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LISTE D’ATTESA IN SANITÀ: NEI PRIMI CINQUE MESI DEL 2026 SOLTANTO DUE REGIONI HANNO RAGGIUNTO LA SOGLIA DI GARANZIA PER TUTTE LE PRINCIPALI CLASSI DI PRIORITÀ DELLE PRIME VISITE. ANCHE PER GLI ESAMI DIAGNOSTICI LE REGIONI PIENAMENTE ADEMPIENTI SONO APPENA DUE. IL MONITORAGGIO RIGUARDA PERÒ SOLO 55 PRESTAZIONI AMBULATORIALI SU OLTRE DUEMILA INCLUSE NEI LEA, QUINDI OFFRE UNA FOTOGRAFIA IMPORTANTE MA ANCORA PARZIALE.

A due anni dall’approvazione delle misure nazionali contro le liste d’attesa, il diritto a ricevere visite ed esami nei tempi prescritti resta molto diseguale. I dati relativi al periodo tra gennaio e maggio 2026 mostrano alcuni miglioramenti rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la maggior parte delle Regioni non raggiunge ancora gli standard fissati dal sistema sanitario.

L’analisi dell’Osservatorio di Salutequità, elaborata sui dati della Piattaforma nazionale gestita da Agenas, indica che soltanto Basilicata e Marche rispettano la soglia prevista per le prime visite. Per gli esami diagnostici, invece, risultano pienamente adempienti Basilicata e Veneto.

Il quadro è ancora più complesso perché la piattaforma osserva soltanto una parte ridotta delle prestazioni del Servizio sanitario nazionale. Inoltre, le differenze nelle modalità di prescrizione e nell’attribuzione delle priorità possono influenzare i confronti territoriali.

Che cosa prevede la legge sulle liste d’attesa

Nel 2024 il Governo ha adottato un decreto-legge con misure urgenti per ridurre i tempi di accesso alle prestazioni sanitarie. Il provvedimento è stato poi convertito nella legge 29 luglio 2024, n. 107.

Tra le principali novità figura l’istituzione della Piattaforma nazionale delle liste di attesa. Lo strumento deve raccogliere e confrontare i dati provenienti dai sistemi regionali. Inoltre, deve sostenere le attività di programmazione, monitoraggio e controllo.

Le linee guida tecniche per il funzionamento della piattaforma sono state adottate con un decreto del Ministero della Salute del 17 febbraio 2025. Il testo disciplina anche l’interoperabilità con le infrastrutture regionali.

Agenas ha presentato una nuova versione della piattaforma nel maggio 2026. Secondo l’Agenzia, il sistema rappresenta uno strumento nazionale a supporto delle Regioni e dei cittadini. Consente infatti di osservare prenotazioni, tempi e classi di priorità attraverso un unico ambiente informativo.

La disponibilità dei dati non risolve però automaticamente le attese. La piattaforma può rendere visibili le criticità, ma servono interventi su personale, organizzazione, appropriatezza prescrittiva e capacità produttiva.

Liste d’attesa: quali sono i tempi massimi per visite ed esami

Il medico deve indicare sulla ricetta una classe di priorità coerente con le condizioni cliniche della persona.

La classe U, urgente, prevede normalmente l’erogazione entro 72 ore. La classe B, breve, richiede una risposta entro dieci giorni.

Per le prime visite, la classe D indica generalmente un tempo massimo di 30 giorni. Per gli accertamenti diagnostici la stessa classe può arrivare a 60 giorni. La classe P, programmata, prevede invece un tempo più ampio, normalmente entro 120 giorni.

Questi tempi non indicano una semplice preferenza del paziente. Esprimono una valutazione clinica sulla rapidità con cui la prestazione dovrebbe essere garantita.

Il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa stabilisce inoltre che le Regioni debbano rispettare i tempi massimi in almeno il 90% delle prenotazioni monitorate. La soglia riguarda le classi B e D ed è stata estesa anche alla classe P.

