Nel panorama della ricerca neurologica italiana, Pavia occupa da anni una posizione di primo piano nella cura delle cefalee. Il gruppo guidato da Cristina Tassorelli, del Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento dell’Università di Pavia, lavora in stretta collaborazione con il Centro Cefalee dell’IRCCS Fondazione Mondino.
Quest’ultimo è riconosciuto a livello internazionale come punto di riferimento sia nella ricerca scientifica che nella gestione clinica dell’emicrania. Negli ultimi mesi, questo polo di eccellenza ha contribuito in modo significativo all’avanzamento delle conoscenze nel campo delle cefalee primarie. Questo con pubblicazioni su alcune delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo.
Cos’è l’emicrania e perché è così difficile da trattare
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L’emicrania non è un semplice mal di testa. Si tratta di una malattia neurologica cronica caratterizzata da attacchi ricorrenti di dolore, spesso intenso e pulsante, che colpisce tipicamente un solo lato della testa. Gli attacchi possono durare da poche ore a tre giorni e sono spesso accompagnati da nausea, vomito, ipersensibilità alla luce e ai suoni. In alcuni casi si manifestano con un’aura, ovvero disturbi visivi o sensoriali che precedono il dolore.
L’emicrania colpisce circa il 12% della popolazione mondiale, con una prevalenza maggiore nelle donne in età fertile. È la seconda causa di disabilità al mondo secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nonostante questo, per decenni è rimasta una malattia sottodiagnosticata e sottotrattata. Fino a tempi recenti, le terapie disponibili erano prevalentemente farmaci nati per altre indicazioni. Tra questi antidepressivi, antiepilettici, betabloccanti — adattati con risultati parziali e spesso con effetti collaterali rilevanti.
Le cure attuali: tra trattamenti acuti e prevenzione
La gestione dell’emicrania si articola su due fronti. Il primo riguarda il trattamento degli attacchi acuti, ovvero i farmaci assunti quando il dolore è già in corso. Tra questi, i più efficaci sono i triptani, molecole sviluppate specificamente per l’emicrania negli anni Novanta. Essi agiscono sui recettori della serotonina e riescono a interrompere l’attacco nella maggior parte dei casi.
Il secondo fronte, spesso trascurato, riguarda la terapia preventiva: farmaci assunti quotidianamente con l’obiettivo di ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi nel tempo. Qui il problema è noto: i trattamenti preventivi disponibili fino a pochi anni fa erano scarsamente tollerati, e molti pazienti li abbandonavano dopo poche settimane.
Il risultato è che una parte significativa di chi soffre di emicrania finisce per fare affidamento esclusivamente sui farmaci acuti. L’uso eccessivo di questi ultimi, tuttavia, può causare la cosiddetta cefalea da abuso di farmaci. Un paradosso clinico in cui il rimedio contribuisce ad aggravare il problema.
La svolta: i farmaci anti-CGRP
È in questo contesto che l’arrivo dei farmaci anti-CGRP ha rappresentato una vera svolta. Il CGRP — acronimo di Calcitonin Gene-Related Peptide — è una proteina coinvolta nei meccanismi che scatenano il dolore tipico dell’emicrania. Durante un attacco, i livelli di CGRP nel sangue aumentano in modo significativo. I nuovi farmaci agiscono bloccando questa proteina o il suo recettore, interrompendo così uno dei principali meccanismi alla base della malattia.
Esistono due categorie. Gli anticorpi monoclonali anti-CGRP, somministrati per via sottocutanea o endovenosa a cadenza mensile o trimestrale, e i gepanti, molecole di piccole dimensioni disponibili in forma orale.
Ampi studi randomizzati hanno dimostrato che questi farmaci sono ben tollerati. Sono efficaci anche nei pazienti che non avevano risposto alle terapie tradizionali e associati a una maggiore aderenza terapeutica nel tempo. Sono oggi disponibili anche in Italia, sebbene l’accesso rimanga ancora limitato in alcuni contesti.
Pavia ed emicrania: la ricerca di Pavia e le nuove prospettive
I ricercatori pavesi sono tra i firmatari delle nuove linee guida internazionali per la gestione farmacologica dell’emicrania. Sono pubblicate su Cephalalgia, la rivista ufficiale dell’International Headache Society. In parallelo, uno studio pubblicato su The Lancet Neurology ha analizzato il problema dell’utilizzo ancora limitato delle terapie preventive, mettendo in luce come molti pazienti — pur avendone diritto — non accedano a questi trattamenti.
La ricerca sottolinea che i farmaci anti-CGRP hanno finalmente aperto prospettive concrete per un controllo più efficace e duraturo della malattia. Non si tratta solo di un avanzamento farmacologico. Si tratta di un cambio di paradigma. Dall’approccio reattivo — curare l’attacco quando arriva — a uno proattivo, che punta a ridurre il peso della malattia nel tempo. Per milioni di persone che convivono con l’emicrania, è una prospettiva concreta e, finalmente, vicina.
