Antibiotico resistenza in Italia: la guida dell’ISS
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LA NUOVA ANALISI DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ MOSTRA UN’ITALIA CHE RESTA TRA I PAESI PIÙ COLPITI IN EUROPA, ANCHE SE EMERGONO TIMIDI SEGNALI DI INVERSIONE DI TENDENZA. GLI ESPERTI CHIEDONO PIÙ PREVENZIONE, MIGLIORI PRATICHE CLINICHE E UN APPROCCIO ONE HEALTH.
Nel corso della Settimana Mondiale della Consapevolezza sugli Antibiotici, l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato un quadro aggiornato sull’antibiotico resistenza in Italia. La situazione rimane seria e complessa, segnata da tassi di antibiotico-resistenza tra i più elevati d’Europa, ma la nuova lettura dei dati offre anche una sfumatura diversa: alcune curve iniziano a scendere e mostrano il potenziale impatto delle strategie messe in campo negli ultimi anni. È un movimento lento, quasi impercettibile, ma sufficiente a suggerire che gli sforzi stanno cominciando a produrre i primi effetti.
Antibiotico resistenza in Italia: cosa ci racconta davvero questa fotografia?
Il presidente dell’ISS, Rocco Bellantone, ha presentato i dati ricordando che l’antibiotico-resistenza provoca circa dodicimila decessi ogni anno nel nostro Paese. È un numero enorme, equivalente a un terzo di tutti i decessi che avvengono in ospedale per infezioni difficili da trattare. Ha insistito sul fatto che non si tratta di statistiche astratte, ma di persone che avrebbero spesso potuto ricevere cure efficaci se i batteri non fossero diventati resistenti.
Durante il meeting conclusivo del progetto europeo INF-ACT, dedicato proprio al rafforzamento della sorveglianza microbiologica, è emerso come la sfida sia ancora aperta. Tuttavia, la lettura dei dati AR-ISS, il sistema nazionale di sorveglianza, suggerisce che il panorama non è statico. Alcuni patogeni mostrano una riduzione della multiresistenza, mentre altri continuano a preoccupare, spesso in modo crescente. È una situazione a due velocità, che richiede interpretazioni accurate e interventi mirati.
Antibiotico resistenza in Italia: dove stiamo migliorando?
Gli indicatori mostrano cali importanti in alcuni batteri noti per la loro pericolosità. Diminuisce la multiresistenza in Acinetobacter spp, un microrganismo che colpisce soprattutto pazienti fragili in ambito ospedaliero. Si riduce anche la resistenza ai carbapenemi in Klebsiella pneumoniae, un dato che fino a pochi anni fa sembrava difficile da immaginare. È una notizia rilevante perché i carbapenemi sono spesso l’ultima risorsa terapeutica disponibile per molte infezioni gravi.
Anche Pseudomonas aeruginosa mostra un miglioramento nella sensibilità a diverse classi antibiotiche. È un segnale che alcuni protocolli adottati negli ospedali stanno funzionando, soprattutto nelle terapie intensive, dove questo batterio trova le condizioni ideali per diffondersi.
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E dove invece la situazione peggiora?
Accanto alle luci restano ombre pesanti. Escherichia coli mostra un lieve aumento della resistenza alle cefalosporine di terza generazione, un dato che indica un uso ancora troppo ampio di queste molecole. Tra i Gram-positivi, continua la lenta diminuzione del MRSA, ma cresce in modo preoccupante l’Enterococcus faecium resistente alla vancomicina. Questo batterio rappresenta una delle minacce più complesse per gli ospedali, perché limita drasticamente le opzioni terapeutiche.
In aumento, inoltre, la resistenza alla eritromicina da parte di Streptococcus pneumoniae. È un dato che riguarda da vicino anche la comunità, perché questo patogeno è responsabile di polmoniti e infezioni delle vie respiratorie che colpiscono soprattutto bambini e anziani.
Perché le terapie intensive restano il punto più critico?
Le terapie intensive continuano a rappresentare l’epicentro della resistenza antimicrobica. Lì si concentrano i pazienti più fragili, i dispositivi invasivi, le infezioni più difficili da trattare e, inevitabilmente, un uso intensivo di antibiotici salvavita. I livelli di resistenza osservati in questi reparti rimangono più elevati rispetto alle altre aree ospedaliere.
Le batteriemie da CRE mostrano una timida riduzione rispetto all’anno precedente, ma restano sopra i livelli pre-pandemici. È un dato che conferma quanto la pandemia abbia influito negativamente sull’uso degli antibiotici. Nei momenti più critici molti ospedali hanno fatto ricorso a terapie ad ampio spettro, spesso in situazioni di urgenza, contribuendo a un aumento delle resistenze che ora richiede anni per essere recuperato.
Perché l’igiene delle mani rimane un problema aperto?