Nel periodo analizzato, il riferimento era il PNGLA 2019-2021. Secondo Salutequità, la soglia del 90% è stata confermata anche nel nuovo Piano nazionale 2026-2028. (salutequita.it)

Liste d’attesa: perché il 90% è la soglia decisiva

Una Regione non viene considerata pienamente adempiente perché garantisce alcune prestazioni nei tempi corretti.

Per superare il monitoraggio deve rispettare il limite previsto in almeno nove prenotazioni su dieci. Inoltre, deve raggiungere il risultato nelle diverse classi considerate.

Questo criterio evita che una buona media generale nasconda forti ritardi in una classe specifica. Per esempio, una Regione potrebbe garantire quasi tutte le prestazioni programmate, ma accumulare ritardi nelle richieste brevi.

La soglia non coincide comunque con una garanzia assoluta per ogni singolo cittadino. Anche in una Regione adempiente resta possibile che alcune persone attendano più del previsto.

Allo stesso modo, una Regione sotto il 90% può comunque rispettare i tempi per una parte ampia delle richieste. Il dato misura quindi la capacità complessiva del sistema, non la storia individuale di ogni prenotazione.

Questa distinzione è importante per interpretare correttamente le classifiche. Parlare di Regione promossa o bocciata rende il risultato immediato, ma rischia di semplificare una realtà molto più articolata.

Liste d’attesa: quali Regioni rispettano i tempi per le prime visite

Tra gennaio e maggio 2026, soltanto Basilicata e Marche hanno rispettato la soglia del 90% per le classi B, D e P delle prime visite.

Nel caso della Basilicata, tuttavia, non risultava disponibile il dato relativo alla classe U. Questa assenza limita la valutazione complessiva delle prestazioni più urgenti.

Il Veneto ha raggiunto il target nelle classi B e P. È rimasto invece leggermente sotto la soglia per la classe D.

Il Lazio si è avvicinato al 90% nelle classi B e D, senza raggiungerlo. Ha invece superato pienamente il valore richiesto per le prestazioni programmate.

Le situazioni più critiche riguardano, secondo l’analisi, Puglia, Provincia autonoma di Trento, Umbria, Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo. In questi territori la distanza dalla soglia risulta più marcata.

Il risultato mostra quanto sia difficile trasformare una prescrizione clinica in un appuntamento tempestivo. Inoltre, evidenzia differenze territoriali che incidono concretamente sul diritto alla cura.

Quali Regioni rispettano i tempi per gli esami diagnostici

Per gli esami diagnostici, le Regioni pienamente adempienti sono Basilicata e Veneto.

Anche in questo caso, per la Basilicata manca il dato relativo alle richieste urgenti. La Regione raggiunge comunque la soglia nelle classi B, D e P considerate dall’analisi.

Tra i territori più lontani dagli obiettivi figurano Umbria, Sicilia, Puglia, Provincia autonoma di Trento, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo.

Gli esami diagnostici rappresentano un passaggio decisivo per molte patologie. Un ritardo può rinviare la diagnosi, l’inizio della terapia oppure il controllo di una malattia già conosciuta.

Tuttavia, non tutti gli accertamenti hanno la stessa urgenza. Per questo la corretta attribuzione della classe di priorità resta fondamentale.

Un sistema efficiente deve garantire rapidamente le richieste più urgenti. Allo stesso tempo, deve evitare che l’uso improprio dei codici più rapidi sottragga spazio ai pazienti con un bisogno reale.

Liste d’attesa: in quali specialità i tempi vengono rispettati di più

L’oncologia è l’unico ambito che supera ampiamente la soglia nazionale. La quota media di rispetto dei tempi raggiunge il 95,9%.

Questo risultato riflette probabilmente la presenza di percorsi organizzati e reti dedicate. Nelle patologie oncologiche, infatti, la tempestività della diagnosi e dell’avvio delle cure è considerata una priorità clinica.

La situazione appare molto meno favorevole in altre specialità. Dermatologia e allergologia si fermano al 61,8%.

Per l’oculistica il valore nazionale è del 66,6%. L’urologia raggiunge invece il 68,7%.

