Depressione

Cinque biomarcatori del sangue, differenti in base al sesso, sono in grado di diagnosticare la depressione refrattaria ai normali trattamenti. In questo modo, si potrebbe identificare la presenza di pensieri suicidi e salvare le persone a rischio. È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori dell’Università della California, che hanno rivelato una connessione tra il metabolismo cellulare e la depressione.

Ma non è tutto, visto che l’équipe ha scoperto, altresì, che il modo in cui questa malattia influisce sul metabolismo cellulare non è sempre uguale. Infatti, i cinque biomarcatori che secondo i ricercatori potrebbero essere associati alla depressione si sono rivelati diversi in base al sesso della persona.

Depressione: analizzato il sangue di circa 200 persone

I ricercatori californiani hanno analizzato il sangue dei partecipanti allo studio. Di questi, 99 presentavano una depressione refrattaria ai trattamenti disponibili e ideazione suicidaria. Invece, altre 99 persone non soffrivano di questo disturbo.

Tra le centinaia di diverse sostanze biochimiche circolanti nel sangue, l’équipe di studiosi ha scoperto che cinque potrebbero essere usate come biomarcatori. Questi potrebbero classificare i pazienti più a rischio.

Una scoperta, evidenziano gli autori dello studio, che potrebbe permettere di identificare con una buona percentuale di sicurezza le persone con depressione. In questo modo, si potrà mettere in salvo chi è a più rischio suicidi.

Su “Translational Psychiatry” i risultati dello studio

I risultati dello studio sono stati pubblicati il 15 dicembre 2023 su “Translational Psychiatry”. Potrebbero aiutare a personalizzare la cura della salute mentale e potenzialmente identificare nuovi bersagli per futuri farmaci. «Su 100 persone saremmo in grado di identificare correttamente 85-90 con depressione grave. E a maggior rischio di togliersi la vita sulla base di cinque metaboliti nei maschi e altri 5 metaboliti nelle femmine». Così Robert Naviaux, professore al Dipartimento di Medicina, pediatria e patologia della School of Medicine dell’Università della California a San Diego.

Lo studio americano potrebbe essere rilevante in particolare per le persone con depressione refrattaria ai trattamenti normalmente impiegati nella cura della patologia. I dati hanno rilevato che essi costituiscono solo una minima parte delle persone con depressione. Rimane il fatto che almeno il 30% di questi, secondo le stime dell’Università della California, potrebbe tentare il suicidio almeno una volta nella vita.

Aumento della mortalità a causa dei suicidi

«Le malattie mentali come la depressione hanno impatti e cause che vanno ben oltre il cervello», ha spiegato Naviaux. Questo oggi è un fatto assodato, ma qualche anno fa non lo era affatto. 

«Una decina di anni fa – hacontinuato l’esperto – era difficile studiare come la chimica dell’intero corpo influenzasse il nostro comportamento e il nostro stato d’animo. Ma le moderne tecnologie come la metabolomica ci aiutano ad ascoltare le conversazioni delle cellule nella loro lingua madre, che è la biochimica. C’è un aumento significativo della mortalità nella mezza età negli Stati Uniti e l’aumento dell’incidenza dei suicidi è uno dei fattori che determinano questa tendenza. Ecco perché una scoperta come quella appena resa nota potrebbe essere di fondamentale importanza nel salvare chi è a rischio. Gli strumenti che ci aiutano a stratificare le persone in base al loro rischio di diventare suicidi potrebbero aiutarci a salvare delle vite».