demenza

Negli ultimi anni, la popolazione straniera anziana (≥60 anni) in Italia è cresciuta fino a oltre 590.000 persone. Si stima che circa 45.000 migranti convivano oggi con disturbi cognitivi o demenza, ma ci sono barriere rilevanti nell’accesso e nella qualità dei percorsi diagnostici.

Lo attestano i risultati del progetto Immidem, la prima iniziativa nazionale dedicata alla demenza nelle persone con storia migratoria residenti in Italia (https://immidem.it/).

L’ISS ha coordinato lo studio condotto su 343 Centri per disturbi cognitivi e demenze (CDCD). Ha così rilevato che, nel 2019, oltre 4.500 migranti sono stati presi in carico dai servizi specialistici, ma con risorse ancora insufficienti. Soltanto il 6,7% dei centri dispone di materiale informativo multilingue, il 10,5% ha accesso a interpreti professionali. E il 37,3% può contare sulla presenza di un mediatore culturale. 

I migranti presentano una maggiore vulnerabilità linguistica

La capacità di adattare le valutazioni cognitive è altrettanto limitata. Solo il 2,3% dei CDCD utilizza procedure diagnostiche adeguatamente adattate e appena l’1,2% impiega strumenti cross culturali validati, come la RUDAS.

Un’analisi multicentrica condotta in 18 CDCD ha coinvolto 823 pazienti, quasi la metà dei quali con una storia migratoria.

Le persone migranti risultano mediamente più giovani al momento della valutazione (73,0 vs 78,5 anni). Presentano una maggiore vulnerabilità linguistica (bassa competenza in italiano nel 21,9% dei casi) e reti familiari più fragili. Ciò pur avendo una complessità clinica sovrapponibile a quella dei pazienti italiani. 

Lazio, i risultati delle analisi epidemiologiche

Le analisi epidemiologiche condotte nella regione Lazio mostrano alcuni dati su cui lavorare. Nei quasi 4 milioni di residenti di più di 50 anni, è possibile identificare 38.708 casi di demenza (prevalenza 0,85%). La prevalenza è più bassa tra le persone nate all’estero (0,57–0,69% rispetto allo 0,87% degli italiani). Mentre l’uso di farmaci specifici è meno frequente (47–51% vs 54%).

In uno studio di coorte quinquennale la mortalità risulta inferiore nei migranti con demenza rispetto ai nativi. Questi dati riflettono verosimilmente fenomeni di sottodiagnosi, uso disomogeneo dei servizi e interruzioni dei percorsi di cura. Non possono, dunque, essere attribuibili a profili di salute effettivamente più favorevoli nei migranti.

Centrale il contributo dei mediatori culturali

Il progetto Immidem ha curato la traduzione e l’adattamento in italiano di strumenti per la valutazione cognitiva cross culturale. Tra questi BASIC, RUDAS e CNTB con l’obiettivo di superare i limiti dei test standard sviluppati in contesti “WEIRD” (Western, Educated, Industrialized, Rich, and Democratic).

Il processo ha garantito equivalenza semantica e culturale, rendendo disponibili strumenti più appropriati per persone con background educativi e linguistici eterogenei.

Centrale, in questo ambito, è anche il contributo dei mediatori culturali, essenziali per una valutazione accurata e culturalmente appropriata.

Demenza,garantire equità di accesso ai migranti

Il progetto ha messo in evidenza la necessità di rafforzare gli strumenti operativi. Equità, accesso e sensibilità culturale devono essere fondamentali nei percorsi diagnostici e assistenziali destinati alle persone con demenza in un Paese sempre più diversificato.

«Garantire equità di accesso e percorsi appropriati è un principio cardine del Piano Nazionale Demenze e un obbligo etico prima ancora che organizzativo». Così Marco Canevelli, del Dipartimento Neuroscienze Umane della Sapienza Università di Roma.

«Rafforzare le competenze interculturali, integrare valutazioni cross culturali, coinvolgere le comunità migranti e aggiornare i sistemi informativi sono passi indispensabili per costruire una sanità più forte. Ma anche più inclusiva e più capace di leggere la complessità della società italiana contemporanea». Lo afferma Ilaria Bacigalupo, del Centro per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute dell’ISS.