Ciò significa che, in questi settori, circa una prenotazione su tre o anche più può superare il tempo massimo assegnato.

Il dato medio nazionale non mostra però tutte le differenze locali. In una stessa specialità possono esserci Regioni, aziende sanitarie e distretti con risultati molto diversi.

Liste d’attesa: che cosa significa il dato dell’11,64% dei cittadini

Salutequità stima che soltanto 6.862.469 cittadini, pari all’11,64% della popolazione italiana, vivano in Regioni pienamente adempienti sui tempi analizzati.

Il numero deve però essere letto con attenzione. Non significa che soltanto l’11,64% delle singole persone che hanno prenotato una visita sia stato assistito in tempo.

La percentuale deriva dalla popolazione residente nei territori che raggiungono tutte le soglie considerate. È quindi un indicatore territoriale, non il conteggio diretto degli utenti soddisfatti.

Una persona che vive in una Regione non adempiente potrebbe aver ricevuto la propria prestazione nei tempi. Al contrario, un cittadino residente in una Regione adempiente potrebbe aver incontrato un ritardo.

Il dato conserva comunque un forte valore politico. Mostra che una quota molto ridotta della popolazione vive in territori capaci di rispettare simultaneamente tutti gli standard osservati. (salutequita.it)

Perché la Piattaforma fotografa solo una parte delle prestazioni

Uno dei principali limiti riguarda il numero di visite ed esami sottoposti a monitoraggio.

Secondo l’analisi di Salutequità, la Piattaforma nazionale considera 55 prestazioni di specialistica ambulatoriale. Il complesso delle prestazioni previste nei Livelli essenziali di assistenza ne comprende invece 2.108.

Il sistema osserva quindi il 2,61% del totale.

Questo non rende inutili i risultati. Le 55 prestazioni selezionate possono infatti rappresentare attività frequenti o particolarmente rilevanti.

Tuttavia, una Regione che rispetta i tempi per quel gruppo non dimostra automaticamente di garantire tutte le altre cure nei termini corretti.

Restano fuori dalla fotografia molti accertamenti, visite, controlli e percorsi assistenziali. Inoltre, il monitoraggio descritto riguarda soprattutto le prime visite e le prestazioni strumentali.

Per valutare pienamente il diritto all’accesso servirebbe una copertura più ampia. Sarebbe necessario includere anche controlli successivi, percorsi complessi e altre attività previste dai Lea.

Perché la distribuzione delle classi di priorità può cambiare i risultati

Un’altra criticità riguarda il modo in cui le prenotazioni vengono distribuite tra le classi U, B, D e P.

La Basilicata, per esempio, raggiunge la soglia nelle categorie monitorate. Tuttavia, l’85% delle sue prenotazioni risulta collocato nella classe P.

La quota è molto più alta rispetto all’8,8% dell’Emilia-Romagna e al 7,8% della Toscana, secondo i dati richiamati da Salutequità.

La classe P concede fino a 120 giorni. Una prevalenza così elevata può quindi rendere più semplice il rispetto formale dei termini.

Il confronto non prova automaticamente che le prescrizioni siano inappropriate. Le differenze potrebbero dipendere dalla popolazione, dalle modalità organizzative e dal tipo di prestazioni osservate.

Tuttavia, il dato indica che le percentuali di adempienza non dovrebbero essere lette senza considerare la composizione delle prenotazioni.

Un sistema trasparente dovrebbe mostrare non solo quanti appuntamenti rispettano il termine. Dovrebbe anche spiegare come vengono assegnate le priorità e quali verifiche vengono svolte sull’appropriatezza.

Quali sono i vantaggi della Piattaforma nazionale

Prima della creazione della piattaforma, i dati sulle liste d’attesa erano spesso dispersi tra sistemi regionali e aziende sanitarie.

Il nuovo strumento permette di raccogliere informazioni con criteri più uniformi. Inoltre, rende possibile confrontare i territori e individuare le aree con maggiore difficoltà.

