Non correggere una mutazione alla volta, ma arrivare a sostituire un intero cromosoma difettoso con una versione sana o ingegnerizzata. È la sfida alla base di una nuova linea di ricerca dell’Università di Udine, coordinata dal biochimico Gianluca Petris. L’obiettivo è sviluppare tecnologie di trapianto di cromosomi applicabili, in futuro, alla produzione di cellule terapeutiche per malattie genetiche complesse e medicina rigenerativa.
Il progetto “Developing chromosome transplant technologies towards universal cell therapies” ha ottenuto un finanziamento di oltre 1,27 milioni di euro attraverso il Fondo italiano per la scienza del Ministero dell’Università e della Ricerca. Il gruppo lavora nel campo dell’ingegneria genomica, un settore che sta progressivamente ampliando la propria scala d’intervento.
Le tecniche di genome editing hanno infatti reso possibile modificare specifiche sequenze del DNA con una precisione impensabile fino a pochi anni fa. Esistono però alterazioni genetiche che coinvolgono regioni enormi del genoma, molti geni contemporaneamente oppure la struttura e il numero dei cromosomi.
È proprio davanti a questi problemi che modificare una singola sequenza può non bastare. Il trapianto di cromosomi prova quindi a spostare il confine dell’ingegneria genetica, passando dalla correzione locale alla manipolazione di strutture contenenti decine o centinaia di milioni di basi di DNA.
Che cos’è il trapianto di cromosomi?
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Per comprendere la portata della ricerca bisogna partire dalla struttura del genoma umano. La maggior parte delle cellule contiene 46 cromosomi, organizzati in 23 coppie. Su queste strutture è distribuita gran parte dell’informazione genetica necessaria al funzionamento dell’organismo.
Un cromosoma, tuttavia, non è semplicemente una lunga sequenza di DNA. Contiene molti geni e regioni regolatorie, mentre la sua organizzazione tridimensionale contribuisce a stabilire quali informazioni genetiche debbano essere utilizzate dalla cellula.
La ricerca sul trapianto cromosomico punta a intervenire su questa scala.
Una recente review pubblicata su Trends in Genetics da Miriam Saponaro, Pierre Murat, Francesca Agostini, Claudio Brancolini e Gianluca Petris descrive tre componenti fondamentali di questo nuovo campo: trasferimento di cromosomi, eliminazione selettiva e integrazione dei due processi in un vero trapianto cromosomico.
In linea teorica, il processo permetterebbe di eliminare da una cellula un cromosoma problematico e sostituirlo con una controparte naturale, modificata oppure artificiale.
La difficoltà è farlo senza compromettere il resto del genoma.
Perché il trapianto di cromosomi va oltre CRISPR?
Tecnologie come CRISPR-Cas hanno rivoluzionato l’ingegneria genetica perché consentono di intervenire in punti specifici del DNA. Questa capacità ha aperto prospettive terapeutiche enormi e, per alcune malattie, è già entrata nella medicina clinica.
La scala resta però un elemento determinante.
Una mutazione puntiforme può dipendere dalla sostituzione di una singola “lettera” del DNA. Altre malattie coinvolgono sequenze più grandi. In altri casi ancora possono essere interessati molti geni o intere porzioni cromosomiche.
Le tecniche disponibili diventano progressivamente più difficili da utilizzare quando aumenta la quantità di DNA da modificare.
L’ingegneria cromosomica affronta il problema da un’altra prospettiva. Invece di effettuare numerose correzioni separate, cerca di trasferire grandi quantità di informazione genetica attraverso un’unica struttura biologica.
La review pubblicata su Trends in Genetics parla di trasferimenti nell’ordine delle megabasi e di cromosomi naturali o ingegnerizzati che possono essere spostati tra cellule.
Il salto di scala è quindi considerevole. Tuttavia, maggiore è la quantità di genoma manipolata, maggiore diventa anche la necessità di verificare che il risultato sia stabile e sicuro.
Quali malattie potrebbero beneficiare del trapianto di cromosomi?
L’interesse principale riguarda condizioni che non possono essere affrontate facilmente correggendo una sola mutazione.
Esistono malattie genetiche nelle quali sono coinvolte grandi regioni genomiche o più elementi contemporaneamente. Inoltre, una stessa patologia può essere causata da moltissime mutazioni diverse distribuite all’interno dello stesso gene.
Sviluppare un trattamento specifico per ogni singola variante può diventare estremamente complesso e costoso.
Da qui nasce l’idea di una strategia “mutation-agnostic”, cioè indipendente dalla specifica mutazione posseduta dal paziente. Il progetto di Petris mira a verificare se il trasferimento di un cromosoma sano possa diventare, in prospettiva, una modalità per correggere contemporaneamente difetti differenti.
