Le mogli degli operai che si sono ammalate lavando le tute dei mariti, bozza per una drammaturgia performativa
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Per anni hanno aspettato il ritorno dei mariti dal lavoro. Hanno aperto le porte di casa, preparato la cena, svuotato le tasche delle tute e lavato i vestiti sporchi di polvere industriale. Non sapevano che quella polvere sarebbe entrata nei loro polmoni.
La storia italiana dell’amianto è stata raccontata attraverso cantieri navali, acciaierie, ferrovie, raffinerie e arsenali militari. Molto più raramente è stata raccontata attraverso le cucine, i balconi e le lavanderie domestiche.
Eppure esiste un’altra geografia dell’amianto: quella delle case. L’ho appreso attraverso le battaglie dell’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. E’ grazie a lui che ho intercettato le storie di Mara Sabbioni e Paola Santospirito.
Sabbioni, la giustizia del padre
Mara e Matteo Sabbioni erano ancora ventenni quando l’amianto è entrato definitivamente nella storia della loro famiglia. Il padre Domenico, motorista della Marina Militare, si ammalò di mesotelioma pleurico dopo anni di esposizione alle fibre presenti sulle navi e negli ambienti di servizio. Morì a soli cinquantotto anni, dopo undici mesi di sofferenza.
Biologa di formazione, Mara trasformò il lutto in ricerca e memoria: studiò la storia dell’amianto, partecipò alle battaglie giudiziarie della famiglia e arrivò a far analizzare persino la divisa del padre, conservata dalla madre come una reliquia domestica, trovando tracce delle fibre che lo avevano ucciso. Quella divisa diventò insieme prova processuale e testimonianza materiale di una guerra combattuta lontano dai campi di battaglia, dentro le navi, nelle caserme e nelle case delle famiglie italiane. Oggi la sua voce continua a restituire un nome e una storia alle vittime dell’amianto. Attraverso quella divisa e quel cappello abbracciata dalla madre.
L’amianto che attraversa la soglia di casa
La letteratura scientifica e numerose sentenze hanno riconosciuto il fenomeno della cosiddetta “contaminazione domestica”: le fibre di amianto non rimanevano nei luoghi di lavoro ma tornavano a casa sugli indumenti, sui capelli e sulla pelle dei lavoratori esposti.
Le mogli degli operai lavavano quelle tute per anni. Scuotevano la polvere dai pantaloni, spazzolavano i colletti, stendevano i vestiti al sole. Il gesto della cura diventava inconsapevolmente un pericolodo atto di esposizione.
Le storie dimenticate delle famiglie dell’amianto
Tra le vicende più recenti vi è quella di Paola Maria Santospirito, moglie di un militare della Marina italiana esposto per decenni all’amianto durante il servizio. Il Tribunale civile di Roma ha riconosciuto il principio della contaminazione domestica e il diritto al risarcimento per le patologie sviluppate dalla donna attraverso il contatto con le divise del marito che lavava.
Polvere assassina
In Italia si stimano migliaia di decessi ogni anno collegati all’esposizione alle fibre di amianto. Sono nomi che raccontano una tragedia collettiva e insieme profondamente privata.
E’ qui che sta per nascere una nuova drammaturgia performativa:
“Una donna entra nello spazio scenico portando una cesta piena di tute da lavoro. Per ore piega gli abiti, li scuote, li lava, li stende. Ripete il gesto migliaia di volte come è accaduto realmente nelle case operaie italiane. Lo spettatore conosce ciò che la donna ancora ignora. Ogni movimento rimanda alle fibre killer liberate nell’aria, microassassine perpetue del dolore. La donna abbraccia la divisa, la stringe.
Alla fine rimangono soltanto le tute appese: il marito, la fabbrica, la donna non ci sono: c’è soltanto la polvere. Quante vittime dell’amianto non hanno mai messo piede in una fabbrica?” (Kyrahm)
