Responsabilità medica e nesso causale: la responsabilità medica torna al centro del dibattito giuridico con una decisione destinata a incidere in modo significativo sui futuri contenziosi. Con l’ordinanza n. 34073 del 24 dicembre 2025, la Corte di Cassazione ribadisce un principio chiave: anche in presenza di una condotta sanitaria imperita, il risarcimento del danno non è automatico se manca la prova del nesso causale tra errore ed evento lesivo.

La pronuncia si colloca in una linea interpretativa ormai consolidata, ma assume particolare rilievo in una fase storica in cui la responsabilità medica è al centro di tensioni sistemiche, tra carenza di personale, aumento delle aggressioni agli operatori, medicina difensiva e proroghe dello scudo penale.

Responsabilità medica e nesso causale: il caso, imperizia accertata, ma risarcimento negato

Il giudizio nasce dal ricorso dei familiari di un paziente deceduto contro l’Azienda sanitaria provinciale di Palermo. Secondo i ricorrenti, il decesso sarebbe stato causato da un ritardo nell’intervento chirurgico, riconducibile a una condotta imperita dei sanitari. Tuttavia, sia il giudice di primo grado sia la Corte d’appello avevano respinto la domanda, ritenendo non dimostrato il nesso causale.

La Cassazione conferma questa impostazione, chiarendo che l’incertezza causale resta a carico di chi agisce in giudizio. Anche se l’errore medico è accertato, il risarcimento non spetta quando non è possibile affermare, secondo il criterio del “più probabile che non”, che quell’errore abbia causato il danno.

Il cuore della decisione: la prova del nesso causale

Il punto centrale dell’ordinanza è la riaffermazione del ruolo decisivo del nesso di causalità. Nel diritto civile sanitario, la responsabilità non si fonda su una colpa astratta, ma su una sequenza dimostrabile: condotta, evento, danno.

La Suprema Corte sottolinea che la ricostruzione causale deve poggiare su un solido giudizio probabilistico, non su ipotesi o possibilità astratte. Se le consulenze tecniche non consentono di stabilire che l’intervento tempestivo avrebbe evitato il decesso o significativamente migliorato la prognosi, il requisito causale viene meno. In questo scenario, l’imperizia rimane giuridicamente irrilevante ai fini risarcitori.

La perdita di chance: quando non è risarcibile

Un passaggio rilevante riguarda la perdita di chance di sopravvivenza, spesso invocata nei giudizi di responsabilità sanitaria. La Cassazione chiarisce che non ogni possibilità astratta è risarcibile: occorre dimostrare l’esistenza di una concreta e apprezzabile probabilità di esito favorevole, non una mera speranza.

Nel caso esaminato, i periti avevano evidenziato che il paziente sarebbe con elevata probabilità deceduto anche in presenza di un intervento più rapido. Da qui l’esclusione della chance risarcibile. È un punto che rafforza l’orientamento restrittivo della giurisprudenza e riduce l’area dell’automatismo risarcitorio.

Il rapporto con la Legge Gelli-Bianco

L’ordinanza si inserisce coerentemente nel solco tracciato dalla Legge 24/2017 (Gelli-Bianco), che ha posto la sicurezza delle cure al centro del sistema, ma ha anche chiarito che la responsabilità sanitaria non può prescindere dalla prova del danno causalmente riconducibile alla condotta.

La legge ha distinto la responsabilità della struttura da quella del singolo professionista e ha valorizzato linee guida e buone pratiche come parametro di valutazione della colpa. Tuttavia, come dimostra la decisione della Cassazione, il rispetto o la violazione di tali standard non è sufficiente se manca la dimostrazione del nesso eziologico.

Responsabilità civile e scudo penale: due piani diversi

La pronuncia consente anche di chiarire un equivoco diffuso nel dibattito pubblico: lo scudo penale non incide sulla responsabilità civile. Le recenti proroghe dello scudo, confermate dal decreto Milleproroghe fino al 2026, limitano la responsabilità penale dei sanitari ai soli casi di colpa grave in condizioni di carenza organizzativa, ma non eliminano l’obbligo risarcitorio quando il nesso causale è provato.

Paradossalmente, decisioni come quella della Cassazione mostrano che, sul piano civile, la tutela del professionista non deriva da protezioni emergenziali, ma dall’applicazione rigorosa delle regole probatorie.

Meno automatismi, più rigore probatorio

La Cassazione ribadisce che il risarcimento non è uno strumento punitivo, ma compensativo, e richiede la dimostrazione di tutti gli elementi costitutivi della fattispecie.

Questo orientamento rafforza le garanzie per strutture e professionisti, ma al tempo stesso impone a pazienti e familiari un onere probatorio elevato, spesso complesso da soddisfare in ambito clinico. È un equilibrio delicato, che continua ad alimentare il dibattito tra tutela del diritto alla salute e sostenibilità del sistema sanitario.

Responsabilità medica: un dibattito ancora aperto

La decisione della Cassazione si inserisce in un contesto segnato da contenzioso crescente, aggressioni agli operatori, burnout e medicina difensiva. Sempre più spesso si discute se l’attuale assetto della responsabilità professionale sia adeguato a un sistema sanitario sotto pressione strutturale.

Da un lato, la giurisprudenza sembra voler arginare gli automatismi risarcitori. Dall’altro, resta aperta la questione di come garantire ai pazienti un accesso effettivo alla tutela, senza trasformare l’errore sanitario in una presunzione di colpa. È su questo crinale che si giocheranno le future riforme, tra diritto, medicina e organizzazione delle cure.