È però importante non anticipare le applicazioni.
Il progetto si colloca ancora nell’ambito della ricerca di base e preclinica. Non esiste attualmente una terapia approvata che sostituisca un intero cromosoma difettoso nelle cellule di un paziente per curare una malattia genetica.
La ricerca deve prima dimostrare che una procedura tanto complessa possa essere eseguita con elevata fedeltà.
Come potrebbe funzionare una futura terapia cellulare?
L’obiettivo non è necessariamente sostituire direttamente i cromosomi all’interno degli organi di una persona.
Una prospettiva più concreta passa attraverso le terapie cellulari.
In questo scenario si prelevano o producono cellule destinate a essere manipolate in laboratorio. Il cromosoma potrebbe essere modificato o sostituito fuori dall’organismo, verificando successivamente le caratteristiche delle cellule ottenute.
Soltanto dopo controlli approfonditi, le cellule corrette potrebbero diventare candidate per un utilizzo terapeutico.
Un precedente progetto guidato da Petris descrive esplicitamente la validazione della tecnologia in cellule staminali pluripotenti indotte umane, le cosiddette hiPSC, e in organoidi epatici. L’interesse comprende tessuti con capacità rigenerative, come fegato e sistema ematopoietico.
Le cellule pluripotenti indotte sono particolarmente interessanti perché possono essere ottenute riprogrammando cellule adulte. Successivamente possono essere differenziate verso diversi tipi cellulari.
Un cromosoma corretto potrebbe quindi essere introdotto a monte del processo, per poi verificare se la correzione venga mantenuta nelle cellule specializzate ottenute.
Tra questa possibilità sperimentale e una terapia utilizzabile nei pazienti, tuttavia, rimangono numerosi passaggi.
Perché si parla di “terapie cellulari universali”?
Il titolo del progetto fa riferimento allo sviluppo di tecnologie orientate verso “universal cell therapies”. Il termine non significa che i ricercatori stiano cercando una singola terapia capace di curare qualsiasi malattia genetica.
L’idea di universalità riguarda piuttosto la piattaforma.
Una tecnologia capace di trasferire cromosomi potrebbe, almeno teoricamente, essere adattata a difetti genetici differenti senza dover progettare da zero un sistema specifico per ogni singola mutazione.
Questo approccio potrebbe avere particolare interesse nelle malattie rare.
La rarità delle singole varianti rappresenta infatti una delle difficoltà nello sviluppo delle terapie genetiche personalizzate. Creare, testare e produrre un trattamento destinato a pochissimi pazienti richiede risorse notevoli.
Una piattaforma capace di intervenire a livello cromosomico potrebbe affrontare contemporaneamente diverse alterazioni localizzate sulla stessa struttura.
È una prospettiva ambiziosa, non ancora una soluzione clinica.
La stessa descrizione scientifica del settore sottolinea che persistono importanti ostacoli tecnici prima che l’ingegneria cromosomica possa diventare una procedura di routine.
Qual è la differenza tra gene editing e ingegneria cromosomica?
La differenza principale riguarda la scala dell’intervento.
| Tecnologia | Scala dell’intervento | Obiettivo principale |
|---|---|---|
| Gene editing | Sequenze specifiche di DNA | Correggere o modificare regioni mirate |
| Editing di grandi regioni | Porzioni più estese del genoma | Modificare segmenti genomici complessi |
| Trasferimento cromosomico | Milioni di basi di DNA | Portare grandi quantità di informazione genetica in una cellula |
| Eliminazione cromosomica | Intero cromosoma | Rimuovere selettivamente una struttura cromosomica |
| Trapianto di cromosomi | Intero cromosoma | Sostituire una struttura endogena con una naturale, ingegnerizzata o artificiale |
La differenza non è soltanto quantitativa.
I cromosomi possiedono un’organizzazione complessa che influenza il funzionamento dei geni. Elementi come cromatina, regolazione a distanza, tempi di replicazione e struttura tridimensionale contribuiscono al comportamento cellulare.
Per questo spostare un intero cromosoma significa trasferire molto più di una lunga sequenza di DNA.
La review coordinata dal gruppo di Udine sottolinea proprio come numerose caratteristiche biologiche e patologiche dipendano da fenomeni che si manifestano su scala cromosomica.
Come si trasferisce un cromosoma da una cellula all’altra?
Il trasferimento cromosomico non nasce da zero. La ricerca dispone già di tecniche sperimentali per spostare cromosomi o grandi frammenti genomici tra cellule.
Una delle metodologie studiate è il microcell-mediated chromosome transfer, spesso indicato con l’acronimo MMCT.
