La demenza di Alzheimer rappresenta la forma più diffusa tra le malattie neurodegenerative e, con l’aumento delle aspettative di vita, il numero dei pazienti continua a crescere. Uno dei fattori determinanti della malattia è l’accumulo nel cervello di proteine “spazzatura”, forme alterate della proteina amiloide, normalmente presente. Queste, però, non vengono eliminate in modo adeguato perché si aggregano in maniera anomala.
Una ricerca dell’Università degli Studi di Milano ha ossrvato per la prima volta gli effetti della stimolazione elettrica cerebrale a bassa intensità. Nota come transcranial Direct Current Stimulation (tDCS), ossia “stimolazione transcranica a corrente continua”, questa poteva indurre nei pazienti un miglioramento, seppur transitorio. Studi successivi hanno confermato tale dato, ma senza riuscirne a spiegare il motivo.
Un recente studio condotto da un team di ricercatori del dipartimento di Bioscienze e del dipartimento di Scienze della Salute dell’Università Statale di Milano compie un passo avanti nella comprensione di questo fenomeno.
La tDCS può bloccare la formazione della placca
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La ricerca, pubblicata sulla rivista Amyloid, si basa su dati computazionali ottenuti da simulazioni al computer.
In un modello di simulazione molecolare, i ricercatori hanno esposto una molecola di amiloide a un campo elettrico, per riprodurne l’azione e osservare che cosa accade alla molecola.
L’osservazione più rilevante emersa dallo studio è che il campo elettrico può modificare le caratteristiche di superficie della fibrilla di amiloide. E inibirne, così, l’allungamento, processo questo che contribuisce alla formazione delle placche tipiche della malattia.
I risultati indicano che l’effetto della tDCS è in parte attribuibile alle modificazioni indotte dal suo campo elettrico statico sulla struttura fibrillare dell’amiloide. Essa, a sua volta, può bloccare la formazione della placca e, potenzialmente, il decorso della malattia.
La ricerca frutto di una collaborazione interdipartimentale
La ricerca è frutto di una collaborazione non solo interdisciplinare, che ha coinvolto fisici, medici e ingegneri, ma anche interdipartimentale.
«Questo studio è basato su simulazioni di dinamica molecolare e va considerato come tale». A spiegarlo è Alberto Priori, coordinatore del Centro di Ricerca “Aldo Ravelli” per le Terapie Neurologiche Sperimentali dell’Università Statale di Milano. «Tuttavia, offre una spiegazione che potrebbe giustificare gli effetti biologici e clinici, dando ulteriore supporto all’impiego della tDCS e di tecniche ad essa correlate nei pazienti».
«Il contributo principale di questo lavoro – afferma Carlo Camilloni, docente di Fisica Applicata del dipartimento di Bioscienze dell’Università Statale, responsabile del laboratorio di simulazioni molecolari non è dimostrare un effetto clinico. Ma fornire un quadro fisico coerente che collega la stimolazione elettrica a processi molecolari noti dell’aggregazione dell’amiloide. In questo senso, lo studio indica una possibile direzione sperimentale da seguire per approfondire e verificare i meccanismi alla base degli effetti osservati».
La malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza
La malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza, è un disturbo neurodegenerativo progressivo caratterizzato da disfunzione sinaptica, declino cognitivo e molteplici alterazioni cerebrali. Tra queste, la perdita sinaptica, la neuroinfiammazione cronica e anche la morte delle cellule neuronali. La malattia di Alzheimer è la principale causa di gravi deficit cognitivi ed è divenuta uno dei maggiori problemi sanitari a livello mondiale.
La ricerca scientifica ha dimostrato che la malattia è il risultato di una complessa interazione tra fattori genetici e numerosi altri fattori. Tra questi, ci sono difatti ipertensione, obesità, diabete, depressione ed isolamento sociale. I suddetti fattori favoriscono la deposizione nel cervello di due proteine tossiche, la beta amiloide e la proteina tau, responsabili della neurodegenerazione
