L’obesità continua a crescere in Italia e colpisce sempre più spesso categorie considerate fino a pochi anni fa meno esposte. I dati Istat 2025 mostrano un incremento particolarmente marcato tra le giovani donne sotto i 34 anni e confermano che oltre un bambino o adolescente su quattro è in eccesso di peso. A preoccupare non è soltanto la diffusione del fenomeno, ma anche il suo impatto sulla salute, sulla fertilità, sulle malattie croniche e sulle disuguaglianze sociali.
L’obesità continua a crescere in Italia: cosa dicono i nuovi dati
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L’obesità rappresenta oggi una delle principali emergenze di salute pubblica. I dati presentati durante l’ottava edizione dell’Italian Barometer Obesity Forum e basati sulle rilevazioni Istat 2025 delineano uno scenario che richiede interventi strutturali e una maggiore attenzione alla prevenzione.
L’aspetto più evidente riguarda la crescita registrata nelle fasce più giovani della popolazione adulta. Tra le donne con meno di 34 anni, la prevalenza dell’obesità è aumentata del 75% nell’arco di dieci anni, passando dal 3,6% del 2016 al 6,3% nel 2025. Anche tra gli uomini della stessa fascia d’età l’incremento è significativo, sebbene meno marcato: dal 4,6% al 6,2%, pari a una crescita del 35%.
Il fenomeno non interessa esclusivamente i giovani. Nella fascia tra 35 e 44 anni il tasso di obesità è salito dall’8,5% al 10,3%, mentre tra i 45 e i 54 anni è passato dall’11,1% al 12,5%. L’aumento, in particolare tra gli uomini di mezza età, conferma una tendenza che coinvolge l’intera popolazione adulta.
Questi numeri evidenziano come l’obesità non possa più essere considerata un problema individuale, ma una patologia cronica che interessa milioni di persone e produce conseguenze rilevanti sul sistema sanitario.
Oltre un minore su quattro è in eccesso di peso
Se i dati sugli adulti destano preoccupazione, quelli relativi ai bambini e agli adolescenti risultano ancora più allarmanti.
Secondo l’Istat, oltre il 25% dei minori italiani tra i 3 e i 17 anni presenta un eccesso ponderale. La situazione è ancora più critica tra i bambini di età compresa fra i 3 e i 10 anni, dove la quota raggiunge il 32,3%. In pratica, quasi un bambino su tre convive già con un peso superiore a quello raccomandato.
L’obesità infantile rappresenta uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di numerose malattie croniche durante la vita adulta. Un bambino obeso ha infatti una probabilità molto elevata di diventare un adulto obeso, con un rischio crescente di sviluppare diabete di tipo 2, ipertensione arteriosa, alterazioni del metabolismo lipidico e malattie cardiovascolari.
Inoltre, il sovrappeso nei più piccoli può influenzare anche lo sviluppo psicologico. Episodi di esclusione sociale, bullismo, riduzione dell’autostima e difficoltà relazionali sono aspetti frequentemente associati all’eccesso di peso in età evolutiva.
Per questo motivo gli esperti sottolineano che intervenire precocemente rappresenta una delle strategie più efficaci per ridurre il peso della malattia negli anni successivi.
Obesità in Italia: perché cresce l’obesità tra le giovani donne
Uno dei risultati che più ha attirato l’attenzione degli specialisti riguarda il forte incremento osservato tra le donne sotto i 34 anni.
Secondo Paolo Sbraccia, presidente della Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation e docente dell’Università di Roma Tor Vergata, questo dato assume particolare rilevanza anche per le conseguenze sulla salute riproduttiva.
L’obesità, infatti, non comporta soltanto un aumento del rischio cardiovascolare o metabolico. Nelle donne può compromettere profondamente la fertilità. Secondo gli esperti, l’eccesso di peso triplica il rischio di infertilità e aumenta la probabilità di aborto spontaneo. Inoltre, le possibilità di concepimento tendono a diminuire progressivamente con l’aumentare dell’indice di massa corporea (BMI).