Il principio consiste nell’isolare un cromosoma all’interno di una piccola struttura cellulare e trasferirlo successivamente in una cellula ricevente.
Questa strategia ha permesso di studiare la funzione dei cromosomi e di introdurre grandi quantità di materiale genetico. Presenta però limiti che ne rendono difficile l’utilizzo terapeutico su larga scala.
Le nuove tecnologie cercano quindi di migliorare precisione, efficienza e compatibilità con cellule clinicamente rilevanti.
Il problema non consiste soltanto nel far entrare il cromosoma nella cellula. Bisogna assicurarsi che venga mantenuto, replicato correttamente e trasmesso alle cellule figlie.
Inoltre, se l’obiettivo è una vera sostituzione, occorre rimuovere in maniera selettiva il cromosoma originario.
È proprio l’integrazione tra trasferimento ed eliminazione controllata che trasforma l’esperimento in un potenziale trapianto cromosomico.
Quali sono le principali difficoltà del trapianto di cromosomi?
Manipolare una struttura di queste dimensioni presenta problemi molto diversi dall’editing di una piccola sequenza.
Il primo è l’integrità genomica. Durante il trasferimento bisogna evitare rotture, riarrangiamenti o alterazioni indesiderate del DNA.
Un secondo problema riguarda il numero dei cromosomi. Le cellule umane sono molto sensibili alle variazioni del dosaggio genetico. Aggiungere un cromosoma senza eliminare correttamente quello da sostituire può produrre un’aneuploidia.
Anche il cromosoma introdotto deve comportarsi normalmente durante la divisione cellulare.
Non basta quindi verificare che sia presente subito dopo il trasferimento. Occorre controllare che rimanga stabile nel tempo e venga correttamente segregato durante la mitosi.
Esiste poi la questione della regolazione.
Il cromosoma trasferito deve funzionare nel nuovo ambiente cellulare. I suoi geni devono essere attivati o silenziati nei momenti appropriati, mantenendo le relazioni con il resto del genoma.
Per questo gli autori della review indicano la validazione dell’intero genoma tra le componenti indispensabili per sviluppare il settore.
Perché il controllo del genoma è decisivo per la sicurezza?
Una cellula apparentemente corretta potrebbe contenere alterazioni invisibili con analisi superficiali.
Le tecnologie destinate a una futura applicazione terapeutica dovranno quindi verificare il genoma a più livelli.
Sequenziamento e analisi cromosomiche possono servire a controllare che il trasferimento non abbia provocato mutazioni, delezioni o riarrangiamenti indesiderati.
Bisognerà inoltre valutare l’espressione dei geni e la stabilità delle cellule nel tempo.
Questo punto assume particolare importanza perché le cellule modificate potrebbero essere destinate a moltiplicarsi nell’organismo.
Un’alterazione capace di favorire una proliferazione incontrollata rappresenterebbe un problema di sicurezza molto serio.
L’ingegneria cromosomica richiede quindi un livello di controllo proporzionato alla scala dell’intervento.
Più grande è la parte di genoma manipolata, più approfondita deve essere la verifica degli effetti prodotti.
È una delle ragioni per cui il passaggio dalla ricerca sperimentale a una futura terapia richiederà tempi lunghi.
Il trapianto di cromosomi potrebbe essere utile anche nello studio dei tumori?
Le applicazioni potenziali non riguardano soltanto le malattie genetiche ereditarie.
Le cellule tumorali presentano frequentemente profonde alterazioni cromosomiche. Possono perdere cromosomi, acquisirne copie aggiuntive oppure mostrare grandi riarrangiamenti.
Questa instabilità genomica contribuisce all’eterogeneità dei tumori e può influenzare la progressione della malattia.
La possibilità di eliminare selettivamente un cromosoma o trasferirne uno differente offre quindi nuovi strumenti sperimentali.
I ricercatori potrebbero creare modelli cellulari nei quali una specifica alterazione viene introdotta o rimossa in maniera controllata. Diventerebbe così più semplice studiare il suo contributo al comportamento tumorale.
La review pubblicata su Trends in Genetics indica infatti l’eliminazione cromosomica come strumento per studiare aneuploidia, effetti del dosaggio genetico e instabilità del cariotipo.
In questo caso l’obiettivo immediato non sarebbe curare il tumore sostituendo cromosomi nel paziente.
Il vantaggio consisterebbe nel costruire modelli sperimentali migliori per comprenderne la biologia.
Che rapporto esiste tra cromosomi e invecchiamento?
Anche l’invecchiamento è accompagnato da cambiamenti nella stabilità del genoma e nella regolazione dell’informazione genetica.
Con il passare del tempo possono accumularsi mutazioni e alterazioni cromosomiche. Alcune popolazioni cellulari possono inoltre acquisire anomalie che modificano il loro comportamento.
