In questa guida parliamo di Eternit, noto e incriminato materiale simbolo della tragedia dell’amianto. Infatti l’Eternit è forse la forma commerciale più conosciuta e diffusa, tuttoggi, dell’asbesto.
Che cos’è l’Eternit e perché ha segnato la storia dell’amianto
Indice dei contenuti
Per decenni il nome Eternit è stato utilizzato come sinonimo di cemento-amianto. In realtà, il termine identifica originariamente un marchio industriale e non un materiale. Con il tempo, però, la sua enorme diffusione ha fatto sì che il nome diventasse di uso comune per indicare le lastre ondulate, le tubazioni, le canne fumarie, le coperture e numerosi altri manufatti realizzati con una miscela di cemento e fibre di amianto.
L’Eternit ha rappresentato una delle innovazioni edilizie più importanti del Novecento. Il materiale era leggero, resistente agli agenti atmosferici, economico, facilmente lavorabile e praticamente incombustibile. Per queste caratteristiche è stato impiegato su larga scala nell’edilizia civile e industriale, nell’agricoltura, nelle infrastrutture pubbliche e perfino negli acquedotti (leggi tutto sul ruolo dell’amianto in edilizia).
Dietro questi vantaggi, tuttavia, si celava un rischio sanitario enorme. Quando il manufatto viene tagliato, perforato, demolito o si degrada naturalmente con il passare degli anni, libera nell’aria milioni di fibre microscopiche. Una volta inalate, queste fibre possono raggiungere gli alveoli polmonari e rimanere nell’organismo per decenni, provocando infiammazione cronica e gravi patologie, tra cui asbestosi, carcinoma polmonare, mesotelioma pleurico e altri tumori correlati all’amianto.
Proprio la diffusione dell’Eternit spiega perché, ancora oggi, l’amianto rappresenti uno dei più rilevanti problemi di sanità pubblica e di sicurezza sul lavoro. Gran parte degli edifici costruiti tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta contiene infatti manufatti in cemento-amianto che richiedono controlli periodici, manutenzione o bonifica.
Dall’invenzione del cemento-amianto alla diffusione mondiale
Il cemento-amianto nacque all’inizio del Novecento grazie all’intuizione dell’ingegnere austriaco Ludwig Hatschek, che brevettò un procedimento capace di unire cemento Portland e fibre di amianto. Il nuovo materiale risultava resistente, durevole e facilmente modellabile. Da qui derivò anche il nome commerciale “Eternit”, scelto per evocare l’idea di un prodotto destinato a durare “in eterno”.
Negli anni successivi la produzione si diffuse rapidamente in tutta Europa. Anche l’Italia divenne uno dei principali Paesi produttori grazie agli stabilimenti di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli. Migliaia di lavoratori operarono per decenni negli impianti produttivi, spesso senza adeguate misure di protezione. Allo stesso tempo, tonnellate di polveri contaminate si dispersero nell’ambiente circostante, coinvolgendo non soltanto gli operai, ma anche i loro familiari e l’intera popolazione residente.
Con il progredire delle conoscenze scientifiche emerse gradualmente la relazione tra esposizione alle fibre e sviluppo di gravi malattie respiratorie. Già dagli anni Sessanta numerosi studi internazionali avevano documentato il nesso causale tra amianto e mesotelioma. Nonostante ciò, la produzione proseguì ancora per molti anni.
In Italia il definitivo divieto di estrazione, produzione, commercializzazione e utilizzo dell’amianto arrivò soltanto con la legge n. 257 del 1992. Tuttavia, il bando non eliminò il problema. Milioni di metri quadrati di coperture in cemento-amianto continuarono infatti a rimanere installati sul territorio nazionale.
Il caso Eternit: una delle più grandi tragedie industriali italiane
Lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato è diventato il simbolo della più grave catastrofe sanitaria legata all’amianto nel nostro Paese. Per decenni la produzione ha determinato un’esposizione continua non solo dei lavoratori, ma anche dei cittadini.
Le fibre venivano disperse durante le lavorazioni industriali e trasportate dal vento nelle aree circostanti. Inoltre, gli scarti di produzione erano spesso distribuiti gratuitamente ai residenti per essere utilizzati come materiale di riempimento di cortili, strade e giardini. Questa pratica ha favorito una vasta contaminazione ambientale.