La piattaforma può aiutare le Regioni a programmare l’offerta. Può mostrare dove servono più ore di attività, personale aggiuntivo oppure una diversa distribuzione degli appuntamenti.

Consente anche di analizzare la quota di prime disponibilità accettate o rifiutate. Questo elemento aiuta a distinguere la mancanza di offerta dalle preferenze individuali dell’assistito.

Agenas presenta la piattaforma come un passo avanti per il monitoraggio, la trasparenza e il governo delle attese.

Il suo valore dipenderà però dalla qualità dei dati. Aggiornamenti frequenti, definizioni omogenee e controlli sull’affidabilità sono condizioni essenziali.

Perché servono dati più aggiornati e facilmente leggibili

L’analisi pubblicata a luglio 2026 utilizza dati fermi a maggio. Il ritardo non è enorme, ma limita la capacità di intervenire rapidamente.

Le liste d’attesa possono cambiare in poche settimane. Ferie, carenze improvvise di personale o aperture straordinarie modificano infatti la disponibilità.

Un sistema aggiornato quasi in tempo reale permetterebbe alle direzioni sanitarie di individuare prima i problemi. Inoltre, aiuterebbe i cittadini a conoscere la situazione effettiva.

Salutequità segnala anche la mancanza di una sezione capace di mostrare subito quali Regioni superano la soglia del 90%.

I dati esistono, ma richiedono ancora una lettura tecnica. Il cittadino dovrebbe invece poter comprendere facilmente se il proprio territorio rispetta i tempi.

La trasparenza non consiste soltanto nel pubblicare grandi quantità di numeri. Richiede indicatori chiari, confrontabili e accompagnati da spiegazioni accessibili.

Liste d’attesa: che cosa sono i percorsi di tutela

Quando il Servizio sanitario non riesce a offrire una prestazione nei tempi previsti, il cittadino non dovrebbe essere lasciato senza soluzione.

Le Regioni e le aziende sanitarie devono prevedere percorsi di tutela. Questi meccanismi possono consentire di cercare la prestazione in un’altra struttura pubblica o accreditata.

In determinate condizioni, la prestazione può essere erogata anche attraverso l’attività libero-professionale intramuraria. Il cittadino non dovrebbe sostenere il costo pieno del servizio, ma seguire le modalità previste dal proprio sistema regionale.

Le procedure non sono però identiche in tutta Italia. Alcune Regioni richiedono una richiesta scritta, altre prevedono moduli, numeri dedicati o contatti con il responsabile unico aziendale.

Proprio questa frammentazione rende essenziale consultare il sito della propria azienda sanitaria. Occorre cercare le sezioni dedicate a “liste d’attesa”, “percorso di tutela” o “garanzia dei tempi”.

Secondo Salutequità, la piattaforma nazionale non mostra ancora in modo chiaro quanti percorsi siano stati attivati e quali risultati abbiano prodotto.

Che cosa può fare il cittadino quando l’appuntamento è troppo lontano

Il primo passo consiste nel controllare la ricetta. Devono essere presenti la classe di priorità, il quesito diagnostico e l’indicazione di prima visita o controllo.

Successivamente, è utile chiedere al Centro unico di prenotazione la prima disponibilità nell’intero ambito territoriale previsto. Limitare la ricerca a una sola struttura può ridurre le possibilità.

Se il termine massimo non viene rispettato, conviene chiedere espressamente l’attivazione del percorso di tutela. La richiesta dovrebbe essere tracciabile.

È prudente conservare il numero della prenotazione, la data del contatto e l’eventuale risposta scritta. Anche una schermata del portale può risultare utile.

In caso di mancata soluzione, il cittadino può rivolgersi all’Urp dell’azienda sanitaria o agli organismi regionali competenti.

Non è invece consigliabile prenotare subito privatamente e chiedere il rimborso in un secondo momento. Le regole regionali possono richiedere un’autorizzazione preventiva.

Liste d’attesa: perché non basta aumentare le prestazioni

Aprire ambulatori la sera o nel fine settimana può ridurre alcune attese. Tuttavia, il problema non dipende soltanto dal numero di appuntamenti.

