Le aggressioni contro gli operatori sanitari, e in particolare contro gli infermieri, non possono più essere lette come episodi isolati o imprevedibili. Nel tempo sono diventate un fenomeno strutturale, concentrato soprattutto nei Pronto soccorso, tanto da configurarsi come un vero e proprio rischio professionale, con ricadute sanitarie, giuridiche ed economiche che il sistema fatica ancora a governare in modo organico.
Chi lavora in emergenza non affronta solo carichi clinici complessi, ma anche un’esposizione quotidiana alla violenza verbale e fisica, che si intreccia con stress cronico, burnout, infortuni e malattie professionali. In questo scenario, la tutela non può limitarsi alla dimensione organizzativa, ma deve includere una protezione giuridica effettiva per il singolo professionista.
Aggressioni in Pronto Soccorso: un fenomeno misurabile, ma ampiamente sottostimato
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I dati disponibili raccontano una realtà che emerge solo in parte dalle statistiche ufficiali. Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie, gli infermieri sono tra i lavoratori più esposti ad aggressioni sul luogo di lavoro. La FNOPI ha evidenziato che nel 2023 oltre il 40% degli infermieri ha subito almeno un episodio di violenza, con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti.
Ancora più indicativo è il numero medio di aggressioni: tra chi ne è vittima, gli episodi superano spesso le dieci all’anno. Numeri che non trovano piena corrispondenza nei dati dell’INAIL, perché molte aggressioni non vengono denunciate come infortunio sul lavoro. La violenza, soprattutto quella verbale o “a bassa intensità”, viene spesso interiorizzata come parte del mestiere, alimentando una pericolosa normalizzazione del rischio.
Il Pronto soccorso come epicentro del rischio
Il Pronto soccorso è l’ambiente in cui le aggressioni si concentrano con maggiore intensità. Non solo per la gravità clinica dei casi trattati, ma per il ruolo improprio che questa struttura assume nel sistema sanitario. È spesso il luogo in cui confluiscono bisogni sociali, psicologici e assistenziali che il territorio non riesce a intercettare.
Attese prolungate, incomprensione dei codici di priorità, condizioni di alterazione da alcol o sostanze e un elevato carico emotivo creano un contesto ad alto rischio. In questo scenario, l’infermiere diventa il primo bersaglio perché rappresenta l’interfaccia diretta tra cittadino e istituzione sanitaria. È la figura che “spiega”, “nega”, “rimanda” e che, agli occhi dell’utenza esasperata, incarna l’intero sistema.
Aggressioni, infortuni e malattie professionali
Dal punto di vista medico-legale, la violenza subita sul lavoro non è solo un fatto disciplinare o penale. Può configurarsi come infortunio sul lavoro quando provoca lesioni fisiche, ma anche come causa di malattia professionale quando genera disturbi psichici persistenti.
Ansia, disturbo post-traumatico da stress, insonnia, depressione e sindromi da burnout sono sempre più frequenti tra gli operatori aggrediti. In molti casi, questi disturbi determinano assenze prolungate, riduzione della capacità lavorativa o abbandono precoce della professione.
Il quadro normativo: obblighi di prevenzione e limiti concreti
Il rischio di aggressione non è giuridicamente imprevedibile. Il Decreto Legislativo 81/2008 impone al datore di lavoro l’obbligo di valutare e prevenire tutti i rischi, compresi quelli legati alla violenza da parte di terzi. A questo si affianca la Legge 113/2020, che ha rafforzato le tutele penali per gli operatori sanitari, inasprendo le sanzioni per chi commette aggressioni.
Tuttavia, la presenza di norme non elimina il rischio reale. Videosorveglianza, vigilanza armata, formazione alla comunicazione e protocolli di sicurezza riducono l’esposizione, ma non possono annullarla. Quando l’aggressione avviene, il problema si sposta rapidamente sul piano delle conseguenze: sanitarie, lavorative e legali.
Le conseguenze invisibili che spingono all’abbandono
La violenza lascia segni che non sempre sono visibili. Studi presentati dalla FNOPI mostrano che quasi un infermiere su due, dopo un’aggressione, valuta seriamente di lasciare il posto di lavoro. È una risposta comprensibile, ma che alimenta una spirale pericolosa: meno personale, più carichi di lavoro, più stress e quindi maggiore rischio di nuovi episodi di violenza.
In questo senso, le aggressioni non sono solo un problema di sicurezza individuale, ma un fattore che incide direttamente sulla qualità delle cure e sulla sostenibilità del servizio sanitario pubblico.
Prevenzione e tutela legale
La prevenzione è fondamentale, ma non basta. Anche nei contesti meglio organizzati, l’aggressione può verificarsi e trasformarsi in infortunio, invalidità temporanea, spese mediche, contenziosi penali o civili.
Nei casi in cui l’aggressione avviene si passa alla prevenzione terziaria, cioè alla tutela legale degli esposti alle aggressioni che abbiano causato danni psicologici riconoscibili come delle vere e proprie malattie professionali.
Riconoscere il rischio per poterlo davvero affrontare
Considerare le aggressioni come una componente “normale” del lavoro sanitario significa accettare una deriva pericolosa. Riconoscerle invece come rischio professionale, fonte di infortuni e malattie, è il primo passo per costruire una tutela più solida e realistica.
La sicurezza degli infermieri e degli operatori sanitari non è solo una questione di ordine pubblico o di organizzazione interna. È un tema di salute sul lavoro, di diritti e di giustizia. E riguarda, in ultima analisi, la qualità dell’assistenza che ogni cittadino riceve quando entra in un Pronto soccorso.
