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IL 20–30% DEI PAZIENTI COLPITI DA INFARTO VA INCONTRO A UN NUOVO EVENTO CARDIOVASCOLARE: IDENTIFICATO UN BIOMARCATORE PIASTRINICO CAPACE DI PREDIRE LA MORTALITÀ A 5 ANNI. BASTA UN SEMPLICE PRELIEVO DI SANGUE PER MISURARLO.

Dopo un primo infarto, il rischio non si azzera. Anzi, per una quota significativa di pazienti, il pericolo di una recidiva o di un evento fatale resta elevato nonostante le terapie moderne. Proprio per colmare questo vuoto nella stratificazione del rischio, un gruppo di ricercatori del Centro Cardiologico Monzino IRCCS, in collaborazione con l’Università Statale di Milano, ha identificato un nuovo biomarcatore in grado di predire la mortalità cardiovascolare a cinque anni.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Thrombosis and Haemostasis, individua nel Fattore Tissutale (Tissue Factor, TF) espresso sulle piastrine un indicatore prognostico indipendente nei pazienti con malattia coronarica già colpiti da infarto.

Cos’è il Fattore Tissutale e perché è importante

Il Fattore Tissutale è una proteina chiave nei meccanismi della coagulazione. In condizioni normali contribuisce all’attivazione della cascata coagulativa quando si verifica una lesione vascolare. Tuttavia, quando è espresso in maniera anomala sulla superficie delle piastrine – che diventano così “TF-positive” – può favorire la formazione di trombi.

Ed è proprio la trombosi a essere alla base dell’infarto miocardico. Quando una placca aterosclerotica si rompe all’interno di un’arteria coronaria, si attiva un processo di coagulazione che porta alla formazione di un coagulo capace di ostruire il vaso e interrompere l’apporto di sangue al muscolo cardiaco.

Le piastrine svolgono un ruolo centrale in questo processo. Per questo motivo rappresentano un bersaglio strategico sia terapeutico, attraverso farmaci antipiastrinici, sia diagnostico, nella ricerca di nuovi marcatori prognostici.

Fattore tissutale: 527 pazienti seguiti in prevenzione secondaria

La ricerca ha coinvolto 527 pazienti coronaropatici seguiti presso il Centro Cardiologico Monzino in prevenzione secondaria, cioè dopo un primo evento infartuale. Tutti erano in terapia antitrombotica.

Nei partecipanti è stata misurata la percentuale di piastrine TF-positive circolanti. L’analisi ha evidenziato un dato netto: i pazienti con una quota superiore al 4% presentavano un rischio da tre a sette volte maggiore di morte cardiovascolare nei cinque anni successivi rispetto a chi aveva valori inferiori.

Il risultato si è mantenuto significativo anche dopo aver corretto per altri fattori clinici tradizionali, come età, familiarità, fattori di rischio cardiovascolare e biomarcatori solubili. Questo significa che il TF piastrinico fornisce un’informazione prognostica autonoma, non semplicemente sovrapponibile agli strumenti già in uso.

Fattore tissutale: perché serviva un nuovo biomarcatore

Fino a oggi, la valutazione del rischio nei pazienti post-infarto si è basata prevalentemente su score clinici che tengono conto di parametri demografici, comorbidità, storia familiare e danno miocardico documentato.

Questi strumenti restano fondamentali, ma descrivono soprattutto ciò che è già accaduto. Mancava un indicatore biologico capace di intercettare in modo diretto l’attività trombotica residua e il potenziale di nuove occlusioni coronariche.

Il Fattore Tissutale piastrinico sembra colmare proprio questo vuoto, offrendo una finestra sulla biologia attiva del trombo e non solo sulle conseguenze già manifestate dell’infarto.

Un esame semplice e potenzialmente applicabile

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la praticabilità del test. La misurazione del TF piastrinico richiede un semplice prelievo di sangue. In laboratorio è sufficiente un citofluorimetro, uno strumento già ampiamente utilizzato, ad esempio nella tipizzazione delle leucemie.

Questo rende il biomarcatore potenzialmente integrabile nella pratica clinica, qualora studi multicentrici su larga scala confermassero i risultati iniziali.

Verso una prevenzione cardiovascolare personalizzata

L’identificazione dei pazienti a più alto rischio apre scenari importanti in termini di medicina personalizzata. Sapere in anticipo chi ha una probabilità significativamente maggiore di morte cardiovascolare potrebbe consentire strategie più mirate.

Ciò potrebbe tradursi in un monitoraggio più stretto, in una modulazione della terapia antitrombotica o nell’introduzione di interventi aggiuntivi per ridurre il rischio residuo. L’obiettivo è passare da un approccio uniforme a una gestione calibrata sul profilo biologico individuale.

Il rischio residuo dopo l’infarto

Nonostante i progressi nella cardiologia interventistica e farmacologica, il rischio residuo post-infarto resta una sfida clinica. Angioplastica, stent, doppia antiaggregazione e statine hanno ridotto in modo significativo la mortalità acuta, ma una quota non trascurabile di pazienti continua a sviluppare nuovi eventi.

Comprendere i meccanismi che alimentano questa vulnerabilità è cruciale. L’attività trombotica persistente rappresenta uno dei fattori chiave, e il TF piastrinico potrebbe diventare un indicatore precoce di questa instabilità.

Fattore tissutale: i prossimi passi

Il prossimo passaggio sarà la validazione dei risultati in studi multicentrici e su popolazioni più ampie e diversificate. Solo attraverso conferme indipendenti sarà possibile definire soglie operative e stabilire linee guida per l’eventuale impiego clinico del test.

Se confermata, questa scoperta potrebbe segnare un passo avanti significativo nella prevenzione secondaria cardiovascolare, offrendo uno strumento concreto per ridurre il numero di recidive fatali dopo il primo infarto.

In un ambito in cui ogni punto percentuale di rischio conta, poter identificare con precisione i pazienti più vulnerabili significa intervenire prima che il danno si ripeta.