A ciò si aggiunge il ruolo della sindrome ovarica poliendocrino-metabolica, una condizione strettamente collegata sia alle alterazioni metaboliche sia ai disturbi della funzione riproduttiva. L’obesità può aggravarne le manifestazioni cliniche, rendendo ancora più difficile il controllo della patologia.
Il dato assume quindi una rilevanza che va ben oltre il semplice aumento del peso corporeo, coinvolgendo aspetti fondamentali della salute femminile.
L’obesità è una malattia che interessa tutto l’organismo
Per molti anni l’obesità è stata considerata principalmente una conseguenza di cattive abitudini alimentari. Oggi la comunità scientifica la definisce invece una patologia cronica, progressiva e recidivante, caratterizzata da meccanismi biologici molto complessi.
L’accumulo di tessuto adiposo in eccesso altera il funzionamento di numerosi organi e sistemi. Il grasso viscerale produce infatti sostanze infiammatorie che favoriscono uno stato di infiammazione cronica di basso grado, responsabile dello sviluppo di numerose complicanze.
Tra le condizioni più frequentemente associate figurano il diabete mellito di tipo 2, l’ipertensione arteriosa, le dislipidemie, la steatosi epatica metabolica, l’apnea ostruttiva del sonno, l’osteoartrosi e le malattie cardiovascolari.
Negli ultimi anni numerose ricerche hanno inoltre evidenziato un aumento del rischio di alcune forme tumorali, tra cui il carcinoma del colon-retto, dell’endometrio, della mammella in post-menopausa e del rene.
Per questo motivo il trattamento dell’obesità richiede un approccio multidisciplinare che coinvolga medici di medicina generale, endocrinologi, dietisti, nutrizionisti, psicologi e specialisti dell’attività motoria.
Le disuguaglianze sociali incidono sul rischio di obesità
Uno degli aspetti più significativi emersi dal rapporto Istat riguarda il forte legame tra obesità e condizioni socioeconomiche.
Secondo Roberta Crialesi, dirigente del Servizio Sanità, salute e assistenza dell’Istat, il fenomeno interessa maggiormente le famiglie che dispongono di minori risorse economiche e culturali.
Tra i minori, la quota di bambini in eccesso di peso raggiunge il 35,8% quando entrambi i genitori sono a loro volta in sovrappeso o obesi. Inoltre, il problema interessa il 27,6% delle famiglie con risorse economiche scarse o insufficienti, contro il 24,9% di quelle con una migliore disponibilità economica.
Anche il livello di istruzione mostra un’associazione molto evidente. L’eccesso di peso riguarda il 33,8% dei minori appartenenti a famiglie con basso titolo di studio, mentre scende al 20,3% quando almeno uno dei genitori possiede una laurea.
Questi dati confermano che la prevenzione non può limitarsi alla promozione di corretti stili di vita, ma deve affrontare anche le disuguaglianze nell’accesso a un’alimentazione sana, alle opportunità di attività fisica e alle informazioni sanitarie.
Obesità in Italia: Nord e Sud ancora divisi
L’analisi territoriale conferma un divario ormai consolidato tra il Nord e il Sud del Paese.
Il Molise registra la prevalenza più elevata di obesità, con il 14% della popolazione interessata. Seguono la Puglia con il 13,2%, la Sicilia con il 12,5% e la Campania con il 12%.
All’estremo opposto si collocano Toscana, Provincia autonoma di Bolzano e Liguria, dove le percentuali restano inferiori al 10%.
| Regione | Prevalenza di obesità |
|---|---|
| Molise | 14,0% |
| Puglia | 13,2% |
| Sicilia | 12,5% |
| Campania | 12,0% |
| Toscana | 8,7% |
| Provincia autonoma di Bolzano | 8,8% |
| Liguria | 9,3% |
Le differenze riflettono un insieme di fattori che comprendono condizioni socioeconomiche, livello di istruzione, disponibilità di spazi dedicati all’attività fisica, modelli alimentari e accesso ai servizi sanitari.