La conseguenza è stata un numero impressionante di casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto-correlate. Ancora oggi Casale Monferrato registra un’incidenza di mesotelioma tra le più elevate al mondo. Molte vittime non hanno mai lavorato nello stabilimento. Alcune sono state esposte semplicemente vivendo nelle vicinanze, altre attraverso i familiari che riportavano a casa gli abiti contaminati dalle fibre di amianto.
Il caso Eternit ha quindi modificato profondamente anche il modo di interpretare il rischio professionale. La comunità scientifica e la giurisprudenza hanno progressivamente riconosciuto che l’amianto non produce effetti soltanto sui lavoratori direttamente esposti, ma può colpire anche soggetti esposti in ambito domestico o ambientale.
Il lungo percorso giudiziario del processo Eternit
Il processo Eternit rappresenta uno dei procedimenti penali più complessi della storia giudiziaria italiana. L’inchiesta, coordinata inizialmente dal pubblico ministero Raffaele Guariniello, ha segnato un passaggio fondamentale nella tutela delle vittime dell’amianto.
Il primo grande processo si concluse nel 2012 con la condanna in primo grado degli ex vertici della multinazionale Eternit per il reato di disastro ambientale doloso permanente. Successivamente la Corte d’Appello aumentò la pena.
Nel 2014, però, la Corte di Cassazione dichiarò il reato prescritto, annullando senza rinvio le condanne. La decisione suscitò un forte dibattito pubblico. La Suprema Corte non negò la gravità della tragedia sanitaria, ma ritenne ormai decorso il termine di prescrizione del reato contestato.
Quella pronuncia non pose comunque fine all’azione giudiziaria. La Procura decise infatti di avviare nuovi procedimenti, contestando non più il disastro ambientale, bensì singoli episodi di omicidio volontario o, successivamente, di omicidio colposo aggravato in relazione alle singole vittime. Nacque così il cosiddetto processo Eternit bis, costruito sulla diversa qualificazione giuridica dei fatti.
Eternit bis e le più recenti vicende processuali
Il processo Eternit bis ha avuto un iter particolarmente complesso, caratterizzato da numerose riduzioni del numero dei casi contestati a causa di prescrizioni, assoluzioni e differenti qualificazioni giuridiche intervenute nei vari gradi di giudizio.
Nel 2025 la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha condannato Stephan Schmidheiny a 9 anni e 6 mesi di reclusione per 91 casi di omicidio colposo aggravato relativi alle morti provocate dall’esposizione all’amianto nell’area di Casale Monferrato. Il procedimento riguardava inizialmente un numero molto più elevato di vittime, progressivamente ridotto nel corso del processo.
Nel febbraio 2026 la Corte di Cassazione non è entrata nel merito della responsabilità dell’imputato. Ha invece annullato la sentenza di appello per una questione esclusivamente processuale. I giudici hanno ritenuto leso il diritto di difesa poiché la sentenza non era stata tradotta in una lingua comprensibile all’imputato, come richiesto dalla normativa processuale. Gli atti sono quindi stati rinviati affinché venisse eseguita la traduzione del provvedimento.
Dopo la traduzione in lingua tedesca, la difesa ha presentato un nuovo ricorso. La Corte di Cassazione ha fissato una nuova udienza per il 10 novembre 2026, nella quale sarà chiamata a pronunciarsi nuovamente sul ricorso. Questo ulteriore allungamento dei tempi processuali ha riacceso il timore di nuove prescrizioni e ha suscitato forte preoccupazione tra le associazioni delle vittime, che da decenni attendono una definizione definitiva del procedimento.
Il valore giuridico del caso Eternit
Al di là dell’esito dei singoli procedimenti, il caso Eternit ha inciso profondamente sull’evoluzione del diritto italiano della sicurezza sul lavoro.