Disporre di strumenti capaci di manipolare interi cromosomi permetterebbe ai ricercatori di riprodurre specifiche alterazioni e osservarne gli effetti.
L’interesse non riguarda soltanto la sequenza dei geni.
Come sottolineano Petris e colleghi, il comportamento del genoma dipende anche dal contesto della cromatina, dalle interazioni a lunga distanza, dai tempi di replicazione e dalla sua organizzazione tridimensionale.
L’ingegneria cromosomica potrebbe quindi diventare uno strumento per comprendere come questi livelli di organizzazione cambino con l’età.
Anche qui siamo però nel campo della ricerca biologica.
Parlare di sostituzione cromosomica come trattamento dell’invecchiamento sarebbe, allo stato attuale, molto prematuro.
Perché la medicina rigenerativa guarda all’ingegneria cromosomica?
La medicina rigenerativa cerca di riparare o sostituire cellule e tessuti danneggiati. Le cellule staminali rappresentano uno degli strumenti più promettenti per raggiungere questo obiettivo.
La possibilità di modificare geneticamente queste cellule prima del loro utilizzo amplia ulteriormente le prospettive.
Il progetto sul trapianto di cromosomi guarda in particolare a cellule staminali pluripotenti indotte e modelli come gli organoidi epatici.
Gli organoidi sono strutture tridimensionali coltivate in laboratorio che riproducono alcune caratteristiche fondamentali di un organo.
Possono servire per verificare se una correzione genetica rimanga stabile mentre le cellule si organizzano in strutture più complesse.
Il fegato rappresenta un ambito particolarmente interessante grazie alla sua capacità rigenerativa. Anche il sistema ematopoietico offre un modello rilevante, perché le cellule staminali del sangue possono dare origine continuamente a nuove popolazioni cellulari.
Prima di arrivare a una terapia, sarà però necessario dimostrare che le cellule ingegnerizzate mantengano identità, funzione e sicurezza dopo la manipolazione.
A che punto è realmente la ricerca?
Il trapianto di cromosomi è molto più vicino alla ricerca sperimentale che alla pratica clinica.
Questo è probabilmente il punto più importante per interpretare correttamente l’annuncio.
Il progetto finanziato dal Fondo italiano per la scienza punta proprio a sviluppare e validare tecnologie che possano rendere più affidabile la manipolazione cromosomica. Il finanziamento indicato negli atti del MUR è pari a 1.272.400 euro.
Parallelamente, il lavoro pubblicato su Trends in Genetics fotografa un settore nel quale trasferimento cromosomico, eliminazione mirata, assemblaggio di grandi molecole di DNA e biologia sintetica stanno progressivamente convergendo.
Gli autori parlano di un’ingegneria genomica su scala cromosomica sempre più praticabile come strumento sperimentale, ma sottolineano anche le barriere che impediscono ancora un utilizzo routinario.
La prospettiva terapeutica è quindi reale come obiettivo di ricerca, non come trattamento disponibile.
Prima di un eventuale impiego nell’uomo saranno necessari studi preclinici, verifiche di sicurezza, standard di produzione e sperimentazioni cliniche.
Perché questa ricerca rappresenta un salto di scala nella genetica?
Per decenni la genetica molecolare ha cercato di comprendere e modificare il genoma partendo dalle sue unità più piccole.
Il gene editing ha portato questa capacità a un livello di precisione straordinario. L’ingegneria cromosomica segue una direzione complementare: aumentare enormemente la quantità di informazione genetica che può essere manipolata in un unico processo.
Il trapianto di cromosomi rappresenta l’espressione più ambiziosa di questo cambiamento.
In prospettiva, una cellula con un cromosoma contenente numerosi difetti potrebbe non richiedere decine di interventi separati. L’intera struttura potrebbe essere sostituita con una controparte corretta o progettata.
Prima che questa idea diventi medicina, però, bisogna dimostrare che il cromosoma trasferito rimanga integro, stabile e funzionale senza produrre conseguenze indesiderate sul resto del genoma.
È precisamente su questa distanza tra possibilità biologica e applicazione terapeutica che si concentra la ricerca.
Se queste barriere verranno progressivamente superate, l’ingegneria genetica potrebbe acquisire una capacità nuova: non soltanto riscrivere alcune lettere del DNA, ma intervenire sull’architettura del genoma su una scala finora difficilmente controllabile.
Il risultato immediato non è quindi una nuova cura. È l’apertura di un nuovo livello dell’ingegneria genomica, dal quale potrebbero nascere strumenti per studiare malattie genetiche, tumori e processi dell’invecchiamento e, più avanti, nuove forme di terapia cellulare.