Obesità in Italia: la sedentarietà diminuisce, ma resta un importante fattore di rischio
Un elemento positivo emerge dalle rilevazioni Istat: gli italiani sedentari sono diminuiti rispetto al 2016.
La quota è passata dal 41,4% al 32,4%, con una riduzione di quasi dieci punti percentuali. Tuttavia, quasi un italiano su tre continua a non svolgere una regolare attività fisica.
Persistono inoltre differenze di genere. La sedentarietà interessa il 35,8% delle donne contro il 28,8% degli uomini.
I dati confermano una stretta relazione tra inattività fisica e obesità. Tra le persone sedentarie la prevalenza dell’obesità raggiunge il 15,8%, mentre tra chi pratica regolarmente attività fisica si ferma al 9,5%.
L’esercizio fisico, tuttavia, non deve essere considerato soltanto uno strumento per perdere peso. Camminare, pedalare, nuotare o svolgere attività aerobica migliora la sensibilità all’insulina, riduce la pressione arteriosa, preserva la massa muscolare e contribuisce al benessere psicologico, indipendentemente dal numero indicato dalla bilancia.
Come si cura oggi l’obesità
Negli ultimi anni è profondamente cambiato anche l’approccio terapeutico.
Le principali società scientifiche raccomandano programmi personalizzati che integrino alimentazione equilibrata, attività fisica, supporto psicologico e, quando necessario, trattamenti farmacologici o chirurgici.
I nuovi farmaci agonisti del recettore GLP-1 e le terapie di più recente introduzione hanno dimostrato di favorire perdite di peso clinicamente rilevanti nei pazienti selezionati, sempre nell’ambito di un percorso specialistico.
Parallelamente, la chirurgia bariatrica continua a rappresentare l’opzione più efficace nei casi di obesità grave associata a complicanze metaboliche.
Gli specialisti ricordano comunque che nessuna terapia può sostituire completamente il cambiamento dello stile di vita. La gestione dell’obesità richiede infatti un percorso continuativo, con controlli periodici e obiettivi realistici nel lungo termine.
L’Italia punta su una nuova strategia nazionale contro l’obesità
Sul piano istituzionale, il 2026 segna un passaggio importante.
Durante l’Italian Barometer Obesity Forum, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha ricordato che l’Italia è il primo Paese al mondo ad aver approvato una legge che riconosce l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, definendo diritti dei pazienti, percorsi assistenziali e responsabilità del sistema sanitario.
Il ministro ha inoltre annunciato la firma del decreto che istituisce l’Osservatorio Nazionale sull’Obesità, organismo chiamato a monitorare l’evoluzione del fenomeno e a supportare le politiche di prevenzione.
Parallelamente è in fase di elaborazione il Programma nazionale di prevenzione e cura dell’obesità, destinato a fornire indicazioni uniformi alle Regioni per garantire percorsi assistenziali omogenei su tutto il territorio.
Infine, l’obesità è stata inserita tra le nuove patologie comprese nell’aggiornamento del Piano Nazionale della Cronicità, un passaggio che punta a migliorare l’accesso alle cure e a ridurre le differenze territoriali.
L’aumento dei casi registrato dall’Istat dimostra che la sfida è tutt’altro che conclusa. Per invertire la tendenza serviranno prevenzione precoce, educazione alimentare, promozione dell’attività fisica, riduzione delle disuguaglianze sociali e una presa in carico tempestiva delle persone con obesità. Solo un approccio integrato, che coinvolga istituzioni, scuola, famiglie e professionisti sanitari, potrà limitare l’impatto di una malattia destinata, senza interventi efficaci, a pesare sempre di più sulla salute della popolazione e sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.