Le numerose sentenze pronunciate nel corso degli anni hanno consolidato alcuni principi oggi considerati fondamentali. Tra questi assumono particolare rilievo il dovere del datore di lavoro di adottare tutte le migliori conoscenze tecnico-scientifiche disponibili, l’obbligo di prevenire i rischi anche quando la normativa dell’epoca risultava meno dettagliata e la centralità del principio di massima tutela della salute sancito dall’articolo 2087 del codice civile.
La vicenda ha inoltre evidenziato la particolare difficoltà di accertare responsabilità penali in presenza di malattie caratterizzate da tempi di latenza estremamente lunghi. Il mesotelioma può infatti manifestarsi anche quarant’anni o cinquant’anni dopo la prima esposizione. Questo elemento rende particolarmente complessa la ricostruzione del nesso causale e pone delicati problemi in materia di prescrizione dei reati.
Parallelamente, la giurisprudenza civile ha progressivamente ampliato le possibilità di ottenere il risarcimento dei danni, riconoscendo tutela non solo ai lavoratori direttamente esposti, ma anche ai familiari e ai soggetti colpiti da esposizione ambientale quando venga dimostrato il rapporto causale con la contaminazione.
L’eredità del caso Eternit nella normativa attuale
La tragedia Eternit ha contribuito in modo determinante all’evoluzione della legislazione italiana sull’amianto. Molte delle misure oggi previste dal D.Lgs. 81/2008 e, più recentemente, dal D.Lgs. 213/2025 trovano origine proprio nell’esperienza maturata attraverso decenni di studi epidemiologici e vicende giudiziarie.
L’attuale sistema di prevenzione impone una rigorosa valutazione del rischio, specifici piani di lavoro per le bonifiche, una formazione specialistica degli operatori, l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale adeguati e controlli ambientali sempre più accurati. La riduzione del valore limite di esposizione professionale introdotta dal D.Lgs. 213/2025 rappresenta un ulteriore passo verso una tutela più efficace dei lavoratori.
L’insegnamento più importante lasciato dal caso Eternit è però di carattere culturale. La prevenzione non può limitarsi al rispetto formale delle norme. Deve fondarsi sull’anticipazione del rischio, sull’aggiornamento continuo delle conoscenze scientifiche e sull’applicazione del principio di precauzione. Solo un sistema capace di intervenire prima che il danno si manifesti può evitare il ripetersi di tragedie che, come quella dell’amianto, continuano ancora oggi a produrre nuove vittime molti decenni dopo la cessazione delle esposizioni.
Di seguito trovi alcuni paragrafi che puoi inserire nel capitolo. Ho mantenuto lo stesso stile del manuale: paragrafi sotto le 300 parole, linguaggio tecnico ma leggibile e frasi brevi.
Come veniva utilizzato l’Eternit
Il successo dell’Eternit è dipeso soprattutto dalla sua straordinaria versatilità. La miscela di cemento e fibre di amianto permetteva di ottenere manufatti economici, resistenti al fuoco, durevoli e poco soggetti alla corrosione. Inoltre, il materiale offriva un buon isolamento termico e acustico, richiedeva una manutenzione limitata e poteva essere facilmente modellato in forme diverse.
Per queste caratteristiche il cemento-amianto è stato impiegato praticamente in ogni settore dell’edilizia. Le applicazioni più diffuse comprendevano le coperture ondulate di capannoni industriali, fabbricati agricoli e abitazioni, ma anche tubazioni per acquedotti e fognature, canne fumarie, serbatoi per l’acqua, pannelli prefabbricati, controsoffitti, pavimentazioni, condotte di ventilazione e rivestimenti antincendio. L’amianto era presente anche nei freni e nelle frizioni dei veicoli, nelle guarnizioni industriali, nei materiali isolanti degli impianti termici e nelle coibentazioni navali e ferroviarie.
La diffusione fu talmente ampia che ancora oggi una parte consistente del patrimonio edilizio italiano costruito prima del 1992 contiene manufatti in cemento-amianto. Nella maggior parte dei casi il materiale non rappresenta un pericolo immediato quando è integro e correttamente mantenuto. Il rischio aumenta invece quando i manufatti si deteriorano oppure vengono perforati, tagliati, levigati o demoliti, liberando nell’aria fibre respirabili.
