A distanza di anni dalla fase più critica della pandemia, la ricerca sul Covid-19 continua a produrre risultati utili per comprendere meglio i meccanismi della malattia e affinare le strategie terapeutiche. Un nuovo studio dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri aggiunge un tassello rilevante a questo percorso, chiarendo come l’aspirina possa agire direttamente sulla proteina spike di SARS-CoV-2, indebolendone la capacità di danneggiare il tessuto polmonare.
La ricerca, pubblicata su Frontiers in Immunology, si inserisce in una linea di studi avviata già nei primi anni della pandemia, quando diversi lavori – apparsi su eClinicalMedicine, Frontiers in Medicine e The Lancet Infectious Diseases – avevano suggerito che l’uso precoce di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), inclusa l’aspirina, potesse ridurre il rischio di evoluzione verso forme gravi di Covid-19 e limitare il ricorso all’ospedalizzazione.
Covid e aspirina: cosa fa l’aspirina alla proteina spike
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Il nuovo studio si concentra su un aspetto finora poco esplorato. L’effetto diretto dell’aspirina sulla struttura della proteina spike, la “chiave” che il virus utilizza per entrare nelle cellule umane attraverso il recettore ACE2. Secondo quanto spiegato da Luca Perico, primo autore della ricerca, concentrazioni di aspirina paragonabili a quelle raggiungibili nell’organismo umano sono in grado di indurre modificazioni strutturali della spike, riducendone la capacità di legarsi al recettore presente sulle cellule epiteliali.
Si tratta di un risultato importante, perché suggerisce un’azione che va oltre il noto effetto antinfiammatorio del farmaco. L’aspirina non si limiterebbe a “spegnere” la risposta infiammatoria dell’organismo, ma potrebbe anche interferire direttamente con uno dei principali meccanismi di aggressività del virus.
Covid e aspirina: riduzione del danno polmonare e dell’infiammazione
Le osservazioni molecolari trovano riscontro anche nei modelli sperimentali. Come sottolinea Ariela Benigni, coordinatrice delle ricerche del Mario Negri a Bergamo e Ranica, nei sistemi sperimentali analizzati l’aspirina ha dimostrato di ridurre il danno polmonare. Ha dimostrato di ridurre anche le fibrosi e l’infiammazione indotte dalla proteina spike. Elementi che sono alla base delle forme più severe di Covid-19 e delle complicanze respiratorie a lungo termine.
Questi dati rafforzano l’ipotesi che intervenire precocemente sui meccanismi infiammatori e molecolari dell’infezione possa modificare in modo significativo il decorso della malattia, riducendo la probabilità di evoluzione verso quadri clinici critici.
Il ruolo degli antinfiammatori nelle fasi iniziali
Il tema dell’uso dei FANS, e in particolare dell’aspirina, nelle prime fasi del Covid-19 è stato oggetto di un acceso dibattito durante la pandemia. Se nelle fasi iniziali vi erano timori sull’impiego di questi farmaci, studi successivi hanno progressivamente chiarito che, se usati in modo appropriato e sotto controllo medico, possono avere un ruolo positivo nel modulare la risposta infiammatoria.
Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, ribadisce un punto fondamentale. Gli antinfiammatori non steroidei andrebbero presi nelle prime fasi dell’infezione da SARS-CoV-2, ma sempre seguendo il consiglio del medico e mai in regime di autoprescrizione. L’aspirina, infatti, resta un farmaco con indicazioni precise, controindicazioni e possibili effetti collaterali, soprattutto in alcune categorie di pazienti.
Cosa cambia per la pratica clinica
È importante sottolineare che lo studio non propone l’aspirina come “cura” del Covid-19, né suggerisce un uso indiscriminato del farmaco. I risultati contribuiscono piuttosto a chiarire i meccanismi biologici che possono spiegare perché, in alcuni contesti clinici, l’impiego precoce di antinfiammatori abbia mostrato benefici.
Queste evidenze rafforzano l’idea che la gestione delle infezioni respiratorie virali non debba concentrarsi esclusivamente sulle fasi avanzate. Ma anche su interventi tempestivi e mirati nelle prime fasi, quando è ancora possibile limitare il danno tissutale e l’eccessiva risposta infiammatoria.
Una lezione che va oltre il Covid-19
Infine, il valore di questo studio va letto anche in una prospettiva più ampia. Comprendere come farmaci già noti possano modulare direttamente le interazioni tra virus e cellule ospiti apre scenari interessanti non solo per il Covid-19, ma anche per altre infezioni respiratorie. La pandemia ha mostrato quanto sia cruciale integrare rapidamente dati clinici e ricerca di base, evitando semplificazioni e polarizzazioni.
L’aspirina, uno dei farmaci più studiati e utilizzati al mondo, continua così a rivelare nuovi aspetti della sua azione. Ma il messaggio resta chiaro: nessuna scorciatoia, nessuna autoprescrizione. Anche le evidenze più promettenti devono sempre tradursi in decisioni cliniche ponderate, guidate dal medico e basate sull’equilibrio tra benefici e rischi.
