Cuore e donne: l’infiammazione silente aumenta i rischi
Colesterolo nella norma, pressione perfetta, glicemia sotto controllo. Molte donne che non sono considerate a rischio si ammalano ugualmente di…
La Proteina C reattiva (PCR) è una glicoproteina prodotta dal fegato in risposta a uno stimolo infiammatorio. Rilasciata nel flusso sanguigno, i suoi livelli aumentano rapidamente nel giro di poche ore dall’inizio di un’infezione o di un danno tissutale. Per questo motivo, la PCR è considerata uno dei biomarcatori più affidabili e sensibili della cosiddetta “risposta di fase acuta” dell’organismo.
Il dosaggio della PCR, eseguito tramite un semplice esame del sangue, è uno strumento diagnostico fondamentale per i medici. Un valore elevato segnala la presenza di un processo infiammatorio in corso, che può essere causato da infezioni batteriche o virali, traumi fisici o interventi chirurgici. Inoltre, questo test è essenziale per monitorare il decorso e l’efficacia delle terapie in caso di malattie croniche autoimmuni, come l’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico e le malattie infiammatorie intestinali.
Oltre alla diagnostica acuta, le versioni ad alta sensibilità del test (hs-PCR) giocano un ruolo cruciale nella medicina preventiva. Livelli costantemente, seppur lievemente, elevati di PCR possono indicare uno stato di infiammazione di basso grado a livello vascolare, rappresentando un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di patologie cardiovascolari, come infarti e ictus. Monitorare la Proteina C reattiva significa quindi disporre di una vera e propria spia biologica, capace di guidare i clinici verso diagnosi tempestive e strategie terapeutiche personalizzate.
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