LA RIFORMA DELLA SANITÀ TERRITORIALE PROCEDE A RILENTO. MENO DEL 4% DELLE CASE DELLA COMUNITÀ FUNZIONA A PIENO REGIME, MENTRE SOLO LE CENTRALI OPERATIVE TERRITORIALI RISPETTANO I TARGET. I DATI Agenas MOSTRANO UN SISTEMA ANCORA FRAMMENTATO E SEGNATO DA FORTI DISUGUAGLIANZE.
Che cosa sta succedendo alla riforma della sanità territoriale
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La riforma della sanità territoriale, prevista dal Dm 77/2022, doveva rappresentare una svolta per il Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo era chiaro: portare le cure vicino ai cittadini, ridurre gli accessi impropri agli ospedali e rafforzare la presa in carico dei pazienti cronici.
Tuttavia, a pochi mesi dalle scadenze del PNRR, i numeri raccontano una realtà più complessa. Il monitoraggio sul secondo semestre 2025 evidenzia ritardi significativi, soprattutto nelle strutture che dovrebbero costituire il cuore della medicina di prossimità.
Da un lato emergono segnali positivi, come il buon funzionamento delle Centrali operative territoriali. Dall’altro, però, Case della Comunità e Ospedali di comunità avanzano con difficoltà, lasciando intravedere il rischio concreto di infrastrutture incompiute.
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Sanità territoriale: quante Case della Comunità sono davvero operative?
Le Case della Comunità rappresentano il pilastro della nuova assistenza territoriale. Qui dovrebbero convergere medici, infermieri e servizi diagnostici, garantendo un accesso semplice e continuo alle cure.
I dati mostrano però una forte distanza tra progettazione e realtà. Su 1.715 strutture previste, solo 781 risultano attive con almeno un servizio. Si tratta del 45% del totale.
Il dato più critico riguarda però la piena operatività. Solo 66 Case della Comunità funzionano con tutti i servizi e con la presenza continuativa di personale sanitario. In termini percentuali, meno del 4%.
Questa fotografia evidenzia una criticità strutturale. Molte strutture esistono, ma non riescono ancora a garantire un servizio completo. In altri casi, mancano medici e infermieri, rendendo impossibile una presa in carico efficace.
Sanità territoriale: perché molte strutture restano incomplete
Il problema non riguarda solo la costruzione degli edifici. Al contrario, la difficoltà principale riguarda l’organizzazione e il personale.
In ben 219 strutture sono presenti tutti i servizi previsti, ma mancano medici e infermieri. Questo significa che le infrastrutture sono pronte, ma non funzionano pienamente.
Alla base di questo ritardo si intrecciano diversi fattori. La carenza di personale sanitario rappresenta il nodo principale. Allo stesso tempo, le Regioni faticano a riorganizzare i modelli assistenziali. Inoltre, il passaggio da un sistema ospedalocentrico a uno territoriale richiede tempo. Serve un cambiamento culturale, oltre che organizzativo.
Sanità territoriale: le disuguaglianze tra Nord e Sud restano profonde
Il monitoraggio evidenzia un altro elemento cruciale: la forte disomogeneità territoriale.
Al Nord, alcune Regioni mostrano risultati più avanzati. Lombardia ed Emilia-Romagna guidano la classifica sia per numero di strutture attive sia per livello di organizzazione.
Nel Centro, il quadro appare più variegato, con Lazio e Toscana che mostrano progressi ma non ancora sufficienti.
Al Sud, invece, emergono criticità marcate. In diverse Regioni non esiste nemmeno una Casa della Comunità pienamente operativa. In alcuni casi, non risultano attive neppure strutture con servizi minimi.
Questo divario rischia di amplificare le disuguaglianze nell’accesso alle cure. Il principio di equità del Servizio sanitario nazionale appare quindi ancora lontano.
Ospedali di comunità: perché arrancano
Gli Ospedali di comunità dovrebbero rappresentare un ponte tra ospedale e territorio. Accolgono pazienti che non necessitano di ricovero acuto, ma che richiedono assistenza sanitaria continuativa.
