L’Italia sta invecchiando rapidamente e le Residenze sanitarie assistenziali sono sempre più centrali nella risposta ai bisogni di cura. Tuttavia, l’aumento degli ospiti non si accompagna a un’offerta uniforme sul territorio. I nuovi dati diffusi da ISTAT fotografano un sistema in espansione ma ancora segnato da forti squilibri geografici, organizzativi e professionali, che pongono interrogativi cruciali sulla capacità di presa in carico della popolazione anziana nei prossimi decenni.
RSA in Italia: offerta in crescita, ma a più velocità
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Al 1° gennaio 2024 in Italia risultano attive quasi 13mila strutture residenziali socio-sanitarie e socio-assistenziali, con un’offerta complessiva di circa 426mila posti letto. Il dato, pari a 7,2 posti ogni 1.000 residenti, segna un incremento del 4,4% rispetto all’anno precedente e conferma una tendenza di crescita legata all’aumento della domanda assistenziale.
Questa espansione, però, non è omogenea. Nel Nord-Est si registrano 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti, mentre nel Sud il valore scende a 3,4. Il divario Nord-Sud resta quindi strutturale e non episodico, riflettendo differenze storiche nell’organizzazione dei servizi, nella spesa sociale e nella capacità dei territori di intercettare i bisogni della popolazione fragile.
Anche la dimensione delle strutture varia sensibilmente. Nel Nord-Est prevalgono residenze molto piccole, spesso con meno di sei posti letto, mentre nel Nord-Ovest sono più diffuse strutture di grandi dimensioni. Nel Mezzogiorno dominano invece presidi di media grandezza, con una capacità compresa tra 16 e 45 posti. Questa eterogeneità incide non solo sull’offerta quantitativa, ma anche sulla qualità e sulla continuità delle cure.
Più ospiti, soprattutto anziani non autosufficienti
Nel 2024 le RSA hanno accolto 385.871 persone, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente. Tre ospiti su quattro sono anziani, in larga parte ultraottantenni e prevalentemente donne. Si tratta di una popolazione sempre più fragile, spesso affetta da pluripatologie croniche, disabilità e deterioramento cognitivo.
La maggioranza dei posti letto socio-sanitari, pari al 77%, è destinata ad anziani non autosufficienti. Questo dato racconta chiaramente come le RSA siano diventate il principale presidio per la gestione della non autosufficienza, soprattutto quando l’assistenza domiciliare non è più sufficiente o sostenibile per le famiglie.
Accanto agli anziani, una quota non trascurabile di ospiti è composta da adulti con disabilità, persone con patologie psichiatriche o dipendenze e, in misura minore, minori. Il sistema residenziale svolge quindi una funzione complessa e multilivello, che va oltre l’assistenza geriatrica in senso stretto.
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RSA in Italia: un sistema a prevalente gestione privata
Un altro elemento centrale riguarda la governance del settore. Il 76% delle strutture è gestito da soggetti privati, e oltre la metà di queste appartiene al mondo del non profit. Il settore pubblico gestisce direttamente solo una quota minoritaria delle RSA, mentre una parte rilevante è affidata a enti religiosi.
Questo modello misto ha consentito negli anni di ampliare l’offerta, ma solleva anche questioni delicate sul coordinamento con il Servizio sanitario nazionale, sulla standardizzazione della qualità assistenziale e sull’equità di accesso. In molte aree del Paese, infatti, la disponibilità di un posto in RSA dipende ancora in larga misura dalle risorse economiche delle famiglie e dalla capacità dei territori di integrare sanità e servizi sociali.
Il ruolo chiave del personale, tra carenze e precarietà
Nelle strutture residenziali operano complessivamente quasi 395mila persone, di cui circa 355mila retribuite. Gli operatori socio-sanitari rappresentano il cuore dell’assistenza, seguiti da infermieri e addetti all’assistenza alla persona. Tuttavia, il quadro occupazionale mostra elementi di fragilità.
Oltre il 41% del personale lavora part-time, spesso con orari molto ridotti, e la presenza di personale straniero, pari al 13,5%, è fortemente concentrata al Nord, mentre nel Mezzogiorno resta marginale. Questo squilibrio riflette non solo differenze territoriali, ma anche la difficoltà crescente di reperire professionisti disposti a lavorare in un settore caratterizzato da carichi elevati, retribuzioni contenute e forte stress emotivo.
La complessità assistenziale richiederebbe équipe multidisciplinari stabili, ma non tutte le strutture riescono a garantire una presenza ampia e continuativa di figure specialistiche. Nelle RSA socio-sanitarie più grandi, la varietà professionale è maggiore, mentre nelle strutture socio-assistenziali l’offerta di competenze risulta più limitata.
Invecchiamento della popolazione e nuove sfide di presa in carico
I dati ISTAT si inseriscono in un contesto demografico ben noto: l’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo e la quota di persone ultraottantenni continuerà a crescere nei prossimi anni. Questo significa che la domanda di assistenza residenziale è destinata ad aumentare, ma anche a cambiare.
Gli anziani che arrivano oggi in RSA presentano bisogni più complessi rispetto al passato, con un intreccio di problemi sanitari, cognitivi e sociali. La semplice disponibilità di un posto letto non è più sufficiente. Serve una presa in carico integrata, che colleghi RSA, servizi territoriali, medicina generale e assistenza domiciliare, evitando ricoveri impropri e frammentazione delle cure.
In questo senso, il persistente divario Nord-Sud rappresenta un nodo critico non solo in termini di equità, ma anche di sostenibilità del sistema. Dove l’offerta residenziale è scarsa, il peso dell’assistenza ricade quasi interamente sulle famiglie, con effetti diretti su lavoro, reddito e salute dei caregiver.