Servono medici, infermieri, tecnici e personale amministrativo. Senza organici adeguati, l’aumento temporaneo dell’offerta rischia di non essere sostenibile.

Conta anche l’appropriatezza prescrittiva. Esami inutili o ripetuti sottraggono spazio alle richieste davvero necessarie.

Un altro nodo riguarda le mancate presentazioni. Quando il cittadino non disdice un appuntamento, quella disponibilità resta inutilizzata.

Sono poi necessari sistemi di prenotazione integrati. Agende separate tra ospedali, distretti e strutture convenzionate impediscono spesso di usare tutta la capacità disponibile.

Infine, bisogna organizzare meglio i controlli. Un paziente già inserito in un percorso non dovrebbe tornare ogni volta al Cup per trovare autonomamente l’appuntamento successivo.

Quali interventi potrebbero migliorare il sistema

La prima priorità è ampliare il numero delle prestazioni monitorate. Una copertura del 2,61% non basta per valutare l’intero accesso ai Lea.

Inoltre, i dati dovrebbero confluire in modo più incisivo nel Nuovo Sistema di Garanzia. Questo strumento valuta la capacità regionale di assicurare i livelli essenziali di assistenza.

Secondo Salutequità, il sistema dispone ancora di un solo indicatore centrale dedicato alle liste d’attesa. Una batteria più ampia permetterebbe controlli più efficaci.

Servirebbe anche una sezione nazionale sui percorsi di tutela. Dovrebbe indicare quante richieste vengono presentate, quante sono accolte e in quanto tempo.

Un altro elemento riguarda gli ambiti territoriali di garanzia. Il cittadino deve sapere entro quale distanza può essergli proposta una struttura alternativa.

Infine, occorre migliorare la comprensibilità delle informazioni. Tempi, diritti e doveri dovrebbero essere spiegati nello stesso modo in tutte le Regioni.

Perché le differenze regionali mettono in discussione l’equità

Il Servizio sanitario nazionale nasce sul principio dell’universalità. In teoria, il diritto alla cura non dovrebbe dipendere dal luogo di residenza.

I dati del 2026 mostrano invece un sistema molto differenziato. La possibilità di ottenere una visita nei tempi corretti cambia da una Regione all’altra.

Questa variabilità pesa soprattutto sulle persone con minori risorse economiche. Chi può permetterselo ricorre più facilmente al privato. Chi non può pagare rischia di rinviare la prestazione.

Il ritardo può aggravare una patologia oppure aumentare l’ansia. Inoltre, può spingere il cittadino verso il pronto soccorso, anche quando non sarebbe il luogo appropriato.

Le liste d’attesa diventano quindi una questione di equità sociale. Non rappresentano soltanto un problema amministrativo.

La piattaforma nazionale offre finalmente una base comune per misurare queste distanze. Tuttavia, i numeri dovranno tradursi in responsabilità chiare e interventi verificabili.

Due anni dopo la legge, il monitoraggio c’è ma la garanzia resta incompleta

La riforma del 2024 ha costruito un’infrastruttura nazionale che prima mancava. La Piattaforma Agenas rende visibili fenomeni che per anni sono rimasti frammentati.

I dati dei primi cinque mesi del 2026 mostrano però che il percorso è ancora lontano dalla conclusione. Soltanto due Regioni raggiungono pienamente i target per le prime visite. Lo stesso numero vale per gli esami diagnostici.

Inoltre, il monitoraggio riguarda una quota minima delle prestazioni incluse nei Lea. Le classifiche descrivono quindi una parte del problema, non l’intero sistema.

Il passaggio successivo dovrà riguardare qualità, tempestività e trasparenza dei dati. Dovrà inoltre rendere i percorsi di tutela realmente accessibili.

Una legge può fissare tempi e strumenti. Tuttavia, il diritto alla cura diventa concreto solo quando il cittadino riceve la prestazione clinicamente necessaria senza dover scegliere tra un’attesa eccessiva e una spesa privata.