Circa il 10% dei casi di disturbi del neurosviluppo recessivi nei bambini è associato ad alterazioni di un piccolo gene non codificante denominato RNU2-2. Si tratta di disturbi che colpiscono i piccoli con sintomi diversi.
La scoperta rappresenta il primo passo per una diagnosi più rapida e per future terapie. È stata resa possibile dal ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Hanno collaborato studiosi della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e della Stanford University. Lo studio descrive la nuova sindrome, frutto di una vasta rete internazionale che ha coinvolto anche numerosi centri di ricerca europei. È stato pubblicato sulla rivista Nature Genetics.
Neurosviluppo, disturbo con notevole variabilità clinica
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I sintomi del disturbo del neurosviluppo possono differire da bambino a bambino in relazione, con ogni probabilità, al tipo di alterazione genetica.
Tra le manifestazioni più comuni si osservano: ipotonia, ritardi nello sviluppo e difficoltà nel linguaggio. In alcuni casi si riscontrano lievi difficoltà di apprendimento o tratti dello spettro autistico. In altri possono comparire epilessia, disturbi del movimento o difficoltà nella deambulazione.
Le neuroimmagini cerebrali possono risultare inizialmente normali, ma mostrare alterazioni nel tempo.
Nei quadri più severi possono, inoltre, emergere problemi di alimentazione o difficoltà respiratorie. Questa ampia gamma di sintomi riflette il diverso impatto che le varianti implicate nella malattia possono avere su ciascun individuo.
La recente scoperta dei ricercatori
I ricercatori hanno scoperto che il disturbo è causato dalla quasi totale assenza di una corta sequenza di RNA, chiamata U2-2, prodotta dal gene RNU2-2.
I bambini affetti ereditano generalmente una copia alterata del gene da ciascun genitore sano. È proprio la combinazione delle due varianti a compromettere il corretto sviluppo cerebrale.
La scoperta ha un valore clinico reale perché sapere qual è il difetto genetico alla base del disturbo evita esami inutili e ritardi nella diagnosi. Inoltre, essendo una malattia recessiva, la scoperta del gene è utile nel counseling genetico prenatale o pre-impianto. Se entrambi i genitori sono portatori di un allele alterato il rischio di malattia per il figlio è del 25%. Avere una diagnosi molecolare è il prerequisito per eventuali futuri approcci terapeutici.
«Questo studio offre nuovi strumenti per arrivare alla diagnosi in un gruppo di malattie, come quelle del neurosviluppo, le cui basi molecolari sono ancora largamente sconosciute». Così Alessandro Bruselles, ricercatore dell’ISS e tra gli autori dello studio. «La scoperta apre inoltre nuove prospettive per comprendere il ruolo delle regioni del genoma che non codificano per proteine, ancora poco esplorate come causa di malattia».
Un passo nella comprensione delle cause genetiche delle disabilità intellettive
La scoperta del coinvolgimento dei geni RNU2-2 e RNU4-2 nelle malattie del neurosviluppo rappresenta un importante passo nella comprensione delle cause genetiche delle disabilità intellettive.
«Per la prima volta, RNA non codificanti emergono come cause relativamente frequenti di malattie monogeniche». Lo spiega Marco Tartaglia, responsabile della Funzione di Genetica molecolare e Genomica funzionale del Bambino Gesù, coordinatore del team di ricercatori che ha contribuito allo studio. «Questi piccoli RNA sono componenti essenziali della macchina che trasforma l’informazione contenuta nei geni nell’istruzione che permette la sintesi delle proteine, all’interno delle nostre cellule. È ragionevole aspettarsi che mutazioni che coinvolgono questi e altri geni non codificanti proteine possano spiegare una quota considerevole delle malattie ancora oggi senza diagnosi».
