Rapporto

Mobilità sanitaria in crescita e disuguaglianze territoriali sempre più evidenti. Nel 2023 gli italiani hanno speso 5,15 miliardi di euro per curarsi fuori dalla propria regione di residenza, il valore più alto mai registrato. Il dato emerge dal rapporto della Fondazione GIMBE, che fotografa un sistema sanitario nazionale sempre più segnato da differenze territoriali nell’accesso alle cure.

Quanto vale oggi la mobilità sanitaria in Italia?

La mobilità sanitaria interregionale rappresenta il fenomeno per cui i cittadini si spostano in altre regioni per ricevere cure mediche. Nel 2023 questo flusso ha raggiunto un valore economico di 5,15 miliardi di euro, in aumento del 2,3% rispetto ai 5,04 miliardi registrati nel 2022.

Dietro questo dato non c’è solo una dinamica contabile. La mobilità sanitaria riflette infatti la capacità di alcune regioni di attrarre pazienti grazie alla qualità percepita dei servizi, alle competenze specialistiche e alla disponibilità di tecnologie avanzate.

Allo stesso tempo evidenzia le difficoltà di altre aree del Paese, dove i cittadini spesso si trovano costretti a spostarsi per ottenere prestazioni diagnostiche o interventi chirurgici in tempi accettabili.

Il fenomeno è cresciuto progressivamente negli ultimi anni, diventando uno degli indicatori più significativi delle disuguaglianze del sistema sanitario italiano.

Mobilità sanitaria: quali regioni attirano più pazienti?

Secondo il rapporto della Fondazione Gimbe, circa la metà delle risorse generate dalla mobilità sanitaria si concentra in tre regioni del Nord: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.

La Lombardia assorbe da sola il 23,2% degli incassi derivanti da pazienti provenienti da altre regioni. Seguono l’Emilia-Romagna con il 17,6% e il Veneto con l’11,1%. Queste regioni ospitano alcuni dei principali poli ospedalieri del Paese, con strutture di alta specializzazione e centri di riferimento nazionali per diverse patologie.

Il dato conferma una tendenza consolidata: il Nord Italia continua a essere il principale polo attrattivo per le cure complesse, soprattutto in ambiti come oncologia, cardiochirurgia e chirurgia ad alta specializzazione.

Da quali regioni partono più pazienti?

Sul versante opposto si trovano le regioni che sostengono i maggiori esborsi per cure ricevute altrove. Il Lazio registra il 12,1% della mobilità passiva nazionale, seguito dalla Campania con il 9,4% e ancora dalla Lombardia con il 9,2%.

L’analisi dei saldi tra mobilità attiva e passiva evidenzia in modo ancora più netto le disparità territoriali. La Lombardia mantiene un saldo positivo di 645,8 milioni di euro, mentre alcune regioni del Sud registrano deficit molto elevati.

La Calabria presenta un saldo negativo di 326,9 milioni di euro. Seguono la Campania con 306,3 milioni, la Puglia con 253,2 milioni e la Sicilia con 246,7 milioni.

Secondo il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, questi numeri indicano che la mobilità sanitaria non rappresenta più soltanto una scelta, ma sempre più spesso una necessità.

Esiste solo la migrazione sanitaria dal Sud al Nord?

Il fenomeno è spesso descritto come una fuga di pazienti dal Mezzogiorno verso il Nord. In realtà il quadro è più articolato. Accanto alla mobilità lunga distanza, esiste una mobilità di prossimità tra regioni confinanti, soprattutto nel Nord Italia. Pazienti che vivono in aree di confine possono scegliere di curarsi nella regione limitrofa se la struttura sanitaria è più vicina o offre servizi più avanzati.

Ad esempio, cittadini residenti in regioni come Piemonte o Liguria possono rivolgersi a ospedali lombardi, mentre pazienti del Veneto possono spostarsi in Emilia-Romagna.

Questo dimostra che la mobilità sanitaria non dipende solo dalla qualità complessiva del sistema regionale, ma anche dalla distribuzione territoriale delle strutture di eccellenza.

Perché molti italiani scelgono la sanità privata?

Parallelamente alla mobilità interregionale, cresce il ricorso alla sanità privata. Secondo diverse analisi sul sistema sanitario italiano, una quota sempre più ampia di cittadini decide di pagare direttamente visite ed esami diagnostici.

Il principale motivo riguarda i tempi di attesa nel servizio pubblico. Per alcune prestazioni specialistiche o esami diagnostici, le liste d’attesa possono superare diversi mesi. In queste condizioni molti pazienti preferiscono rivolgersi a strutture private per ottenere una diagnosi più rapida.

La spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalle famiglie italiane supera ormai i 40 miliardi di euro all’anno. Si tratta di una cifra che include visite, esami, prestazioni odontoiatriche e farmaci non rimborsati.

Questo fenomeno evidenzia una trasformazione importante: il sistema sanitario pubblico resta il pilastro dell’assistenza, ma sempre più cittadini affiancano al servizio pubblico un ricorso diretto al privato.

Quali conseguenze ha questa mobilità sul sistema sanitario?

La mobilità sanitaria produce effetti economici rilevanti. Le regioni che attraggono pazienti ricevono risorse aggiuntive, mentre quelle con forte mobilità passiva devono sostenere costi significativi.

Questo meccanismo può amplificare le differenze territoriali. Le regioni più forti rafforzano la propria capacità di investimento, mentre quelle con maggiori difficoltà rischiano di vedere ridursi ulteriormente le risorse disponibili.

Secondo la Fondazione Gimbe, quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche regioni significa che l’offerta dei servizi non è omogenea sul territorio nazionale.

Il diritto alla tutela della salute, garantito dal sistema sanitario pubblico, rischia così di diventare meno uniforme tra le diverse aree del Paese.

Quale sfida per il futuro del sistema sanitario?

La crescita della mobilità sanitaria e il ricorso crescente al settore privato indicano che il sistema sanitario italiano si trova di fronte a una sfida strutturale.

Garantire cure di qualità in modo equo su tutto il territorio nazionale richiede investimenti nella medicina territoriale, nella tecnologia sanitaria e nella formazione del personale.

Ridurre le disuguaglianze regionali rappresenta uno degli obiettivi principali per preservare il principio di universalità del sistema sanitario.

Se questa distanza non verrà colmata, la mobilità sanitaria continuerà a crescere. E sempre più cittadini saranno costretti a spostarsi o a pagare di tasca propria per ottenere cure tempestive.