La produzione italiana di Eternit e l’eredità lasciata sul territorio
L’Italia è stata uno dei principali produttori europei di manufatti in cemento-amianto. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta gli stabilimenti Eternit hanno realizzato milioni di tonnellate di prodotti destinati sia al mercato nazionale sia all’esportazione. Complessivamente si stima che nel nostro Paese siano state utilizzate oltre 3,5 milioni di tonnellate di fibre di amianto, impiegate per produrre circa 30-40 milioni di tonnellate di manufatti in cemento-amianto. Questi numeri spiegano perché il problema della bonifica sia ancora oggi così esteso.
Gli stabilimenti più importanti erano quelli di Casale Monferrato, Bagnoli, Rubiera e Cavagnolo, ai quali si affiancavano numerose altre aziende che utilizzavano amianto in vari cicli produttivi. Attorno a questi poli industriali si sono registrati, negli anni successivi, migliaia di casi di mesotelioma, tumore del polmone, asbestosi e altre patologie asbesto-correlate.
Il lascito dell’industria del cemento-amianto non riguarda soltanto gli edifici ancora da bonificare. Interessa anche la contaminazione ambientale prodotta in decenni di attività industriale e le conseguenze sanitarie che continuano a manifestarsi a causa della lunghissima latenza delle malattie provocate dall’inalazione delle fibre.
Il caso di Bagnoli: quando l’inquinamento coinvolge un intero territorio
Tra le vicende più drammatiche della storia industriale italiana figura quella dello stabilimento Eternit di Bagnoli, inaugurato nel 1939 e rimasto operativo fino al 1985. L’impianto sorgeva in un’area densamente abitata della periferia occidentale di Napoli, a poca distanza dalle abitazioni, dalle scuole e dal litorale.
Per decenni migliaia di lavoratori hanno manipolato quotidianamente enormi quantità di amianto. Le polveri prodotte durante la lavorazione si diffondevano non solo all’interno dello stabilimento, ma anche nell’ambiente circostante. Una parte degli scarti industriali veniva inoltre utilizzata come materiale di riempimento in strade, cortili e terreni, contribuendo ad ampliare la contaminazione.
Gli studi epidemiologici hanno documentato un aumento significativo dei casi di mesotelioma non soltanto tra gli ex dipendenti, ma anche tra i residenti del quartiere e tra persone che non avevano mai svolto attività lavorative nello stabilimento. Bagnoli è così diventata uno dei principali esempi italiani di esposizione ambientale all’amianto, dimostrando come la dispersione delle fibre possa coinvolgere un’intera comunità.
Le operazioni di bonifica dell’area hanno richiesto decenni e, ancora oggi, il sito rappresenta uno dei più complessi interventi di risanamento ambientale del Paese.
L’Eternit è ancora utilizzato nel mondo?
Nonostante il consenso scientifico sulla cancerogenicità di tutte le forme di amianto, il suo utilizzo non è completamente scomparso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che oltre 50 Paesi hanno vietato l’amianto, ma numerosi altri continuano a estrarlo, commercializzarlo o impiegarlo soprattutto nella produzione di lastre e tubazioni in cemento-amianto.
Tra i principali utilizzatori figurano ancora Russia, Cina, India, Kazakhstan e Indonesia, dove il crisotilo continua a essere impiegato soprattutto nel settore edilizio. La domanda mondiale rimane elevata, in particolare nei Paesi in rapida urbanizzazione, nei quali il cemento-amianto è considerato un materiale economico per coperture e infrastrutture idriche. Secondo le stime dello United States Geological Survey, nel 2025 il consumo globale di fibre di amianto era ancora prossimo a un milione di tonnellate all’anno.
Negli ultimi anni si sono però registrati importanti cambiamenti. Il Brasile, per lungo tempo uno dei maggiori produttori mondiali, ha progressivamente introdotto il divieto dopo le decisioni della Corte Suprema, pur rimanendo coinvolto in alcune controversie relative all’esportazione. Anche gli Stati Uniti, che per decenni avevano mantenuto solo limitazioni parziali, hanno avviato una svolta significativa con il bando federale del crisotilo adottato dall’EPA nel 2024 e destinato a entrare in vigore in modo progressivo.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a sostenere che l’unica strategia realmente efficace per eliminare le malattie asbesto-correlate consiste nel cessare completamente l’utilizzo di tutte le forme di amianto, sostituendole con materiali alternativi più sicuri.
