malaria

La malaria continua a causare ogni anno più di 600.000 vittime, concentrate soprattutto nelle regioni tropicali. Tuttavia, l’infezione non colpisce tutti allo stesso modo: alcune persone sviluppano forme estremamente severe, mentre altre presentano disturbi più moderati. Comprendere le ragioni di questa diversa risposta alla malaria è una delle questioni più urgenti della medicina moderna.

Di recente, è stata scoperta una variante genetica capace di ostacolare la crescita del parassita della malaria. Ciò grazie ai ricercatori dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) di Cagliari e dell’Università degli Studi di Sassari.

La rivista ‘Nature’ ha pubblicato il lavoro intitolato “Reduced cyclin D3 expression in erythroid cells protects against malaria”. Esso chiarisce il meccanismo biologico della protezione e indica una possibile strada per nuovi farmaci.

Malaria, un indizio nel DNA dei Sardi

La scoperta emerge da un’osservazione effettuata a partire da analisi genomiche su circa 7.000 volontari dello studio di popolazione sardo SardiNIA in Ogliastra. È un grande progetto di genetica di popolazione che analizza come il patrimonio genetico degli abitanti dell’isola influenzi migliaia di variabili rilevanti per la salute. I ricercatori hanno individuato una variante del DNA associata a particolari caratteristiche dei globuli rossi, le cellule del sangue in cui vive il parassita della malaria. Gli scienziati hanno, infatti, ricostruito passo dopo passo il meccanismo biologico alla base delle osservazioni genetiche.

Fenomeno legato a un aumento dello stress ossidativo nei globuli rossi

Analisi evolutive hanno mostrato che la variante è diventata frequente in Sardegna perché offriva un vantaggio di sopravvivenza.

«Abbiamo quindi ipotizzato che la malaria, storicamente endemica in Sardegna, potesse essere la pressione evolutiva che ha favorito la diffusione della variante», aggiunge Cucca. Quando i globuli rossi provenienti da individui con quella variante sono state infettati in laboratorio con il Plasmodium falciparum, il parassita non è riuscito a proliferare normalmente. Il Plasmodium falciparum è il principale agente della malaria.

«Abbiamo osservato una forte inibizione della crescita del parassita fino alla sua morte», spiega Antonella Pantaleo dell’Università di Sassari, coordinatrice degli esperimenti di infezione in laboratorio. «Il fenomeno è legato a un aumento dello stress ossidativo nei globuli rossi. È un meccanismo simile a quello che protegge le persone con deficit di G6PD in quanto crea un ambiente inospitale per il parassita in queste cellule».

Obiettivo: sviluppare nuovi farmaci mirati

La variante è oggi frequente in Sardegna, ma assente nelle regioni del mondo dove la malaria è ancora diffusa. Probabilmente è comparsa in Europa dopo l’uscita dell’Homo sapiens dall’Africa.

Per i ricercatori, però, proprio questo “esperimento naturale” offre una nuova opportunità terapeutica.

«La natura ci ha mostrato un modo efficace per bloccare la malaria – conclude Cucca – la sfida è trasformare questo meccanismo biologico in una terapia. Ovvero, riprodurre farmacologicamente l’effetto protettivo della variante per proteggere le popolazioni che oggi convivono con la malattia».

Lo studio fornisce una base scientifica concreta per sviluppare nuovi farmaci mirati, ispirati direttamente all’evoluzione umana.