Anche in questo caso, però, i numeri restano lontani dagli obiettivi. Su 594 strutture previste, solo 163 risultano attive. Parliamo del 27%. Alcune Regioni mostrano segnali incoraggianti, come Veneto e Lombardia. Tuttavia, in altre aree del Paese il progetto resta fermo.
Le difficoltà sono simili a quelle delle Case della Comunità. Mancano personale, modelli organizzativi consolidati e integrazione tra servizi. Di conseguenza, il rischio è che queste strutture non riescano a svolgere il ruolo per cui sono state progettate.
Centrali operative territoriali: l’unico modello che funziona
In questo scenario complesso, emerge un dato positivo. Le Centrali operative territoriali rappresentano l’unico segmento della riforma in linea con gli obiettivi.
Sono 625 le strutture attive su 657 previste. Inoltre, la maggior parte ha già raggiunto i target richiesti.
Queste centrali coordinano i servizi sanitari e sociosanitari, migliorando la continuità assistenziale. Permettono, ad esempio, di gestire dimissioni protette e assistenza domiciliare. Il loro successo dimostra che, quando esistono modelli organizzativi chiari e strumenti adeguati, la riforma può funzionare.
Perché la riforma fatica a decollare
Il ritardo nell’attuazione del Dm 77/2022 non dipende da un solo fattore. Al contrario, deriva da una combinazione di criticità. La carenza di personale sanitario rappresenta il problema più evidente. Senza medici e infermieri, le strutture non possono operare.
A questo si aggiunge la difficoltà di integrare servizi diversi. La sanità territoriale richiede collaborazione tra professionisti, che non sempre risulta immediata.
Infine, pesa la frammentazione regionale. Ogni territorio procede con tempi e modalità differenti, creando un sistema disomogeneo.
Quali sono i rischi per il Servizio sanitario nazionale
Se questi ritardi dovessero persistere, le conseguenze potrebbero essere rilevanti. La mancata attivazione delle strutture territoriali mantiene alta la pressione sugli ospedali. Allo stesso tempo, i pazienti cronici rischiano di non ricevere una presa in carico adeguata. Questo può tradursi in ricoveri evitabili e peggioramento delle condizioni di salute.
Inoltre, le disuguaglianze territoriali potrebbero aumentare. I cittadini delle Regioni più fragili continuerebbero ad avere meno accesso ai servizi.
Che cosa serve per accelerare davvero?
Per colmare il divario tra progettazione e realtà, serve un cambio di passo deciso.
Innanzitutto, è necessario investire sul personale. Senza nuove assunzioni e modelli organizzativi innovativi, le strutture resteranno incomplete.
In secondo luogo, occorre rafforzare l’integrazione tra servizi. Medici di base, specialisti e infermieri devono lavorare in modo coordinato.
Infine, serve una governance più uniforme. Ridurre le differenze regionali rappresenta una condizione essenziale per garantire equità.
Domande frequenti sulla riforma della sanità territoriale
Cosa sono le Case della Comunità?
Sono strutture territoriali che offrono servizi sanitari integrati, con medici, infermieri e attività diagnostiche.
Perché molte non funzionano?
Mancano soprattutto personale sanitario e organizzazione dei servizi.
Cosa sono gli Ospedali di comunità?
Strutture intermedie per pazienti che non necessitano di ricovero ospedaliero ma richiedono assistenza continua.
Perché le Centrali operative funzionano meglio?
Hanno modelli organizzativi più chiari e meno dipendenza dalla presenza fisica di personale sanitario.
La riforma è a rischio?
Non è fallita, ma procede lentamente e richiede interventi urgenti per raggiungere gli obiettivi.
La riforma della sanità territoriale resta una delle sfide più importanti per il futuro del sistema sanitario. I dati mostrano criticità evidenti, ma anche margini di miglioramento concreti. Ora serve accelerare, perché il tempo delle sperimentazioni è finito.