Gli effetti dell’amianto sulla salute: un cancerogeno senza soglia di sicurezza
L’amianto è classificato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come cancerogeno certo per l’uomo. Tutte le varietà di amianto, compreso il crisotilo, sono in grado di provocare tumori e altre gravi patologie respiratorie. La caratteristica più insidiosa consiste nella capacità delle fibre di raggiungere gli alveoli polmonari e le membrane sierose, dove possono permanere per decenni senza essere eliminate efficacemente dall’organismo.
L’inalazione delle fibre innesca una risposta infiammatoria cronica. I macrofagi tentano di fagocitare le fibre, ma non riescono a distruggerle. Questo fenomeno determina il rilascio continuo di citochine infiammatorie, radicali liberi dell’ossigeno e fattori di crescita che favoriscono la fibrosi dei tessuti e l’accumulo di danni genetici nelle cellule. Con il passare degli anni tali alterazioni possono trasformarsi in lesioni precancerose e successivamente in tumori maligni.
Le malattie amianto: quali sono?
La malattia simbolo dell’esposizione all’amianto è il mesotelioma maligno, una neoplasia aggressiva che interessa soprattutto la pleura, ma può svilupparsi anche nel peritoneo, nel pericardio e nella tunica vaginale del testicolo. Il mesotelioma presenta una latenza estremamente lunga, spesso compresa tra 30 e 50 anni, ed è caratterizzato da una prognosi generalmente sfavorevole.
L’amianto aumenta inoltre il rischio di carcinoma del polmone, il cui sviluppo è ulteriormente favorito dal fumo di sigaretta attraverso un noto effetto sinergico. L’esposizione è associata anche a tumori della laringe e dell’ovaio e, secondo numerosi studi, può contribuire allo sviluppo di altre neoplasie dell’apparato digerente, pur con livelli di evidenza differenti.
Accanto alle patologie oncologiche esistono numerose malattie non tumorali. La più nota è l’asbestosi, una fibrosi polmonare progressiva causata dall’accumulo delle fibre nel parenchima polmonare. La malattia provoca riduzione della capacità respiratoria, tosse persistente, dispnea e insufficienza respiratoria nei casi più avanzati. L’esposizione può inoltre determinare ispessimenti pleurici diffusi, placche pleuriche, versamenti pleurici benigni e altre alterazioni che, pur non essendo sempre tumorali, rappresentano importanti indicatori di pregressa esposizione.
Un aspetto fondamentale riguarda l’assenza di una soglia di sicurezza assoluta. Le attuali conoscenze scientifiche indicano che anche esposizioni relativamente basse possono aumentare il rischio di malattia, soprattutto quando interessano periodi prolungati. Proprio questa consapevolezza ha portato l’Unione europea e il legislatore italiano ad abbassare ulteriormente il valore limite di esposizione professionale con il D.Lgs. 213/2025 e a rafforzare tutte le misure di prevenzione nei luoghi di lavoro.
Malattie da amianto: capacità cancerogena asbesto
La letteratura scientifica ha ormai accertato l’azione lesiva per la salute umana dell’eternit. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha infatti precisato nella sua monografia:
“There is sufficient evidence in humans for the carcinogenicity of all forms of asbestos (chrysotile, crocidolite, amosite, tremolite, actinolite, and anthophyllite). Asbestos causes mesothelioma and cancer of the lung, larynx, and ovary. Also positive associations have been observed between exposure to all forms of asbestos and cancer of the pharynx, stomach, and colorectum”.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che le fibre di asbesto causano queste patologie fibrotiche della pleura e dei polmoni, e patologie oncologiche delle sierose.
Inoltre nella sua relazione ‘Asbestos’ (27 settembre 2024) l’OMS ha stimato, che le esposizioni professionali ad asbesto causano ogni anno oltre 200.000 decessi solo per asbestosi, mesotelioma e tumore dei polmoni, e un milione e mezzo di malati. La stima è per difetto perché non tiene conto di tutte le altre patologie e di quelle ambientali.
