miopia

Avviare una consulenza psicologica pediatrica non è una decisione semplice. Richiede spesso un lungo percorso interiore che conduce al riconoscimento – non scontato – di un bisogno reale. Per molti genitori, riconoscere il disagio psicologico nei figli è un percorso costellato da pensieri solitari o condivisi nella coppia, interrogativi che emergono di continuo. Basta osservare i comportamenti dei propri figli per essere assaliti dai dubbi: “È solo una fase? Passerà? E se invece peggiora? Non sta bene lui o lei e di riflesso non stiamo bene neanche noi. Cosa possiamo fare?”. Sono domande ripetute, cariche di preoccupazione. Rappresentano il nucleo emotivo che porta le famiglie a cercare un confronto professionale, segnando l’inizio di un cammino di supporto e comprensione.

Il ruolo dei genitori e le emozioni in gioco

«Quando i genitori non riescono più a vedere nitidamente o ad ascoltare è importante attivare un altro occhio e un altro orecchio. Quando il circolo dell’angoscia si autoalimenta i genitori devono farsi aiutare. Tante volte anche solo il fatto di aver preso un appuntamento con uno psicoterapeuta infantile mette in moto tante cose». Lo afferma Rosanna Martin, Psicologo Psicoterapeuta infanzia e adolescenza, Responsabile del Servizio di Psicologia Ospedaliera Pediatrica presso l’A.O.U. Meyer IRCCS di Firenze.

Spesso si tende a rimandare il consulto psicologico. Questo perché il mondo emotivo dei bambini viene semplificato dai genitori, i quali possono, prosegue Martin, «attuare comportamenti di distrazione, proponendo esperienze, facendo regali, cambiando discorso. O utilizzando eccessivamente l’umorismo, che sicuramente migliorano lo stato d’animo del momento, ma rendono inesplorato il vissuto più complesso». «A volte si spera che sia una situazione passeggera e che si risolva da sola. Altre volte i genitori sono i primi a non aver dedicato tempo per conoscere le proprie emozioni e le proprie difficoltà. Per questo ripropongono lo stesso schema al figlio di “accettazione passiva” dei disagi. Frequentemente non hanno conoscenza di cosa poter fare e a chi rivolgersi».

Opal Sandy

Come distinguere un segnale di disagio psicologico

Arriva il momento in cui un dubbio genitoriale smette di essere un semplice pensiero e diventa un campanello d’allarme.

«Ognuno di noi ha una soglia differente di “sopportazione” e di meccanismi che ci difendono dal pericolo di un pensiero disturbante. Quindi – evidenzia Martin – è difficile generalizzare. Non dubito mai di ciò che pensano i genitori, sono le persone che più conoscono i loro figli. Ritengo, tuttavia, che le difese dalla consapevolezza siano altrettanto potenti e intervengono negando, spostando o minimizzando la preoccupazione».

Ma quali sono i criteri che permettono di capire quando un disturbo “non passerà da solo”?

Secondo l’esperta, il tempo è uno dei segnali. Se il sintomo, l’umore insolitamente basso, l’ansia persistente e altre manifestazioni durano un tempo lungo (oltre sei mesi), è bene cominciare a pensare ad un aiuto.

«È fondamentale valutare anche se è accaduto un fatto che possa avere reso l’equilibrio della famiglia o di un membro della stessa instabile. In questo caso, è bene attendere la conclusione o un riassestamento autonomo, un aspetto che potrebbe richiedere tempi più lunghi. Dobbiamo tenere presente che la crescita subisce arresti e regressioni e non sempre si tratta di psicopatologia».

Ascolto e dialogo: così emergono i problemi dei piccoli

Oggi i pediatri, gli insegnanti e le figure educative possono intercettare precocemente un disagio psicologico. Infatti, «sembra che tutti siano più disponibili al dialogo e a parlare di sé, c’è più attenzione negli specialisti della cura e negli educatori. Uno sguardo attento e un’offerta di ascolto e attenzione può intercettare un disagio che spontaneamente farebbe fatica ad emergere», precisa Martin. Che aggiunge:«Ma nonostante il dialogo, la disponibilità l’attenzione i genitori si sentono sempre in colpa e responsabili per il comportamento dei figli. Ciò li porta sia al nascondimento dei loro problemi che potrebbero ricadere come giudizi sul loro operato, che a vissuti di inadeguatezza. In ogni caso non sono d’aiuto ai figli».

I genitori dovrebbero comprendere che chiedere aiuto non è un fallimento educativo, ma un atto di cura.

«Credo sia fondamentale – sottolinea la psicologa – ricordarci che essere genitore e insieme educatore è il compito più complesso della vita. Lo si fa con strumenti a volte difettosi (la propria storia) e cercando di fare il meglio possibile con l’amore».

Bimbi pigri

Superare lo stigma: l’importanza di percorsi psicoterapeutici adeguati

Giunge, così, il momento dell’appuntamento con lo psicoterapeuta. Al bambino va detta la verità, cioè che «incontrerà un dottore o una dottoressa delle emozioni e dei pensieri che proverà ad ascoltarlo. E tramite il gioco e le parole capire come aiutarlo/a. Per l’adolescente a volte è più complicato», chiarisce l’esperta, Che continua spiegando come «non sempre il miglioramento del sintomo sia un segnale che il percorso psicoterapeutico sta funzionando. Al bambino e al ragazzo il sintomo serve per superare una fase di impasse, di fatica psicologica. Il sintomo va ascoltato e decifrato e non eliminato, non è quello l’obiettivo iniziale di una psicoterapia. Ai genitori il messaggio da consegnare quando esitano a chiedere aiuto è quello di riflettere su un punto. Se si sentono in difficoltà non possono svolgere il loro ruolo al meglio, quindi l’aiuto andrebbe colto prima per sé. Spesso i percorsi si fanno anche solo con i genitori senza che il figlio venga coinvolto», conclude Rosanna Martin.

Oggi, di psicoterapia infantile si parla molto ed è positivo perché aiuta a superare lo stigma delle malattie mentali. È importante che i servizi pubblici offrano percorsi psicoterapeutici per bambini e adolescenti, seguendo i minori per il tempo necessario al superamento della crisi evolutiva. E non solo per il breve periodo della diagnosi. Le psicoterapie richiedono tempo e continuità.