delle iniziative europee dedicate alla prevenzione cardiovascolare.

La Commissione europea ha concentrato la campagna sulla conoscenza di alcuni parametri fondamentali, come pressione arteriosa, colesterolo e glicemia. L’obiettivo è favorire l’individuazione precoce dei principali fattori di rischio cardiovascolare.

All’interno di questo scenario, diverse iniziative hanno richiamato anche l’attenzione sulla salute renale e sull’uACR.

Diabete, ipertensione, malattia cardiovascolare e malattia renale condividono numerosi fattori di rischio e possono alimentarsi reciprocamente. Individuare precocemente un’alterazione significa quindi non limitarsi a proteggere un singolo organo.

Perché la diagnosi cambia anche l’uso dei farmaci?

Conoscere la funzione renale è importante anche per utilizzare correttamente molti medicinali.

I reni partecipano infatti all’eliminazione di numerosi principi attivi e dei loro metaboliti.

Quando la funzione renale diminuisce, alcuni farmaci possono accumularsi. In altri casi è necessario modificare la dose oppure scegliere molecole differenti.

Esistono inoltre medicinali che richiedono particolare cautela nei pazienti con malattia renale.

Un esempio importante riguarda i farmaci antinfiammatori non steroidei, soprattutto in persone fragili o con una funzione renale già compromessa.

Questo non significa che ogni antidolorifico sia pericoloso per chi presenta albuminuria. La gestione dipende dal farmaco, dalla dose, dalla durata della terapia e dalle condizioni del paziente.

La diagnosi precoce permette però al medico di disporre di un’informazione in più prima di prescrivere una terapia.

Qual è allora il vero valore del test uACR?

Il valore dell’uACR sta soprattutto nella capacità di rendere visibile un rischio che può rimanere nascosto.

La malattia renale cronica può iniziare senza dolore e senza sintomi riconoscibili. Un filtrato glomerulare ancora conservato, inoltre, non esclude necessariamente la presenza di un danno.

Albuminuria ed eGFR raccontano due aspetti diversi e complementari della salute renale.

È per questo che la valutazione combinata occupa un posto centrale nelle attuali linee guida internazionali.

Il rapporto presentato a Roma solleva quindi una questione concreta per il sistema sanitario italiano: un test può essere semplice, disponibile e clinicamente utile, ma produrre pochi benefici se non entra nei percorsi delle persone che ne hanno bisogno.

La sfida non consiste soltanto nel diagnosticare più malattie renali. Consiste nel diagnosticarle prima.

Ed è proprio nelle fasi silenziose, quando il paziente si sente ancora bene, che conoscere uACR ed eGFR può offrire al medico il margine maggiore per proteggere nel tempo sia i reni sia il sistema cardiovascolare.