Tra gli indicatori più allarmanti c’è il consumo di soluzione idroalcolica nelle strutture sanitarie. Nel 2024 la media nazionale è scesa sotto i dieci litri ogni mille giornate di degenza, molto distante dallo standard OMS, che ne raccomanda almeno venti. Solo otto regioni mostrano un aumento rispetto all’anno precedente.
L’Emilia-Romagna si conferma la più virtuosa, mentre regioni come il Molise restano lontane dagli obiettivi minimi. È un dato che pesa perché l’igiene delle mani è uno dei gesti più semplici ed efficaci per prevenire la diffusione delle infezioni. La pandemia aveva fatto crescere l’attenzione verso questo comportamento, ma la caduta dei consumi indica un ritorno a pratiche meno rigorose.
Perché oggi si parla tanto di sequenziamento genomico?
La sorveglianza genomica è stata uno dei punti centrali del progetto INF-ACT. Il sequenziamento del genoma dei patogeni permette di identificare più rapidamente ceppi resistenti e di tracciare con precisione la loro diffusione. È uno strumento che potenzia enormemente la capacità delle strutture sanitarie di anticipare i focolai e di intervenire in modo tempestivo.
Il sequenziamento consente anche di comprendere meglio le connessioni tra ambiente, animali e uomo. Oltre il sessanta per cento dei patogeni che causano malattie nell’uomo proviene da animali domestici o selvatici. Questo rende indispensabile la prospettiva One Health, che integra competenze mediche, veterinarie e ambientali.
Quanto pesa la resistenza antimicrobica sulla vita quotidiana?
L’ISS ricorda che la resistenza antimicrobica provoca 1,2 milioni di morti nel mondo ogni anno e potrebbe raggiungere i trentanove milioni entro il 2050 se non si interviene in modo deciso. È una minaccia globale che riguarda la sicurezza alimentare, la salute degli animali, la sostenibilità economica e la capacità dei sistemi sanitari di far fronte alle emergenze.
In Europa la gestione delle infezioni resistenti costa quasi dodici miliardi di euro l’anno. Negli animali da produzione i costi riguardano trattamenti prolungati e una riduzione della produttività. Se non si agisce, entro il 2050 si rischiano perdite alimentari equivalenti al fabbisogno annuale di due miliardi di persone.
Le tendenze principali della resistenza in Italia
| Patogeno osservato | Andamento 2024 | Commento |
|---|---|---|
| Acinetobacter spp | In diminuzione | Lente ma costanti riduzioni |
| Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi | In calo | Segnale positivo dopo anni critici |
| Escherichia coli | In lieve aumento | Criticità nelle cefalosporine |
| Pseudomonas aeruginosa | In miglioramento | Più sensibile a varie classi |
| MRSA | In lenta flessione | Trend incoraggiante |
| Enterococcus faecium resistente alla vancomicina | In aumento | Motivo di grande preoccupazione |
Quali comportamenti individuali fanno davvero la differenza?
Secondo l’ISS la prescrizione responsabile rimane la prima misura concreta. Gli antibiotici vanno assunti solo quando indicati da un medico e seguendo con precisione la durata prescritta. Interrompere la terapia troppo presto o dimenticare una dose crea le condizioni per selezionare i batteri più forti, che possono diffondersi rapidamente.
La prevenzione riguarda però anche abitudini quotidiane. Lavarsi le mani regolarmente, mantenere una cucina pulita, cuocere bene i cibi, evitare contaminazioni tra crudo e cotto e conservare gli alimenti in modo sicuro, riduce il rischio di trasmissione di batteri resistenti.
Anche restare a casa quando si è malati o indossare una mascherina in caso di sintomi respiratori contribuisce a limitare la diffusione dei patogeni.
Una parte essenziale della prevenzione riguarda gli animali domestici. Cani e gatti possono contrarre e trasmettere infezioni resistenti. Per questo motivo è fondamentale garantire cure veterinarie regolari, vaccinazioni aggiornate e un uso degli antibiotici sempre basato su prescrizione veterinaria.
Infine, lo smaltimento corretto dei medicinali è un gesto semplice ma cruciale. Gettare gli antibiotici avanzati nei rifiuti o nel water contribuisce alla contaminazione ambientale. I farmaci vanno sempre riportati in farmacia, dove verranno eliminati in modo sicuro.
FAQ
L’antibiotico-resistenza riguarda solo gli ospedali?
No. Molte infezioni resistenti nascono nella comunità e si diffondono rapidamente, soprattutto in ambienti affollati.
Perché l’igiene delle mani è così importante?
Perché interrompe la catena di trasmissione dei batteri resistenti, soprattutto nelle strutture sanitarie.
Il sequenziamento genetico è già utilizzato ovunque?
Sta crescendo rapidamente, ma non è ancora uniforme sul territorio.
Gli animali domestici possono essere coinvolti?
Sì, possono contrarre e trasmettere batteri resistenti, soprattutto in presenza di terapie inappropriate.
Possiamo davvero invertire la tendenza?
Sì, ma servono anni di interventi coordinati e un cambiamento stabile delle abitudini.
